73 sabato, mar 21 2009 

L’Amante

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Così mi confortò il buon Amico,
Po’ si partì da me sanza più dire;
Allor mi comincià’ fort’a gechire
Ver’ MalaBocca, il mi’ crudel nemico.
Lo Schifo i’ sì pregiava men ch’un fico,
Ch’egli avea gran talento di dormire;
Vergogna si volea ben sofferire
Di guer[r]eg[g]iarmi, per certo vi dico.
Ma e’ v’era Paura, la dottosa,
C[h]‘udendomi parlar tutta tremava:
Quella nonn-era punto dormigliosa;
In ben guardar il fior molto pensava;
Vie più che·ll’altre guardi’era curiosa,
Perciò che ben in lor non si fidava.

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Così mi aiutò il buon amico. Poi si separò da me senza più parlare. Allora cominciai a mostrarmi molto umile verso Malabocca, il mio nemico crudele. Lo Schifo lo tenevo in considerazione meno di un fico, perché lui aveva una gran voglia di dormire. Vergogna voleva astenersi dal farmi la guerra, e questo lo dico per certo. Ma c’era lei Paura, la paurosa, che sentendomi parlare, tremava tutta. Quella infatti non era affatto dormiente: pensava a custodire bene il fiore; era ancora più zelante delle altre guardie, perciò non si fidava molto di loro.

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v.1 “confortò”: “aiutò”. Cfr. Brunetto Latini, Retorica, 45-25: “ lo sponitore avea propensato di fare questo libro, ma per negligenzia lo intralasciava; onde da questa neglizenzia il potea bene alcuno ritrattareper confortamento, e questo conforto viene sopra cosa la quale era già pervenuta all’anima, cioè la negligenzia”.

v.2 “si partì”: vedi LXVII.

v.3 “gechire”: “mostrarsi umile”. Cfr. 16,5. confronta con il fr. ant.  Jehir e il prov. Jazir.. Per il provenzale cfr. 331,2 verso 37: “que·m parles tot jorn de lei: quant il s’iria jazir”. Per il francese cfr. 133,13 verso 37: “Dragon, faus est qui atent. On doit jehir son talent…”. Di questa forma c’è una sola occorrenza.

v.4 “ver”: “verso”.

v.5  “si pregiava”: “lo considerano”. Cfr. 10,13. dal francese antico preiser e dal prov. Presor. Per il francese cfr. 265,0355 verso 9: “chivalers, cher vus purpensez, vus ki d’ armes estes preisez”.

Cfr. 41,10 ; 42,14 ; 44,6 ; 75,10 ; 174,9-11 ; 179,5 ; 180,13-14 ; 190,10.


v.6 “talento”: “voglia”. In tutto il secolo XIII sono attestate solo tre occorrenze con questo specifico significato. Cfr. Anonimo, Lettere lucchesi, 64.25: “ amistade (e) pare(n)tado che lungho tenpo e(ste) stato da lui a noi, (e) chome avemo tale(n)to di riceve(r)lo a nosso podere; (e) paraulle dice(m)mo loro assai..”

v.7  “sofferire”: “astenersi”. Cfr. 13,12.

v.9  “dottosa”: “paurosa”. Cfr. I,12 ; 27,13. Sono attestate ventisette occorrenze.

v.11 “punto”: “affatto”. Rafforzativo della negazione. Anonimo I-619: “ Partire non mi posso da voi punto, si come preso ch’è rinchiuso in volta”.

v.12 “guardare”: “custodire”. Cfr. LXXII,11 ; CXCI,14 ; CXCII,1.

v.13  “Vie[...]curiosa”: “sollecita”, “zelante”. Da confrontare con il francese curieus e con lo spagnolo curioso. Cfr. ant. fr. in 133,16 verso 12: “si curieus d’ estre en mon grevement”.

Cfr. anche 59,8.

vie: “ancora”. Cfr. Bono Giamboni, Vegezio, 68.13: “se con ispade d’ appresso si combatta, s’ appara per uso. Ed ancora quello è vie maggiore e più utile cosa che sappiano l’ ordine servare, ed il gonfalone loro in”.

v.14: “in lor non si fidava”: In sta per “di”.  lor: è riferito agli altri guardiani.

Andrea D’Arcangeli

72 sabato, mar 21 2009 

Amico

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«Or sì·tt’ò detto tutta la sentenza
Di ciò che·ssag[g]io amante far dovria:
Così l’amor di lor guadagneria,
Sanz’aver mai tra·llor malivoglienza.
Se mai trai di pregion Bellacoglienza,
Sì fa che·ttu ne tenghi questa via,
Od altrimenti mai non t’ameria,
Che ch’ella ti mostrasse in aparenza.
E dàlle spazio di poter andare
Colà dove le piace per la villa;
Pena perduta seria in le’ guardare:
Ché·ttu ter[r]esti più tosto un’anguilla
Ben viva per la coda, e fossi i·mmare,
Che non faresti femina che ghilla».

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Così ora ti ho detto tutte le mie opinioni su ciò che un saggio amante dovrebbe fare: così guadagneresti l’amore delle donne senza mai creare tra di loro un contrasto. Se mai facessi uscire Bellaccoglienza di prigione, fai in modo di mantenere questa via, altrimenti non ti amerà mai, tranne che per darti quell’amore che ti mostrerebbe in apparenza. E dalle la possibilità di poter andare per la città, là dove le piace. È tempo perso starla a sorvegliare, tanto che terresti piuttosto un’anguilla ancora viva per la coda e stando in mezzo al mare. Cosa che potresti fare con una donna che ti inganna.

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v.1 “sentenza”: “opinione”, “consiglio”. Cfr. Brunetto Latini, Retorica, 60-10 :“ffare sopra alcuna vicenda e che da non fare; e quasi ciascuno dice la sua sentenza, sicché alla fine si prende quella che pare migliore. Et in ciò sia questo exemplo”.

v.3 “di lor”: “delle donne”.

v.4  “tra lor malivoglienza”: “tra loro (le donne) che hanno un contrasto”. Si fa riferimento al sonetto 66: Amico consiglia ad Amante di non provocare un contrasto tra la nuova e la vecchia amante. Per malivoglienza si confronti il prov. malvolensa. Cfr. 248,74 verso 50: “Guilhem port tant d’amor ses falhensa senhe n’Austorc, c’a vos n’ay malvolensa et al comte car l’estatz enujos”. Cfr. 124,12. Di questo termine ci sono solo cinque occorrenze nell’OVI.

“senz’aver”: “senza creare”.

v.5 “trai”: vedi sonetti precedenti.

v.8 “che ch’ella”: “tranne quell’amore che ti mostrerebbe in apparenza”.

v.9 “spazio”: “agio” (dal francese espace, presente nel poema di  Jean de Meun). Cfr. Anonimo, Lettere Senesi, V-201-71: “si tosto come noi avaremo ispazio di potervi intendervi, noi v’entendaremo e procaciaremo sicome voi l’avorete la detta lettara sopra a loro”.

v.10 “villa”: “città”. Dal francese ville. Cfr. 265,0018 verso 1: “ainsi doit entrer en ville”. Cfr. CXXI,7.

v.11 “pena perduta”: espressione tipica del francese moderno che significa “tempo perso”. Cfr. Anonimo, Tesoro volgare, 46.20: “ e guarda che ‘l tuo edificio non sia fatto tutto insieme, che ciò sarebbe pena perduta”. Nell’ Ovi sono presenti solo queste due occorrenze sopracitate.

v.11 “la’ guardare”: “sorvegliarla”, “custodirla”. Cfr. Rugieri Apugliese, XXXV-I-895: “ Pecore e boi, porci e somieri son ben guardare”.

v.13 “e”: sta per “sebbene”.

v.14 “ghilla”: “che inganna”. Dal francese guiler o ghiler e dal provenzale guilar. Ha una sola occorrenza. Cfr. per il francese con 44,04 verso 16: “sanz faintise et sanz guiler”.

Andrea D’Arcangeli

71 sabato, mar 21 2009 

Amico

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«L’uom’apella il camin TroppoDonare;
E’ fu fondato per FolleLarghez[z]a;
L’entrata guarda madonna Ric[c]hez[z]a,
Che non i lascia nessun uon passare,
S’e’ nonn-è su’ parente o su’ compare:
Già tanto nonn-avreb[b]e in sé bellez[z]a,
Cortesia né saver né gentilez[z]a,
Ched ella gli degnasse pur parlare.
Se puo’ per quel camin trovar passag[g]io,
Tu·ssì abatterà’ tosto il castello,
Bellacoglienza trarà’ di servag[g]io.
Non vi varrà gittar di manganello,
Néd a le guardie lor folle musag[g]io,
Porte né mura, né trar di quadrello.

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L’uomo chiama la strada Troppo-Donare ed è stata fondata da Folle-Larghezza; l’entrata la guarda madonna Ricchezza, che qui non lascia passare nessun uomo se non è suo parente o suo amico: per quanta bellezza abbia in sé non conosce né la raffinatezza né la nobiltà, e non si degna di parlargli. Se riuscirai a trovare il passaggio in quel cammino, tu abbatterai presto il castello, così che toglierai Bellaccoglienza dalla schiavitù. Non ti servirà guerreggiare con il manganello, e né servirà alle guardie la loro attenta sorveglianza. Non serviranno né le mura alle porte né lanciare dardi.

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v.1: “L’uom’apella il camin TroppoDonare: l’uomo (termine qui dal valore impersonale) chiama la strada (quella breve indicata da Amico) generosità (Troppo-Donare) e questa strada è stata fondata da Folle-Larghezza (che sta per per eccessiva generosità nei confronti delle donne). Bisogna ricordare anche il Dit de Folle-Largece di Philippe de Remy sire di Beaumanoir, che era uno dei maggiori giureconsulti del Medioevo.

donare è derivato dal francese donner ed ha il significato di “dare”. (cfr. LXXV,3). Nel Roman De La Rose è scritto così: “le chemin a nom trop donner”. È usato in questo senso anche in CLXXIX,1 ; CXCIII,13.

v.6: già tanto: “per quanto”. Deriva da ja tant, è una tipica espressione concessiva dell’antico francese. Lo stesso uso in XI,14.

v.7 : cortesia: inteso come amore cortese.

gentilezza: Inteso come nobiltà di nascita. Significa che tutte queste qualità senza la Ricchezza non gli permetterebbero di passare.

v.11: servaggio. “schiavitù”. Cfr. col francese servage. Cfr. in 133,48 verso 40: “et dame maint en servage”. Cfr. anche in CXVII,14.

trarà’: “toglierai”. Cfr. LXX,8

v.12: non vi varrà: “non servirà”. Cfr. XXIX,12.

manganelli: Macchine per lanciare pietre derivato dal termine provenzale manganel. Cfr. 242,36 verso 82: “si non fai manganel qui pas sobre l’anvan”. Il termine è presente anche in XXIX,12 ; XCVIII,8. Sono attestate altre cinque occorrenze nell’OVI.

v.13: musaggio: “sorveglianza”. Da confrontare con il francese musage e con il provenzale musatge. Per il francese vedi 116,1 verso 30: “faulz espoirs a cinc cens amans honis qui tout adez va querant le musage”. Letteralmente sta per “attesa del nemico”. In questa forma una sola occorrenza. Cfr. CLXIV,13. Poi confrontare i termini folle e musarda in XXIII,8 e LII,4. Folle in questo caso vale come “inutile”. Musarda è attestato nell’OVI solo nel Fiore: XXIII,8 ; LII,4 ; CLXVI,14.

v.14: trar: qui sta per “lanciare”. Guido Cavalcanti, 563.8 : “legare e coglier con isquadra arcale in tetto e certe fiate aggiate Ovidio letto e trar quadrelli e false rime usare, non pò venire per la vostra mente là dove insegna” . Crf. XXIX,14.

Andrea D’Arcangeli

70 sabato, mar 21 2009 

L’Amante e L’Amico

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«Po’ mi convien ovrar di tradigione
E a·tte pare, Amico, ch’i’ la faccia,
I’ la farò, come ch’ella mi spiaccia,
Per venir al di su di quel cagnone.
Ma sì·tti priego, gentil compagnone,
Se·ssai alcuna via che·ssia più avaccia
Per MalaBocca e’ suo’ metter in caccia
E trar Bellacoglienza di pregione,
Che·ttu sì·lla mi insegni, ed i’ v’andrò
E menerò comeco tal aiuto
Ched i’ quella fortez[z]a abatterò».
«E’ nonn-à guari ch’i’ ne son venuto»,
Rispuose Amico, «ma ‘l ver ti dirò,
Che·ss’i’ v’andai, i’ me ne son pentuto.

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“Poiché mi conviene operare col tradimento, e se a te sembra giusto, Amico, che io lo faccia, io lo farò, benchè questo mi dispiaccia, per vincere quel cane da guardia. Ma così ti prego, mio nobile amico, se conosci qualche via che sia più rapida per scacciare Malabocca e i suoi compagni, e far uscire Bellaccoglienza dalla prigione, insegnamela, e io ci andrò. E porterò con me un tale aiuto che abbatterò quella fortezza”. “Non è da molto che l’ho provata”, rispose Amico, “ ma ti dico la verità, che se ci ho provato, me ne sono pentito”.

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v.1: ovrar: “operare”.Ci sono solo tre occorrenze attestate prima del Fiore.

tradigione. Cfr. 30,5.

po’: “poiché”

v.3: come ch’ella: “benché questo”.

v.4: per venire al di su: “per vincere”. cagnone: sta per il gaignon del Roman de la Rose. Cfr. 265,1021 verso 31: “dont el lioit son gaignon”. Usato solo nel Fiore, cfr. CCVI,10. Ci sono solo queste due occorrenze in tutto l’OVI.

v.5: gentil compagnone: “mio nobile amico”. È un richiamo alla poesia provenzale. Dal francese compagnon e dal provenzale companhon. Per il francese cfr. 265,0282 verso 3: “puis doivent compagnons charter”. Per il provenzale cfr. 57,4 verso 21 “un joc d’escacs, ses autre companhon que non s’anes del joc entremeten”. È un termine di grande utilizzo nell’italiano antico nel significato di “compagno”. Cfr. 112,10. Guittone, Rime, 232.6: “vero suo padre Valore, e Pregio amico bono e grande manto, e valente ciascun suo compagnone, Giacomo da Leona, in te, bel frate”.

v.6: avaccia: “rapida”. Cfr. 74,4 ; 186,8. In questa forma solo diciassette occorrenze nell’OVI.

v.7: metter in caccia: “scacciare”. Cfr. 13,13 e 93. Nell’italiano antico “caccia” era molto usato sia nella forma attiva che in quella passiva.

v.8: trar: “trasse”. Cioè è inteso come “liberare dalla prigione”. Cfr. Compagni, 3- 27: “i figliuoli di messe Mosca, che l’uno era arcivescovo, cugini di messere Guidotto, divenuti nimici per gara, il perché lui li tenea in prigione, lo imperatore gliene fece trarre, e rappacificagli insieme”.

v.10 comeco: “con me”. Nell’OVI sono presenti dieci occorrenze di questa forma.

v.12: guari: “molto”. Cfr. 11,5. Avverbio dal francese gaire e dal prov. gaire e guaire. Per il francese cfr. 44,05 verso 27: “ke chascuns d’ eaus gaire bien son ostaul”. Per il provenzale cfr. 47,6 verso29: “qui per sol sen la corteya, cum o pot guaire sufrir…”. Cfr. anche 51,3 ; 70,12 ; 77,5 ; 88,19 ; 92,9 ; 98,1 ; 140,3 ; 143,11 ; 144,12 ; 153,9 ; 190,9; 216,5.

v.13: “a”: ha valore impersonale.

Andrea D’Arcangeli

69 sabato, mar 21 2009 

Amico

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«A te sì non convien far disfidaglia,
Se·ttu vuo’ ben civir di questa guerra:
Lasciala far a’ gran’ signor’ di terra,
Che posson sof[f]erir oste e battaglia.
MalaBocca, che così ti travaglia,
E traditor: chi ‘l tradisce non erra;
Chi con falsi sembianti no·ll’aferra,
il su’ buon gioco mette a ripentaglia.
Se·ttu lo sfidi o batti, e’ griderà,
Chéd egli è di natura di mastino:
Chi più ‘l minaccia, più gli abaierà.
Chi MalaBocca vuol metter al chino,
Sed egli è sag[g]io, egli lusingherà:
Ché certo sie, quell’è ‘l dritto camino».

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Non ti conviene fare una sfida, se tu vuoi terminare questa guerra, lasciala fare ai ricchi signori proprietari di terre, che possono permettersi un esercito e una guerra. Malabocca, che ti affligge così tanto è un traditore: chi lo tradisce non sbaglia. Chi non lo vince con gli inganni mette a repentaglio il suo vantaggio. Se tu lo sfidi o lo batti, egli gridererà che ha una natura da cane da guardia. Più lo minacci, più lui abbaiera. Chi vuole mettere in difficoltà Malabocca, se è accorto, lo lusingherà: sia certo che quella è la strada giusta.

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v.1 disfidaglia: anticamente significava “sfida”, deriva dal termine latino medievale disfidare cioè “provocare” ( dis- ha valore privativo e fidare sta per “dar fiducia”). Ha un’unica occorrenza.

v.2: civir: francesismo da chevir: “riuscire vittorioso”. Cfr. 255,04 verso 8: “ja ne m’en quier esbahir tant com m’i porrai chevir”. Cfr. LXXX,3 ; CLXVII,5. Le occorrenze attestate nell’OVI sono presenti solo nel Fiore.

v.4: sofferir: “permettersi”. Cfr. Anonimo, Tesoro Volgare, 364.17: “E non sofferir già che’ malfattori scampino senza pena…”. Vedi sonetto 68,9. In questa forma quattro occorrenze nell’OVI.

v.5: travaglia: “ti affligge”. Jacopone da Todi, 83.2, verso 2: “O vita penosa, continua battaglia! Con quanta travaglia la vita è menata!”

v.7: af(f)erra: “prende”. Cfr. Monte Andrea, 100.17: “giorno, di ciò c’om diletta, / mai non s’aspetta; / e certo, dico, cui Povertate aferra, dir non si puote ben come il sotterra! In cui ventura di Tesaur caprà, giamai”.

v.8: buon gioco: locuzione che sta per “avvantaggiarsi”, “giovarsi”. C’è una sola occorrenza con questo significato nell’OVI.

v.8: a ripentaglia: “a repentaglio”. Dal francese repentaille ma non è lo stesso presente nel Roman de la rose. Nell’OVI  il termine, risalente al secolo XIII,  risulta usato solo una volta e solamente in quest’opera.

v.9: e’: sta per “egli” troncato.

v.10.Chèd egli: sta per “che egli”. La [d] di Chèd è usata come rafforzamento, in quanto la parola che segue inizia per vocale.

v.12: al chino: “ in difficoltà”. Cfr. Chiaro Davanzati, 399.3: “Pacino, ch’avete, e megliorar non si poria, ché noi vedemo il mondo andare al chino, perché la pace nonn ha segnoria: in gran boce venuto è ‘l ghebellino, onde la..”. Nell’OVI quest’espressione prima che nel Fiore risulta essere usata solo in Chiaro Davanzati .

Andrea D’Arcangeli

68 sabato, mar 21 2009 

L’Amante e Amico

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Quand’eb[b]i inteso Amico che leale
Consiglio mi d[on]ava a su’ podere,
I’ sì·lli dissi: «Amico, il mi’ volere
Non fu unquanche d’esser disleale;
Né piaccia a Dio ch’i’ sia condotto a tale
Ch’i’ a le genti mostri benvolere
E servali del corpo e dell’avere,
Ch[ed] i’ pensas[s]e poi di far lor male.
Ma sòffera ch’i’ avante disfidi
E MalaBocca e tutta sua masnada,
Sì che neuno i·mme giamai si fidi;
Po’ penserò di metterli a la spada».
Que’ mi rispuose: «Amico, mal ti guidi.
Cotesta sì nonn-è la dritta strada.

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Quando capii che Amico lealmente mi dava un consiglio come poteva, io gli risposi così: “Amico, il mio desiderio non è stato mai quello di essere sleale; né piaccia a Dio che io diventi così. Che io mostri benevolenza alle persone e le aiuti con il corpo e con i miei averi, in modo che non pensino che io possa far loro del male. Ma permettimi prima che sfidi sia Malabocca sia tutta la sua schiera, così che nessuno di loro si fidi di me. Poi li costringerò a prendere le armi”. Egli mi rispose: “Amico, tu sbagli: questo non è il modo giusto”.

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v.1: Amico che: prolessi del soggetto della dichiarativa, sta per “che Amico”.

v.2: a su’ podere: nel senso di “come poteva”, “secondo il suo potere”. Cfr. Anonimo, Lett. lucch., 1298, 73.22: “del rei d’Inghilte(r)ra ma(n)dasse p(er) alchuno delli sui chierici. P(ro)miseci di farde tutto suo podere. Or quello che ffarae no(n) sapemo: p(re)ghiamo Deo faccia quello che voi (e) noi..”.

v.4: unquanche: “mai”; anche in 37,3. E’ un avverbio da confrontare con il francese onques ed il provenzale oncas. Cfr. Il francese 1,9 verso 4: “ou de cheli qui onques n’a amè”. Cfr col prov. 168,1 verso 25: “auzitz o mais oncas de nuill arquier cui armadura non tengues nuill pro?”. È anche usato da Brunetto Latini e da Dante Alighieri in Commedia, Inferno XXXIII, 140: “che Branca Doria non morì unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni”. Vedi anche Fiore 75,9 ; 100, 4 e 10 ; 142,4 ; 144,7 ; 232,2. Altre quattro occorrenze sono attestate nel XIII° secolo.

v.5 condotto a tale: “che io diventi tale”. Cfr. 37,6.

v.6: benvolere: “buon viso”, “affetto”. Cfr.59,9. Di questa forma si hanno tre occorrenze, mentre della forma ben volere se ne hanno poche, la maggior parte risalenti al secolo XIV.

v.7: servali: “e li aiuti”. Nell’OVI il termine è attestato solo in questa forma e solo in questo verso.

v.9: sòffera: “permette”, “sopporta”. Usato così nel Fiore anche in XIII,12 e nel sonetto successivo.

avante: “prima”. Guittone, Lettere in prosa, 109.11: “apresso de nostro figlio e frate uno, che la domenica avante di Sancto Andrea, notte già fatta, continua el prese febra…”.

v.10: masnada: “schiera”. Era un corpo di servitori agli ordini di un cavaliere ma qui è inteso in senso dispregiativo. Cfr. con il provenzale maisnada, 442,1 nel verso 22: “car ab ben ferir venz hom leu maisnada”. Cfr. Anonimo, Il novellino, 815,5: “Lo giovane re d’Inghilterra spendea e donava tutto. Un povero cavaliere avisò un giorno un coperchio d’uno nappo d’ariento, e disse nell’animo suo:«Se io posso nascondere quello, la masnada mia ne starà molti giorni»”. Si trova già in B. Latini, in Guittone e Jacopone.

v. 11: amante: intende che non vuole farseli amici e poi pugnalarli alle spalle, ma sfidarli apertamente. Si ripropongono i canoni cavallereschi che non permettono i tradimenti.

v.12: mal ti guidi: “sbagli”. Ti guidi sta per “ti muovi”. Brunetto Latini lo usa spesso, ad es. 208.5, verso 925 :” Faccio a Dio preghero che ti conduca e guidi, e ‘n tutte parti fidi”.

v.13: dritta: “giusta”. Cfr. Chiaro Davanzati, 122.14: “senza ragione, / a la dritta sentenza di conforto. / Chi non entra per via / che sia dritta, già mai / non troverà l’amore, / né sapreb[b]e che sia: / cercar potreb[b]e assai, / e vivere..”.

Andrea D’Arcangeli

67 martedì, mar 17 2009 

Amico

«E se·ttua donna cade i·mmalatia,
Sì pensa che·lla faccie ben servire,
Né·ttu da·llei giamai non ti partire;
Dàlle vivanda c[h]‘a piacer le sia;
E po’ sì·lle dirai: “Anima mia,
Istanotte ti tenni i·mmio dormire
intra·lle braccia, sana, al me’ disire:
Molto mi fece Idio gran cortesia,
Che mi mostrò sì dolze avisione”.
Po’ dica, ch’ella l’oda, come sag[g]io,
Che per lei farà’ far gran processione,
O·ttu n’andrà’ in lontan pellegrinag[g]io,
Se Gesocristo le dà guerigione.
Così avrai il su’ amor e ‘l su’ corag[g]io».

PARAFRASI

E se la tua donna si ammala, è bene che pensi a farla servire, tu non ti separare mai da lei; dalle del cibo che le sia gradevole. E poi le dirai così: ”Anima mia, questa notte ti ho vista in sogno, tra le mie braccia, in salute, pronta al mio desiderio: una grande grazia mi fece Dio a mostrarmi un così dolce sogno”. Poi dirai saggiamente, in modo che ella possa sentire, che per lei farai fare una grande processione, o te ne andrai lontano in pellegrinaggio, se Gesù Cristo le darà la guarigione. Cosi avrai il suo amore e il suo cuore.

v.1 mmalatia: è un francesismo (l’originale è chiet en maladie). Così è attestato solo una volta, mentre come malatia sul Fiore compare in CLIII,8 ; CLXXXIX,14 ; CC,6 ; CCXXIV,13. Cfr. anche linker 84,28 verso 35 sulla banca dati francese: “He Deus, com je fui trais, quant senti ma maladie c’un message ne tramis a ma dame por aie”.

v.2 si pensa che le faccie: “stai attento a farla…”. Per il significato di pensa cfr. Fiore LXIV, 8. Faccie è usato in questa forma in sette occorrenze. Cfr. Anonimo,Poes. an. fior., 17.14 verso 75: “che per fede e per isperanza sempre veggia idio. Ancor ti priego, messer, che mi faccie amare ed abondimi la grazia de l’amore senpiternale e d’uno righame di lagrime”.

v.3 Non ti partire: “non ti separare”. Quindi con il significato di separazione temporanea ad una persona. Cfr. Federico II, Dolze meo, verso 39: “voi riman, mio core.Cotal è la ‘namoranza degli amorosi piaceri che non mi posso partire da voi, [mia] donna, in lëanza”. Quindi viene usato quando al distacco fisico si accompagna quello spirituale o affettivo. Ci sono altre quattro occorrenze con questo significato.

v.4 A piacer: inteso come “le sia gradevole”. Cfr. con Chiaro Davanzati, sonetto 38 , v.7: “ma se tacessi ti saria peggiore,ed io n’avria per ciò più pensamento; ca se mi piacerà lo tuo dimando, i’ ne farò ciò ch’a piacer ti fia, e, se mi spiace, lo girò scusando, chè lo cherer forzar non mi poria.”

v.6 In mio dormire:inteso come “in sogno”. Cfr. Dante, Vita Nuova, cap. 12 parr. 1-9 “m’addormentai come un pargoletto battuto lacrimando. Avvenne quasi nel mezzo de lo mio dormire che me parve vedere ne la mia camera lungo me sedere uno giovane vestito di…”. Nel Fiore è usato così solo in questo caso. E l’altro unico caso nell’OVI è quello di Dante citato prima.

v.7 Al me desire: che sta per “pronta al mio desiderio”. Me inteso come mio. Cfr. Guittone,51.10: “ò talento dire, néd essere vorrea, tant’ài ladore. Ca, per averti a tutto meo desire, non t’ameria un giorno per amore; ma chesta t’ò volendoti coprire”. Associato all’aggettivo possessivo ha altre sette occorrenze.

v.7 Sana: che significa “in salute”. Cfr. Rugieri Apugliese, 886.10, verso 14: “ Povero ricco e disasciato sono e fermo e malato, giovane e vecchio e agravato e sano spessamente”.

v. 8 Cortesia: intesa come “grazia”, “favore”. Vocabolo tipico dell’amor cortese. Usato in molti contesti, ad esempio nel Fiore XLIII,1 ; LXXI,7; CXIV,7 ; CXXVII,1 ; CLXXII,11.

v.9: avisione: “visione”, “sogno”. Interessante effetto fono-semantico dato dallo iato prodotto dalla “a” iniziale. Cfr. Giovanni Villani, 234.4: “e crescea tanto che i suoi rami si stendeano insino inn Inghilterra; e veramente fu avisione di vera profezia, come diremo appresso. E perché bastardo fosse, nonn è da tacere di.”. Questo termine è usato per la prima volta nel Fiore. Ci sono altre otto occorrenze nell’OVI.

v.10: Saggio: “in modo accorto”. Cfr. Guittone, 452.18 :”che piggiore è che piagha? Di piagha non curare esser curato. Unde appaia, Messer, se saggio sete, non vostre piaghe isdegnando, ma venerando, e d’onne gratia grasendo Lui che à ..”.

v.10: ch’ella l’oda: “in modo che lei possa sentire”.

v.13 : Gieso Cristo: utilizzato così anche in altri passi del Fiore. Cfr. XXXIX,4 ; LIV,5 ; CIV,9;
CXXIII,8.

v.14: Coraggio: inteso come “cuore”, cfr. anche in XLIII,11. Da confrontare con il francese courage e il prov. coratge. Per il francese cfr. 199,05 verso 2: “ne finirai tant que j’avrai trouvee une chanson fete de vrai courage pour la plus bele qui soit de merende..”.Per il provenzale cfr. 9,15 verso 41: “qu’ieu sai celar e grazir francamen de bon coratge so que tainga leial aman…”. Nell’antichità il cuore era la sede degli impulsi affettivi, della sensibilità, del coraggio e dell’intelligenza. Lo stesso uso lo troviamo nel Fiore in XLIX,12 ; LXVII,14 ; XCVI,9 ; CXIV,5 ; CXXXV,12 ; CXLVIII,10 ; CLXXVI,6.

Andrea D’Arcangeli

31 lunedì, gen 26 2009 

L’Amante

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Bellacoglienza fu nella fortez[z]a
Per man di Gelosia mess’ e fermata.
Ad una vec[c]hia l’eb[b]e acomandata
che·lla tenesse tuttor in distrez[z]a;
ch’ella dottava molto su’ bellez[z]a,
che Castità à tuttor guer[r]eg[g]iata,
e Cortesïa, di cu’ era nata,
no·lle facesse far del fior larghez[z]a.
Ver è ched ella sì ‘l fece piantare
la ‘ve Bellacoglienza era ‘n pregione,
ch’altrove no’l sapea dove fidare.
Lassù non dottav’ ella tradigione,
ché quella vec[c]hia, a cu’ ‘l diede a guardare,
sì era del lignag[g]io Salvagnone.

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Bellacoglienza fu rinchiusa nella fortezza per mano di Gelosia. L’affidò a una vecchia perché la tenesse continuamente sotto chiave; poiché temeva molto la sua bellezza, che Castità ha sempre combattuto, e temeva che Cortesia, da cui era nata, le facesse far dono del fiore. Ma ella lo fece piantare là dove Bellacoglienza era in prigione, poiché non sapeva dove altro affidarlo. Lassù non temeva un tradimento, perché quella vecchia, a cui lo diede in custodia, era proprio della stirpe di Salvagnone.

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2. mess’ e fermata: fermata richiama fonicamente ferm’ di XXX 14 e l’allitterazione fu/fortezza del v. 1. Un’altra allitterazione in f- si trova al v. 8 («no·lle facesse far del fior larghezza»).
Per l’uso di fermare con il significato di “chiudere” cfr. IV 1, VIII 9, CLXXXIX 1, CCV 1.

4. distrezza: dal francese antico destresse/destrece e dal provenzale antico destreissa, a loro volta dal latino medievale *districtia, ’strettezza, angustia’ (Battaglia). Destresse è presente in sette occorrenze nella lirica dei trovieri (265,0486, 22: «plourez pour la grant destresse»), destrece è più diffuso con venticinque occorrenze (15,04, 42: «- he lasse, que ferai? tant sui en grant destrece!»).
Nel Fiore il termine compare altre 5 volte: in CLXXXIII 6 è usato nel senso di “costrizione giuridica” (in questo stesso senso cfr. B. Latini, Rettorica XVI: «non per distretta di legge o per forza»), in XLI 11 e LXXXIII 14 indica uno stato di privazione economica, in XXI 13 e XLV 13 indica lo stato di privazione del benessere amoroso. Non è attestato nelle opere di Dante.

5. dottava: v. XXVIII 6. Per la costruzione alla latina col verbum timendi cfr. XXVII 1-2.

8. larghezza: l’espressione fare (o menare) larghezza vuol dire “donare, concedere generosamente” (Battaglia). Cfr. Dante Alighieri, Purg. XX 31: «Esso parlava ancor de la larghezza / che fece Niccolò a le pulcelle, / per condurre ad onor lor giovinezza». Cfr. Fiore CLVII 9. Il termine può indicare anche eccesso, intemperanza o smodatezza, cfr. Giamboni, 128: «La sfrenata larghezza della lussuria non ha modo», e questa accezione può non essere estranea al contesto della narrazione.
La Larghezza si ritrova anche come personificazione allegorica in LXXIX 3, LXXXIV 5, CXXXVI 14, CXXXVII 6, sempre accompagnata a Cortesia, e in Detto 313 (Folle-Larghezza).

12. non dottav’ ella tradigione: riprende XXX 5, «perch’ella dottava tradigione». Per dottava v. XXVIII 6.

13. guardare: cfr. XXV 14.

14. lignaggio Salvagnone: Salvagnone, un celebre ladro, è una figura che compare in Cecco Angiolieri (Morte, merzé, 12) come Salvagno, in Pietro dei Faitinelli detto Mugnone (Spent’è la cortesia, 12) e nel Cantare dei cantari, str. 54, il cui editore Pio Rajna lo indentificò col Selvain, Servain o Servein che si ritrova come famoso ladro in vari romanzi francesi, come il Blancandin e il Jehan de Lanson (Contini). È però assente nel Roman de la Rose. La forma Salvagnone è dovuta al genitivo alla francese.
La stirpe della vecchia garantisce la sua conoscenza del furto e del raggiro, e di conseguenza la sua capacità di prevenirlo. Cfr. Roman de la Rose 3907-3908d: «Nus ne la poroit engignier / de seignïer ne de guignier, / Qu’il n’est baras qu’el ne congnoisse, / Qu’ele ot des biens e de l’angoisse / Que Amors a ses gens depart / En sa jonece bien sa part». Ma il riferimento alla stirpe di ladri allude anche alla rapacità della Vecchia, che si rivelerà in seguito (v. CXCVIII): infatti mentre qui il personaggio compare nelle vesti di una dura sorvegliante, nella seconda parte del Roman, Jean de Meun ne farà una “maestra di lenocinio” (Contini).

Michela Piattelli

30 lunedì, gen 26 2009 

L’Amante

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Quand’ el[l]‘ eb[b]e il castel di guernigione
fornito sì com’ egli era mestiere,
ad ogne porta mise su’ portiere,
de’ più fidati c[h]‘avea in sua magione:
e perch’ella dottava tradigione,
mise lo Schifo in sul portal primiere,
perch’ella il sentia aspro cavaliere;
al secondo, la figlia di Ragione,
ciò fu Vergogna, che fe’ gran difensa;
la terza porta sì guardò Paura,
ch’iera una donna di gran provedenza;
al quarto portal, dietro da le mura,
fu messo Mala-Boc[c]a, la cui ‘ntenza
ferm’ iera a dir mal d’ogne crïatura.

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Quando Gelosia ebbe fornito il castello di armi come era necessario, ad ogni porta mise un portiere, tra i più fidati che aveva nella sua dimora: e poiché temeva un tradimento, mise lo Schifo alla prima porta, perché lo riteneva un cavaliere combattivo; al secondo, la figlia di Ragione, cioè Vergogna, affinché opponesse una forte resistenza; Paura, che era una donna di grande avvedutezza, guardò la terza porta; alla quarta porta, dietro le mura, fu messo Malabocca, la cui intenzione costante era dire male di ogni creatura.

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1. guernigione: cfr. guernimento in XIX 2; anche in questo caso il termine designa l’insieme di strumenti da guerra di cui deve essere corredata una piazzaforte. Da guarnigione (ant. guarnisone), sul modello francese garnison, presente in due occorrenze nella lirica dei trovieri (31,1, 15: «quar quant je sui en garnison» e 66,3, 24: «aïde a gaster garnison») e in una occorrenza nella lirica dei trovatori (406,16 ~ 83,1, 30: «renderon li sa garnison»). Cfr. Roman de la Rose 3849-50: «Jalousie a garnison mise / Ou chastel que je vos devise».

5. dottava: v. XXVIII 6.

5. tradigione: dal latino traditĭo, -ōnis (Aulo Gellio), ‘tradimento’, nome d’azione da tradĕre, per influsso del provenzale traizon, trasion e del francese antico traïson, traïsun (Battaglia). La lirica dei trovieri riporta dodici occorrenze del termine traïson (7,11, 37: «ainz n’ ot en vous orgueil ne traison»). Nella letteratura delle origini sono attestate anche le forme: tradiçon, tradisgione, tradisone, tradixone, tradizione, traiççon, traisone. Il termine indica “tradimento della fiducia che altri ragionevolmente nutre” ma anche “raggiro, tranello, inganno” (Battaglia). Leggenda di Santa Caterina, V-426-3: «Tu me parli ad engano, ço m’è viso, fantina; / arguaiti e tradiçon me par’ aver tanti, / ke de mala cristianitae te vego aver xemblanti». Ricorre altre sette volte nel Fiore: XXXI 12, LXVI 13, LXX 1, CIV 7, CXXX 8, CXCI 4 e 8. Non è attestato in Dante Alighieri.

6. primiere: termine con suffisso in forma francesizzante, dal francese antico premier, molto diffuso nei trovieri (quarantadue occorrenze per premier, quindici per premiere, cfr. 133,30, 44: «au premier cop, sans ce que ne l’ en proi») e anche nei trovatori (34 occorrenze, cfr. 331,2, 28: «lo premier jorn que·il parlei»). Corrisponde al fiorentino primaio. Cfr. LXXIX 1 e CXXIX 1, dove ha sempre il significato di “primo” di una schiera. Si trova anche in Par. XXXII 75 («primiero acume»), dove però assume il senso di “originario”.

9. difensa: rima inesatta, probabilmente da leggere -enza (Contini). Cfr. francese défense (sec. XII). Nella lirica dei trovieri è attestato defens, cfr. 265,1188, 90: «alcun chaitif qui sur defens aura chanté». La locuzione far difensa vale “opporre resistenza” (Battaglia), cfr. CCXXV 11 e Brunetto Latini, Favolello, 1260/66 (fior.), 3, pag. 278: «Forse lo spron ti move / che di scritte ti pruove / di far difensa e scudo». Cfr. anche Latini, Rettor., 93-6: «L’accusato assegna ragione perché fece quel fatto e conferma la sua difensa per quella ragione. L’accusatore dice contra questa difensa et indebolisce la ragione dell’accusato».

10. guardò: per le occorrenze del verbo guardare in questo gruppo di sonetti v. XXV 14.

13. ‘ntenza: dal provenzale entensa, ‘intendimento, disposizione d’amore’, presente in sette occorrenze nella lirica dei trovatori (cfr. 293,26, 15: «qu’ela n’a auzit l’entensa»). Con questo significato tuttavia è usato solo in CXC 8 («sì che ‘n ver lei [Medea] tornasse la sua ‘ntenza [di Giasone]»). Qui vale piuttosto “intenzione, volontà”, come anche in XXXIX 1, XLIX 9, CXXXIV 8 e in Detto 59 («Sue cose livera / a chi l’amor non livera / e mette pena e ‘ntenza / in far sua penetenza, / tal chente Amor comanda / a chi a lu’ s’accomanda»).

Michela Piattelli

29 lunedì, gen 26 2009 

L’Amante

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Quando Gelosia vide il castel fatto,
sì si pensò d’avervi guernimento,
ch[ed] e’ non era suo intendimento
di renderlo per forza néd a patto.
Per dare a’ suo’ nemici mal atratto,
vi mise dentro gran saettamento,
e pece e olio e ogn’ altro argomento
per arder castel di legname o gatto,
s’alcun lo si volesse aprossimare:
ché perduti ne son molti castelli
per non prendersi guardia del cavare.
Ancora fe’ far traboc[c]hi e manganelli
per li nemici lungi far istare
e servirli di pietre e di quadrelli.

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Quando Gelosia vide terminato il castello, pensò di tenervi delle munizioni, perché non era sua intenzione consegnarlo ai nemici per resa incondizionata o patteggiata. Per dare cattiva accoglienza ai suoi nemici, vi mise dentro una grande provvista di armi da lancio, e pece e olio e ogni altro mezzo se qualcuno si volesse avvicinare per ardere il castello con il legname o con un ariete: poiché molti castelli sono andati perduti per non essersi premuniti. Fece fare anche altre macchine belliche per tenere lontano i nemici e colpirli con pietre e dardi.

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1: allude all’incipit del sonetto precedente

2. guernimento: da guernire (guarnire), cfr. francese garnement (sec. XII), presente in quattro occorrenze nei trovieri (655,15, 7: «et sanz nul autre garnement»). In senso generico significa “difesa, protezione” ma indica anche un complesso di armi e macchine belliche adatte prevalentemente alla difesa (Battaglia). Cfr. Giamboni, 4-129: «Ricevuto un’altra volta in guernimento, …assalio le terre de’ nemici». Il termine appare due volte nel Fiore in accezioni differenti: in CLXV 1 indica gli ornamenti per abbellire la persona, in CXCVIII 8 indica invece l’insieme delle guarnizioni che corredano un vestito. Non è attestato in Dante Alighieri.

5. mal atratto: atratto è voce derivata dal francese antico atrait, presente in 8 occorrenze nei trovieri (265,1359, 41: «vait a plux bel illuec fait son atrait»), da cui attratto, “guasto, danno” (Battaglia). Secondo l’enciclopedia dantesca (Treccani) si tratta però di un’interpretazione erronea: l’espressione mal attratto, “cattiva accoglienza”, alluderebbe a una condizione antitetica a quella di Bellacoglienza, prigioniera nel castello di Gelosia. Cfr. Roman de la Rose 3493-97: «Male Bouche [...] se prist garde du bel atret / que Bel Acueil me deignoit fere». Non sono riportate altre attestazioni di questa espressione.

8. gatto: antica macchina bellica simile all’ariete, costituita da un castello mobile con una specie di tettoia in legno, sormontata talora da un battifredo, che facilitava l’accesso e l’attacco alle mura nemiche (Battaglia). Cfr. la descrizione in Gl Bono Giamboni, Vegezio, a. 1292 (fior.), L. 4, cap. 14, pag. 159.5: «Di travi, e buone assi ferme si fa il gatto; il quale acciocchè ardere non si possa, di cuoia recenti, e di ciliccio, e centoni si veste. Questo gatto ha dentro una trave ove si mette un ferro uncinuto, il quale è falce chiamato, col quale, perocchè piegato, del muro si traggono le pietre, o vero che il capo gli si veste di ferro, ed è chiamato in volgare bolcione, e per lettera montone, perchè ha durissima fronte, e con esso si fanno le mura cadere, o vero ch’a modo di montone torna addietro, acciocchè con grande forza menato più fortemente percuota».
Non trova riscontro nel Roman de la Rose, dove nel passo corrispondente si legge: «Qui pres des murs voudroit venir, / Il poroit bien fere que nices» (3842-43).
Non è attestato in Dante Alighieri.

11. prendersi guardia: prendersi guardia di qualcosa vuol dire “darsene pensiero, premunirsi nei suoi confronti” (Battaglia). Cfr. Giamboni, 8-1-199: «Chimus è un pesce di mare, ma egli è sì savio ch’egli cognosce quando dee essere la fortuna… E però molte volte i marinari ne prendono guardia, quando lo veggiono». Cfr. VII 8.

11. cavare: assoluto, da intendersi del terreno circostante (Contini). Secondo Petronio (ad. l.): «Perché gli abitanti non si guardano dagli scavi che fanno i nemici sotto le mura, per penetrare così a tradimento».

12. trabocchi: dal provenzale trabuc, deverbale da trabucar. Il trabocco è un’antica macchina da guerra usata fino al XV secolo per il lancio di grosse pietre, dardi, proiettili incendiari: era formata da una trave e imperniata su un asse rotante, a un’estremità venivano poste le munizioni e all’altra una mazza per il bilanciamento (Battaglia). Cfr. Ugieri Apugliese, XXXV-1-895: «De cappe faccio ben mantella, / trabocchi e bride e manganella» (dove, tra l’altro, compare anche il manganello, v. 12).  Corrisponde al perriere del Roman de la Rose: «Dedenz le chastel a perrieres / E engins de maintes manieres» (3835-36) Cfr. XCVIII 8, dove il termine ricorre di nuovo in coppia con manganelli e corrisponde di nuovo al perriere del Roman. Il termine perriere non è attestato nei trovatori, si trova invece trabuc in quattro occorrenze (284,1, 1: «er ai ieu tendut mon trabuc»), così come il verbo trabucar (3 occorrenze).

12. manganelli: termine derivato dal francese manganneau e dal provenzale manganel (cfr. 133,9, 34: «sens peirer’e ses manganel» e 142,46, 82: «si non fai manganel»), anticamente designava una macchina da guerra per scagliare pietre o proiettili nelle città assediate. Cfr. Rose 3837-38: «Vos peüsiez les mangoniaus / Veoir par desus les creniaus». Ricorre anche in LXXI 12 (dove rima di nuovo con “quadrello”) e in XCVIII 8 (in coppia con trabocchi). La coppia “trabocchi e manganelli” è molto frequente nelle testimonianze antiche e si trova anche in Brunetto Latini 3-166: «La guerra cittadinesca fu cominciata, e le fortezze di torri di palagi tutto dì combattevano di manganelli e di trabocchi, dove molta gente periva».

14. quadrelli: dardi di sezione quadrata che nel medioevo venivano lanciati dalle balestre. Cfr. Lapo Gianni XXXV-II-600: «Di te non son vengiato, / ma poi ch’i’ non so saettar quadrello, / farò com’ fece Caino ad Abello». Cfr. LXXI 14, dove rima di nuovo con “manganello”.

Michela Piattelli

28 lunedì, gen 26 2009 

L’Amante

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Gelosia fece fondar un castello
con gran fossi d’intorno e barbacani,
ché molto ridottava uomini strani,
sì facev’ ella que’ di su’ ostello;
e nel miluogo un casser fort’ e bello,
che non dottava as[s]alto di villani,
fece murare a’ mastri più sovrani
di marmo lavorato ad iscarpello;
e sì vi fece far quat[t]ro portali
con gran tor[r]i di sopra imbertescate,
ch’unque nel mondo non fur fatte tali;
e porte caditoie v’avea ordinate,
che venian per condotto di canali:
l’altr’ eran tutte di ferro sprangate.

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Gelosia fece costruire dalle fondamenta un castello con intorno grandi fossi e contrafforti, che temeva tanto i forestieri quanto gli uomini della sua casa; e nel mezzo fece murare ai mastri più esperti un mastio forte e bello, lavorato col marmo e lo scalpello, che non temeva l’assalto di uomini incivili; e vi fece fare quattro portali con grandi torri fornite di bertesche, che mai nel mondo furono fatte simili; e aveva ordinato porte a saracinesca, che funzionavano lungo scanalature: le altre erano tutte sprangate con il ferro.

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1. fondar: riprende XXVII 5.

2. barbacani: “opera di rincalzo, di rinforzo, di sostegno o puntello nelle fortificazioni” (Battaglia). Cfr. G. Villani, 9-257: «Le mura di qua dall’Arno [sono] grosse braccia tre e mezzo, sanza i barbacani»; Fatti di Cesare, XIII ex. (sen.), Luc. L. 2, cap. 7, pag. 94.1: «Elli abbatteva palazzi e fortezze e barbacani, et uccideva et ardeva». Dal latino medievale barbacani, documentato a Pisa nel 1156 e in Francia meridionale nel 1163; voce diffusa nel secolo XIII in Catalogna e in Francia. Barbacanes è anche nella seconda parte del Roman de Rose. Non è attestato in Dante Alighieri.

3. ridottava: dal francese antico redonter, composto dal prefisso latino re- (con valore intensivo) e da donter (dal latino dubitāre, ‘dubitare, temere’), presente in tre occorrenze nella lirica dei trovieri (265,1355, 4: «puet li chans le plor donter?»). Cfr. Giov. Cavalcanti, 59: «Nulla cosa stimava né pericoli ridottava, purché de’ nostri danni ce ne potesse in alcuna cosa appagare». Ricorre altre due volte nel Fiore, sempre nel significato di ‘temere’: XX 14, CXXXIX 12. Nello stesso significato cfr. dottosa, ‘timorosa’, in LXXIII 9. Non è attestato in Dante Alighieri.

3. strani: l’uso di strano per “straniero” si ritrova B.Latini, Rettor., 176-17: «Al ver dire noi avevamo merzè e pietade delle strane genti per natura, non per disdetta». Cfr. anche Iacopone, 24-96: «Volea moglie bella, – che fosse sana / [...] de gente non strana».
Sono attestate anche le forme stranio (sen., 1309-10 (Gangalandi), dist. 5, cap. 360, vol. 2, pag. 385.28: «Anco, statuimo et ordiniamo che li detti carnaiuoli non facciano alcuna compagnia [...] con alcuno mercatante di Siena o vero stranio…»), estranio (<Egidio Romano volg., 1288 (sen.)>, L. 3, pt. 2, cap. 13, pag. 254.7: «di questo avemo esemplo dai Romani, che sì tosto com’ellino non ebbero guerra con gente estrania, sì cominciaro a combattere infra loro…», estrano (Valerio Massimo, prima red., a. 1338 (fior.), L. 3, cap. 4, pag. 225.11: «aggiugniamo alli romani esempli li estrani…»).

5. nel miluogo: “nel mezzo”, gallicismo per calco. Adattamento del francese milieu (sec. XII), composto dal pref. mi-, ‘mezzo’ e da lieu, ‘luogo’. Cfr. il passo corrispondente nel Roman de la Rose 3815: «Enz ou milieu de la porprise / Font une tor par grant mestrise». Cfr. Novellino, 92 (210): «Spesse volte faceano badalucchi, per occupare il ponte, che era nel miluogo». Non è attestato in Dante.

5. casser: càssero, la parte più elevata e fortificata del castello, situata in posizione strategica per il controllo del territorio. G. Villani, 7-3: «Mossono questione al vicario, che rivolevano il cassero del Mutrone». Cavalcanti e Lapo usano la potente metafora “casser de la mente”: cfr. sonetto rivolto a Dante Vedeste, al mio parere, onne valore, 6; Lapo Gianni, Angelica figura nuovamente, 22 (Contini, ED). Cfr. CXXXVII 3. Non è attestato in Dante Alighieri.

5. fort’ e bello: coppia di aggettivi tradizionale, cfr. Alighieri Inf. XX 70: «Peschiera, bello e forte arnese».

6. dottava: dal provenzale doptar, presente in ventisei occorrenze nella lirica dei trovatori (9,14, 46: «e nom de foill, vai e no·t cal doptar»; 167,22, 27: «ben deuri’ hom meins doptar a morir!») e dal francese antico douter, presente in quarantuno occorrenze nei trovieri (2,13, 41: «ma douche dame, on doit douter»; 73,15, 19: «n’ est merveille s’ Amours me fait douter»). Cfr. Rose 3810: «Qui ne dotent cop de perriere».
Il verbo non compare in nessuna opera di Dante Alighieri, si trova invece in Brunetto Latini, Pro Ligario, a. 1294 (fior.), pag. 173.17: «Né non temo i tuoi nascosi pensieri, né non dotto quello che ti potrebbe essere detto da altrui»; Tesoretto, a. 1274 (fior.), 1206, pag. 218: «Ed io, pensando forte, / dottai ben de la morte…». Nel Fiore è presente in venti occorrenze con il significato di ‘temere’ (il verbo temere ricorre invece solo tre volte). È particolarmente presente in questo gruppo di sonetti, cfr. XXX 5, XXXI 5 e 12, cfr. anche ridottava al v. 3 e dottosa in XXVII 13.

6. villani: nella sua accezione fondamentale il termine villano indica “colui che abita in villa”, cioè il contadino, contrapposto all’abitante della città. Tuttavia il termine ha anche il significato metaforico di “scortese”, “incivile”, contrapposto alle qualità del cavaliere cortese. Nel Fiore il villano è spesso lo Schifo, che è indicato come «ortolano / d’esto giardin» (VI 13-14); in un altro passo invece è lo Schifo a definire «mal villano» l’Amante che ha osato toccare il fiore (CCIII 6).

10. imbertescate: “munite di bertesche”, piccole torri aggiuntive che si usavano a complemento di una più massiccia fortificazione. Dal latino medievale brittisca (876) e bertisca (906), a sua volta dal lat. brittus, ‘bretone’, col senso originario di ‘abitazione protetta dalle intemperie’ (Battaglia). Cfr. francese antico bretesche, provenzale bertresca (documentato nel XII sec.).
Il termine non corrisponde a quello usato nel passo corrispondente del Roman de la Rose, dove si trova: «Les torneilles sont lez a lez, / Qui sont durement bataillies» (3800-02). Tuttavia è abbastanza frequente nella letteratura delle origini, cfr. G. Villani, 9-116: «I Ciciliani e gli usciti di Genova che della parte del porto non poteano prendere la città, perocché ‘l porto era tutto impalizzato e incatenato, e di sopra di grosso legname imbertescato di maraviglioso lavoro»; A. Pucci, Cent., 77-81: «Da Seravalle al Castel di Buggiano / era tutto steccato e ‘mbertescato, / con fossi larghi e cupi d’ogni mano»; Marchionne, Cronaca fior., 1378-85, Rubr. 592, pag. 214.11: «La brigata corsero tutti al Ponte Vecchio; quello trovarono isbarrato, ed armate e bertescate le torri, ch’erano sopra il ponte…».

12. porte caditoie: porte con dispositivo a saracinesca che si aprono dal basso verso l’alto, contrapposte alle porte apritoie che si aprono normalmente (OVI). Cfr. Doc. perug., 1326, pag. 22.10: «e vuole essere ella dicta torre II volte e II terrate e II porte l’una cadetoia a l’altra opretoia».
Il verso traduce il 3811 del Roman de la Rose: «Si a bones portes coulanz». Nelle fortificazioni medievali le caditoie erano aperture fatte negli sporti e sui ballatoi, da cui si facevano cadere sugli assalitori sassi o liquidi bollenti. L’aggettivo caditoio è usato anche in senso generico, “che è sul punto di cadere”, o in senso figurato, “caduco”.

Michela Piattelli

27 lunedì, gen 26 2009 

Gelosia

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Gelosïa, che stava in sospeccione,
ch’ella del fior non fosse baratata,
sì fe’ gridar per tutta la contrata
ch’a·llei venisse ciascun buon maz[z]one,
ch’ella volea fondar una pregione
dove Bellacoglienza fia murata;
ché ‘n altra guardia non fie più lasciata,
po’ ch’ella l’à trovata i·mesprigione:
«Ché la guardia del fior è perigliosa,
sì saria folle se ‘llei mi fidasse
per la bieltà ch’à ‘n lei meravigliosa».
E se Venùs’ ancora la vicitasse,
di ciò era certana, e non dottosa,
ch’e’ conver[r]eb[b]e ch’ella il fior donasse.

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Gelosia, che era timorosa di venire ingannata a proposito del fiore, fece leggere un bando per tutta la contrada: che da lei venisse ogni bravo muratore, che voleva costruire una prigione dove Bellacoglienza sarebbe stata incarcerata; che non sarà più lasciata sotto un’altra custodia, dopo che l’ha colta in fallo: «Che la guardia del fiore è pericolosa, e sarei folle se ponessi in lei la mia fiducia per la bellezza meravigliosa che c’è in lei». E se Venere tornasse a farle visita, di ciò era sicura e non incerta, che sarebbe inevitabile che Bellacoglienza desse il fiore.

1. sospeccione: “presunzione, per lo più basata su indizi e congetture, che qualcuno sia responsabile di un’azione illecita o delittuosa, o che sia avvenuto o possa avvenire un fatto dannoso” (Battaglia). Cfr. B.Latini, Rettor., 177-10: «Le disoneste sospeccioni sono le colpe ch’altre pensa in contra ad un altro, ma nolle pone davante al viso». Nel Fiore il termine ricorre in altre tre occorrenze nella forma sospezzone: CLXXI 14, LXVI 9, CCXXXII 10, dove fa sempre parte del sintagma “stare/essere in sospezzone”.

2. ch’ella [...] non fosse baratata: costruzione alla latina dipendente dal verbum timendi.

2. baratata: il verbo baratare (barattare), letteralmente “scambiare”, può avere anche l’accezione di “imbrogliare, frodare, truffare”, che può essere una conseguenza del commercio in piazza. Cfr. LXXXIX 8, XCI 7, CXLIX 5, CLXX 13, CXCIV 8.

3. gridar: il verbo può avere come accezione “bandire, divulgare il bando” (la grida era il bando, l’editto o l’avviso che le autorità facevano gridare pubblicamente dai banditori) e può essere costruito col discorso diretto (come qui ai vv. 9-11). Cfr. Latini volgar., I-82: «Faccia gridare per la cità che tutti cavalieri e borghesi de la cità c’hanno cavallo vadano a la ‘ncontra».

4. maz[z]one: dal francese maçon (sec. XII), da cui anche massone. Verso in corrispondenza con Roman de la Rose 3782: «Ou païs ne remest maçon / Ne pïonier qu’ele ne mant». Il termine non è attestato nel corpus dantesco.

5. fondar: nel Fiore ha sempre il senso concreto di “edificare, costruire”, cfr. XXVIII 1, LXXXII 4, LXXI 2, LXXIV 3, CCXII 14.

8. mesprigione: dal francese antico mesprison, ‘errore, colpa, offesa’. Sono attestate anche le forme mispregione, mespresone (Battaglia). Cfr. LXVI 11: «c[h]‘unque ver’ lei non fosti i·mesprigione», e VIII 7, «sanza mesprigione», “senza errore di calcolo”. Qui il verso può ricordare le parole di Bel Acueil nel Roman 3380-81: «Mes je n’osse por Chasteé, / vers qui je ne veus pas mesprendre». Inoltre la rima pregione : mesprigione ricalca la rima ricca mesprison : prison frequente nel romanzo. Il termine non è attestato nelle opere dantesche, dove si trova tuttavia il verbo misprendere. Cfr. anche mispreso nel sonetto precedente (XXVI 2).

9-11.«Ché la guardia del fior[...]ch’à ‘n lei meravigliosa»: inserzione improvvisa del discorso diretto, cfr. XIX 9-14.

13. certana: dal provenzale certan, presente in dodici occorrenze nella lirica dei trovatori (139,1~35,1, 32: «e da certan ben vil se deu partir», 167,45, 29: «vos fis certan homenatge»).
Ricorre spesso nella letteratura italiana delle origini, cfr. Uguccione da Lodi, Libro, XIII in. (crem.), 605, pag. 621: «Dolce Segnor, humel, soaf e plan, / Iesù de gloria, verasio Deo certan, / grand meraveia faìs de cinque pan / e de dui pessi q’ig apostoli trovàn…»; Fiore di rett., red. beta, a. 1292 (fior.), cap. 39, pag. 40.1: «Per la qual cosa possiam dire che Decio si portò saviamente, che, per campare la città sua, si mise alla morte a fedir tra’ nimici, e ricomperò per vil cosa, certana, e per piccola, grande».
Questo aggettivo non compare nelle opere di Dante (solo nelle Rime è presente l’avverbio certanamente), è invece molto frequente nel Fiore: cfr. VII 10, IX 12, XXII 7, XXVII 13, XL 1, XLII 7, LV 4, LVI 13, LXXV 12, LXXVI 5, XCVIII 5, CXXXIII 7, CXXXV 5, CXLII 10, CLII 9, CLIII 7, CLX 12, CLXIV 3, CLXXXVIII 6, CCIII 2 e 11, CCXXIV 9, CCXXVII 8, CLIX 13. Il termine si rileva anche in Detto 83 (dove ha valore avverbiale) e 84.

13. dottosa: “dubbiosa, incerta”, dal provenzale dobtos, francese antico doutous. Cfr. Roman de la Rose 620: «Ja de ce ne soiez doteuse». Termine molto diffuso nella lirica cortese, cfr. Giacomo da Lentini, c. 1230/50 (tosc.), 5.41, pag. 77: «Nulla bandita m’è dottosa / se non di voi, donna pregiata, / c’anti vorria morir di spata / ch’i’ voi vedesse currucciosa…»; Jacopo Mostacci (ed. Panvini), XIII pm. (tosc.), 4.13, pag. 152: «così ad ogn’ura / lo grande ben c’Amore m’à donato / tegno celato, / vivonde alegro e sonde più dottoso…»; ] Bonagiunta Orb. (ed. Contini), XIII m. (lucch.), canz.tta 3.4, vol. 1, pag. 265: «Uno giorno aventuroso, / pensando infra la mia mente / com’Amor m’avea inalzato, / stava’nde com’om dottoso, / da che meritatamente / non serve a chi l’ha onorato»; cfr. anche <Tesoro volg. (ed. Gaiter), XIII ex. (fior.)>, L. 8, cap. 21 (c), vol. 4, pag. 78.1: «Quale prologo conviene sopra dottosa materia». L’aggettivo è presente solo un’altra occorrenza in LXXIII 9, dove ha il valore di “timoroso”. Non è attestato in Dante Alighieri.

14. donasse: il verbo donare nel Fiore ha quasi sempre il significato generico ma intensivo di “dare”. Si rilevano solo due occorrenze nella Commedia dantesca, più diffuso nelle Rime.

Michela Piattelli

26 lunedì, gen 26 2009 

Lo Schifo

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Lo Schifo, quando udïo quel romore,
Conob[b]e ben ched egli avea mispreso,
Sì disse: «Il diavol ben m’avea sorpreso,
Quand’io a nessun uon mostrav’amore.
Ma s’i, colui che ven[n]e per lo fiore,
I’ ’l posso nel giardin tener mai preso,
I’ sia uguanno per la gola impeso
Sed i’ no’l fo morir a gran dolore».
Allora ricigna il viso e gli oc[c]hi torna,
E troppo contra me tornò diverso:
Del fior guardar fortemente s’atorna.
A[h]i lasso, c[h]’or mi fu cambiato il verso!
In poca d’or sì ’l fatto mi bistorna
Che d’abate tornai men ch’a converso.

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Lo Schifo, quando sentì quel trambusto, comprese bene di aver sbagliato e così disse: «Il diavolo mi aveva sorpreso quando mostravo amore a qualcuno. Ma se mai riesco a prendere prigioniero nel giardino colui che venne per il fiore, che io sia impiccato sui due piedi se non lo faccio morire con grande tormento». Allora arricciò il viso e roteò gli occhi, e diventò molto crudele con me: si dispose decisamente a sorvegliare il fiore. Povero me, il mio stato fu modificato! In poco tempo la situazione mi capovolse a tal punto che da abate tornai a essere meno di un converso.

1. romore: i rimproveri di Vergogna e Paura in XXV. Cfr. B.Latini, I-2258: «Davanti al segnore/ parea che gran romore/ facesse un’altra schiera».

2. cono[b]e: da conoscere nell’accezione di “comprendere, sentire; avvedersi di qualche cosa, averne piena cognizione, coscienza” (Battaglia). Per l’uso con ben cfr. Latini 1-93: «Ben conosco che ’l bene/ assai val men chi l’ tene/ del tutto in sé celato».

2. mispreso: “torto”, “colpa”, “peccato”. Dal francese antico mespris (participio passato di mesprendre, ‘sbagliare, commettere una colpa’), presente in cinquantadue occorrenze nella lirica dei trovieri (7,20, 17: «Guillames, vous avez mespris»). Cfr. Dante da Maiano 1-23-5: «Forte s’adasta ver’ la mia mispresa/ Amor, che sempre vòl ver’ me pugnare» e 1-34-6: «Saver dovete ben ch’è la mispresa, /onde colpate me, senza fallanza». Qui riprende Roman de la Rose 3638: «Alons a Dangier orendroit, / Si li mostron bien et dison / Qu’il a fete grant mesprison / Dont il n’a greignor poine mise / en bien garder ceste porprise». Cfr. Fiore CXIX 14: «Verso mia madre troppo misprendea».

4. a nessun uon: a qualcuno, cioè all’Amante. Per l’uso di uon come pronome impersonale cfr. nota XXXVII 3.

7. uguanno: dalla locuzione latina hoc/hocque anno, ‘in quest’anno’, da cui anche il francese antico oan (cfr. 59,6, 37 nei trovieri: «oan Robin ne lairai») e ouan (167,1, 21: «ne ferai ouan ami»). In questo caso è da intendere “sui due piedi” (Contini).

9. ricigna: gallicismo dal francese antico rechignier, derivato dal franc. *kinan, ‘storcere la bocca’ (Battaglia). Cfr. nella lirica dei trovieri 162,31, 122: «de rechignier nuit et jour duis».

10. diverso: in uso letterario “terribile, orribile, crudele, malvagio, perverso” (Battaglia). Cfr. Latini 1-190: «Io in tal corrotto / pensando a capo chino, / perdei lo gran cammino, / e tenni ala traversa / d’una selva diversa».

11. guardar: v. XXV 14.

11. fortemente: cfr. XXV 5.

12. A[h]i lasso: espressione molto frequente nella letteratura italiana delle origini, cfr. nota XLVIII 4.

12. mi fu cambiato il verso: espressione metaforica fondata sul lessico tecnico poetico (Contini). Riprende Roman de la Rose 3963: «Et je sui cil qui est versez!».

13. in poca d’or: cfr. VI 2.

13. bistorna: da bistornare, “capovolgere, rovesciare”. Cfr. Trattato dei peccati mortali [Tommaseo]: «Guastano il loro tempo e il bistornano, quando egli fanno della notte giorno, e del giorno notte»; Zucchero, Esp. Pater, XIV in. (fior.), pag. 26.3: «ed appiccola le cose mezzane, e tutte reca a bene e torna tutto giorno a buona parte, e cioè contro le tre malvage cose del maldicente, che accresce i mali ed abbassa i beni e le cose umane pervertisce e bistorna e travolge». Derivato dal francese antico bestorner, presente in una occorrenza nella lirica dei trovieri: 265,0337, 13: «li vint de li de sa loi bestorner».

14. che d’abate tornai men ch’a converso: l’abate incarna l’ufficio e la dignità ecclesiastica maggiori: è il superiore di un monastero autonomo, sul quale ha piena autorità, dirigendone in ogni aspetto la vita spirituale e materiale (così come la badessa è la superiora di un convento di monache). Il converso si trova invece all’ultimo gradino della gerarchia ecclesiastica: si tratta di un fratello laico (o suora laica) che frequenta le comunità monastiche dedicandosi ai servizi quotidiani e ai lavori manuali. La locuzione “divenire di badessa conversa” significa “decadere, scapitarci”, cfr. Aretino II-199: «Io ne cominciai a divenire di badessa conversa, seguitandogli di mano in mano pedagoghi e cortigiani».

Michela Piattelli

25 martedì, gen 20 2009 

XXV

Vergogna e Paura

Per lo Schifo trovar ciascun’andava,
per dirli del misfatto molto male;
e que’ s’avëa fatto un capez[z]ale
d’un fascio d’erba e sì son[n]iferava.
Vergogna fortemente lo sgridava;
Paura d’altra parte sì•ll’assale,
dicendo: «Schifo, ben poco ti cale
che Gelosïa sì forte ne grava,
e ciò ci avien per te, quest’è palese.
Quando tu, per la tua malaventura,
tu vuogli intender or d’es[s]er cortese
(ben sa’ ch’e’ non ti move di natura!),
con ciaschedun dé’ star a le difese
per ben guardar questa nostra chiusura.

Vergogna e Paura andavano a cercare lo Schifo per rimproverarlo del misfatto; e quello si era fatto un cuscino con un fascio d’erba e così sonnecchiava. Vergogna lo sgridava severamente; Paura lo aggredisce dall’altra parte dicendo: «Schifo, ti importa ben poco che Gelosia ci rimproveri così duramente, e questo accade per colpa tua, è evidente. Qualora tu, disgraziatamente, ora intenda essere cortese (è notorio che l’essere cortese non procede dalla tua natura!), devi stare in guardia insieme a ciascuna di noi per sorvegliare questo nostro recinto».

 

2. misfatto: gallicismo. Sono attestate le forme méfait (una sola occorrenza nella lirica dei trovieri: «et sans mefait mait sai raison ueee», 265,1569, 4), méffait (trentacinque occorrenze) e mesfait (trentaquattro occorrenze). Nella lirica dei trovatori è attestata la forma mesfait in una sola occorrenza (10,16, 38: «qant qe a mesfait al hors»). L’uso qui è indipendente dal Roman de la Rose, dove tuttavia mesfait è comune (Contini). Letteralmente il termine significa “cattiva azione”, “grave colpa”, “peccato”, ma può essere usato anche in tono scherzoso e con valore iperbolico (Battaglia): in questo caso il “misfatto” consiste nell’aver lasciato il fiore incustodito. Cfr. XXII 14: «Se que’ che ‘l basciò punto lo sgrana, non fia misfatto ch’uon poss’amendare» e CXXXIX 9-10: «E•cciò è MalaBocca maldicente, / Che [con]truova ogne dì nuovi misfatti». Al v. 2 del sonetto successivo troverà rispondenza in mispreso, formato col medesimo suffisso di negazione.
Il termine al plurale è usato da Brunetto Latini, Rettorica 78-20: «Ben puote alcuna fiata lo ‘mperadore e ‘l sanato avere provedenza in perdonare gravi misfatti» e nelle Rime dei Siciliani (A8 Notaro Giacomo, v. 40: «ca per mercè s’apaga un gran misfatto»).

3. capezzale: “cuscino lungo e stretto che si pone all’estremità superiore del letto”, dal latino volgare capitiale, a sua volta da caput, ‘capo’. Secondo Battaglia da capezza, ‘testa’, adattamento dallo spagnolo cabeza.
Termine che ricorre in alcuni documenti toscani, cfr. Doc. sen., 1298, pag. 109.26: «Ancho una materazza e uno chapezzale di bordo, piene di bambagia, istimate», Jacopone (ed. Ageno), XIII ui.di. (tod.), 3.36, pag. 10: «Ecco lo letto: pòsate, iace en esto graticcio; / lo capezal aguardace, ch’è un poco de pagliccio…».
Nel Fiore compare anche in CCIII 13: «Allor al capez[z]al m’eb[b]e pigliato», dove indica il colletto di un vestito. Anche in questa accezione è documentato in documenti toscani (cfr. Stat. sen., 1309-10 (Gangalandi), dist. 5, cap. 238, vol. 2, pag. 333.28: «Et se alcuno cittadino di Siena, assiduo abitatore, altro cittadino di Siena, assiduo abitatore, pilliarà ingiuriosamente per lo capezale o vero al petto, sia punito et condannato al comune di Siena in L libre di denari») e nel Sacchetti, Trecentonovelle CLXXVIII.

4. sonniferava: il verbo sonniferare letteralmente significa “dormire un sonno leggero”, ma per estensione anche “essere intellettualmente torpido”, “mentalmente pigro o inerte”, “dimostrarsi apatico o indifferente” (Battaglia), caratteristiche che ben si addicono allo Schifo.
Corrisponde a someillier del Roman de la Rose (v. 3675): «Il ot, en leu de chevecel, / A son chief, d’erbe un grant marcel, / E commençoit a someillier». Presente anche in Sacchetti, Trecentonovelle CXXXIX e CXCIX.

5. fortemente: sinonimo di “forte”. Nel corpus dantesco è un avverbio di uso del tutto isolato e sempre sostituito da forte, anche nella Vita Nova in cui cade un’unica occorrenza (II 4). Al contrario nel Fiore è frequente l’uso di fortemente alternato con forte, sempre anteposto al verbo cui si riferisce e con vario valore secondo il contesto (come “severamente” cfr. XXVI 11, CCIX 2; come antecedente di una consecutiva cfr. XX 3, XXXVII 8, CXXIV 14).

7. cale: da calere, impersonale difettivo (è usato solo alla terza persona ed al participio), “avere a cuore”, “importare”, attestato prevalentemente in forma negativa. Cfr. LXXVII.
Presente in Dante: 63-69, Inf. XIX 67, Purg. VIII 12, XXV 123, Rime CVI 112; Brunetto Latini, Tesoretto, a. 1274 (fior.), 2143, pag. 250: «E ancor non ti caglia / d’oste né di battaglia, / né non sie trovatore / di guerra o di romore».

10. per la tua malaventura: la locuzione preposizionale per (la) malaventura di vuol dire “disgraziatamente, con danno di qualcuno”. Cfr. Bonvesin, Volgari, XIII tu.d. (mil.), De Sathana cum Virgine, 120, pag. 32: «Lo Crëator te fé plu bel segond natura / E plu lucent ka ‘l sol ni altra crëatura. / De sí grand benefitio tu no voliss met cura, / Tu no ‘l recognoscisti per toa malaventura»; Bestiario toscano, XIII ex. (pis.), cap. 16, pag. 37.24: «Quando l’omo è d’amore preso, arivato è a mal porto; allora non è in sua balìa, e chi per sua mala ventura morisse in quello stato puote dire che sia morto in anima e in corpo». Tuttavia per può avere valore avversativo, dunque l’espressione si potrebbe tradurre “nonostante la tua depravazione morale”.
Il termine non è attestato in Dante, si trova invece in Brunetto Latini, Tesoro volg., L. 3, cap. 2, pag. 16.13: «Ed appresso v’è una grandissima terra, ch’è tutta piena di bestie salvatiche sì crudeli che l’uomo non vi puote andare. E sappiate che quella grande malaventura addiviene per li grandi gioghi ch’èn sopra il mare, che li barbari appellano Tabi».

11. cortese: termine di larghissimo impiego nella poesia dei trovatori provenzali ed italiani dei secoli XII e XIII; nel Fiore si cfr. in particolare XVIII 6, CXXXV 14, CXLII 4, CXLIII 13, CXLV 1, CXLVI 7, CLV 1.

12. move: da movere, qui usato nell’accezione di “suscitare, destare, ispirare un sentimento, una virtù, ma anche un gesto, una reazione” (Battaglia). Cfr. G. da Lentini, 23: «Amor mi move ‘ntenza […]»; Cavalca 20, 303. Per la morfologia è assai frequente l’uso di forme non dittongate accentate sulla radice, per probabile influenza latina e lirico-siciliana.

14. ben guardar: guardare nel senso figurato di “mantenere intatta e integra” una virtù, in questo caso la verginità. Cfr. Guittone 1 10 III: «Tutto ciò pogo o nulla Dio ama e pregia, ma donna casta quazi come sé ama. Quanto dunque, quanto guardare dovete bono tanto e tale, per cui graziose tanto e preziose, e fôr cui donna è vile come in via è sterco?».
Il verbo guardare in senso figurato compare molto spesso nel Fiore: nell’accezione di “stare attento” si ritrova nel contesto dei consigli di Prudenza dettati dalla Vecchia, cfr. CXLIX 13, CLXIV 6, CLXXIII 13, CLXXXIV 5; nell’accezione di “custodire, difendere” cfr. XXII 12, XXIII 10, XXVI 11, XXXI 13, CCXXXII 6-9, XIX 11 e 13, XXII 8 (sempre riferito al giardino: «Po’ del giardin sì mal guardò l’entrata»), XXX 10, LXXI 3, LXXII 11, CXXXI 4. Accompagnato dall’intensivo ben: XXIII 2 e 14, XXIV 12, XXV 14, LXXIII 12, CXCI 14, CXCII 1, CCVII 6.

14. chiusura: dal tardo lat. clusura (normale riduzione del più antico clausūra) o piuttosto derivato da cludere per claudere, quindi parallelo volgare della voce dotta clausura. Ha il significato di “recinto privato”, “terreno cintato”, con valore sfumante verso il figurato: il campo semantico della “chiusura” si riferisce anche alla castità della donna nell’immagine dell’hortus conclusus, ad esempio nel Cantico dei Cantici, cfr. Bibbia volgar. VI-64: «L’orto chiuso, sorore mia, sposa mia, l’orto chiuso, il fonte segnato». Il sostantivo non figura in Dante (tuttavia compare chiuso come “recinto” in Purg. III 79), si trova invece in Bencivenni IV 95: «Asprezza di vita è altresì come una forte chiusura per guardare il giardino del cuore» (anche qui si ha l’uso del verbo guardare nel senso di “sorvegliare”).

Michela Piattelli

 

217 mercoledì, nov 26 2008 

Venusso sì montò sus’ un ronzino

Corsiere, ch’era buon da cacciagione,

E con sua gente n’andò a Cicerone:

Sì comanda che sia prest’ al matino

Il carro süo, ch’era d’oro fino.

Imantenente fu messo i·limone

E presto tutto, sì ben per ragione

Che, quando vuol, puote entrar in camino.

Ma non volle caval per limoniere

Né per tirare il car[r]o, anzi fe’ trare

Cinque colombi d’un su’ colombiere:

A corde di fil d’or gli fe’ legare.

Non bisognava avervi carettiere,

Ché·lla dea gli sapëa ben guidare.

PARAFRASI

Venere montò su un cavallo da corsa, che era valido per la caccia, e andò con la sua scorta a Citerone: comanda che sia pronto per la mattina successiva il suo carro, che era di oro pregiato. Immediatamente fu messo il timone e approntata ogni cosa, di modo che quando vuole, può mettersi in cammino. Ma non volle cavallo da stanga, né per tirare il carro, e anzi fece portare cinque colombi da una sua colombaia: e li fece legare a delle corde fatte di fil d’oro. Non era necessario che ci fosse un cocchiere, perché la dea era un’ ottima guidatrice.

COMMENTO

1 Venusso: cfr. 216, 9; sus’: preposizione (semplice arcaismo o gallicismo per sus?). (Contini).

1-2 ronzino corsiere: ‘cavallo da corsa’. Per ronzino cfr. fr. e prov. roncin, nei trovieri occorre una volta, cfr. 44, 04 v.41 “n’ai cure de roncin lasser”; nei trobadori occorre 6 volte, cfr. 460, 01 v.42 “sol roncin m’en laissatz tornar”. Per corsiere cfr. fr. coursier prov. corsier ( corsiere è violento gallicismo), nei trovadori occorre 3 volte, cfr. 364, 18 v.25 “e s’ieu agues caval adreg corsier”.

2 buon da cacciagione: ‘valido per la caccia’.

3 e con sua gente: termine antico per ‘milizia, esercito; soldati, truppe’, Brunetto Latini, Rettorica 87-23 “ Uno cavaliere l’aperse [la porta] permettere dentro cavalieri e genti che veniano in aiuto a Lucca”; G. Villani, 10-13 “Castruccio con gran gente venne ad Altopascio per soccorrere se i bisognasse”; Fatti di Cesare, 183 “La gente di Cesare si mise a la fuga”; Cicerone: il manoscritto porta Cicerone. Cfr. 215, 8.

4 prest’ al matino: ‘pronto’ al mattino (gallicismo); Dal “Battaglia”: ‘compiuto, o da farsi immediatamente, entro poco tempo, con sollecitudine o senza indugio’, cfr. Boccaccio, Decameron I-5 (I-IV-66) “Finito il desinare, acciò che il presto partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta, ringraziatala…a Genova se ne andò”; S. Bernardino da Siena, III-354 “ Con buona faccia dà la limosina e allegramente e con buone parole e presto”.

6 limone: (violento francesismo da limons dell’originale) ‘stanga del carro, timone’.

9 limoniere: altro francesismo, è il cavallo che sta tra il limone (timone) del carro, il cavallo che guida l’andatura. Cfr. fr. limonier, nei trovieri occorre una volta, cfr. 204, 3 v.1 “Limonier, del mariage”.

11 colombiere: ‘colombaia’. Cfr. fr. e prov. colombier.

13 carretiere: ‘conducente, guidatore, auriga’. Cfr. fr.charetier.

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta

216 mercoledì, nov 26 2008 

«Molte salute, madonna, v’aporto

Dal vostro figlio: e’ priegavi per Dio

Che ‘l socor[r]iate, od egli è in punto rio,

Ché Gelosia gli fa troppo gran torto;

Ch’e’ nonn-à guar ched e’ fu quasi morto

’N una battaglia, nella qual fu’ io.

Ancor si par ben nel visag[g]io mio,

Che molto mi vi fu strett’ ed atorto».

Allor Venusso fu molto crucciata,

E disse ben che·lla fortez[z]a fia

Molto tosto per lei tutta ‘mbraciata;

Ed a malgrado ancor di Gelosia

Ella serà per terra rovesciata

No·lle varrà già guardia che vi sia.

PARAFRASI

“Molti saluti, madonna, vi porto da parte di vostro figlio: egli vi prega, in nome di Dio, affinché andiate in suo soccorso, o egli è in una situazione drammatica, poiché Gelosia lo danneggia a tal punto, che poco fa fu sul punto di morire in una battaglia, in cui anch’io fui presente. Si vede ancora chiaramente sul mio viso, che ci sono finita nel bel mezzo”. Allora Venere si adirò alquanto, e disse che la fortezza sarebbe stata immediatamente messa a fuoco e fiamme da lei. E malgrado anche la presenza di Gelosia, essa sarà rovesciata a terra e non le servirà la presenza di alcuna guardia.

COMMENTO

1 Molte salute: formula antica di saluto. È usato il plurale di saluta (dal lat. salus), cfr.215, v.14.

Salute (saluta/saluto) è una delle parole-chiave del lessico dantesco, con 56 occorrenze complessive, variamente distribuite (Rime 8; Rime dubbie 1; Vita nuova 17; Convivio 10; Inferno 1, Purgatorio 3, Paradiso 10. Inoltre si hanno 5 occorrenze nel Fiore e 1 nel Detto). La scarsa uniformità di questa distribuzione, caratterizzata da un accentrarsi delle attestazioni nella lirica giovanile e nel Paradiso, riflette l’importanza che nell’opera di Dante ebbero il tema dell’amore come impulso che produce l’elevazione spirituale del poeta per il tramite della donna-angelo, e quello della progressiva acquisizione della grazia santificante fino alla visione di Dio. Questi due motivi, così strettamente connessi con la qualificazione ideale e poetica di Beatrice, trovano nel vocabolo s. il loro cardine espressivo unificante. Lo consentiva la stessa storia della parola, che nella sua forma più latina e nel suo doppio valore di «saluto» e di «salvezza», presenti anche nel provenzale la salut, durava ancora ai tempi di Dante accanto alla forma schiettamente neolatina il saluto, che è un deverbativo da salutare. Salute, anche nella variante saluta, con il valore di «saluto» è infatti largamente attestato nella lingua del tempo; a voler prescindere dall’ambito dello Stil Nuovo, siano sufficienti gli esempi di Lotto di ser Dato ( «se saluta li è porta, / soavemente la rende» in Contini, Poeti I, 316) e dell’Intelligenza (292, 9 «e fanno ciò che Madonna comanda, / e rendon dolzi e soavi salute»). Ma fu soprattutto il modello del Guinizzelli a suggerire a D. e contemporaneamente o dopo di lui, agli stilnovisti, l’attribuzione al vocabolo dell’ambivalenza già ricordata e la tematica poetica che vi si connette «Passa per via adorna e sì gentile/ ch’abassa orgoglio a cui dona salute,/ e fa ’l di nostra fe’ se non la crede», “Io voglio del ver” 10. È qui il nocciolo della ‘loda’ di D., qui l’origine del valore assunto dal vocabolo che, pur continuando a significare «saluto», contemporaneamente esprime l’idea della profonda impressione benefica esercitata dalla donna-angelo su chi la vede.

Esempi di quest’uso così semanticamente pregnante, si hanno in Rime 50,12 «piacciavi di mandar vostra salute»; Vn 11, 1 «quando ella apparia da parte alcuna, per la speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea». Particolarmente significative sono le occorrenze di Rime 69, 9 e 13 «a che era degno donava salute/ …quella benigna e piana/ …Credo che de lo ciel fosse soprana, / e venne in terra per nostra salute». Osserva il Contini: “ salute, si dice, rima con se stesso al v.13. Ma si tratterà di rima equivoca; e qui salute varrà saluto, se addirittura non sarà un plurale di saluta”. […] Nel D. canonico saluta compare con certezza solo 2 volte: Vn 11, 4 «apparve manifestamente che ne la sua salute abitava la mia beatitudine”, dove il vocabolo ha già il valore ampiamente illustrato. Avrà naturalmente l’accezione più immediata e consueta in Rime 48, 6; e così in Fiore 216, 1 «Molte salute, madonna, v’apporto»; Detto 405 ( sempre che negli ultimi due casi, si tratti del plurale di saluta e non del singolare di salute). (Enciclopedia dantesca).

“ la donna de la salute”: del saluto, come specifica la relativa seguente. Ma per D. salute (normale la forma “latina” da salus, salutis, accanto alla neolatina saluto, deverbale da salutare come gastigo da gastigare, conforto da confortare) vale anche “beatitudine” in quanto, cristianamente, salvezza ( in 2, 5 ‘beatitudo’ traduce del resto la salute di Cavalcanti); e giuoca appunto sull’equivoco (cfr.11, 1, 3; 12, 6, “E di donne io vidi” 9 e 13, e 11, 4 «ne la sua salute abitava la mia beatitudine». (Per l’espressione donna de la salute, il Marigo, Mistica e scienza, p.43, rinvia a Ps., 37, 23 ( e 87, 2). “ Domine Deus salutis meae”.[1]

2 per Dio: ‘in nome di Dio’.

3 in punto rio: ‘in una situazione drammatica’(Rossi); rio: ‘doloroso, infelice (riferito alla vita,un periodo di tempo), cfr. Laude cortonesi, XXXV-II,13 “ Chi da te non sente dolcezza/ troppo è la sua vita ria”, Cino, 68 “ Perché nel tempo rio/dimoro tuttavia aspettando peggio”.

4 fa troppo gran torto: ‘in part. azione lesiva, offensiva nei confronti di qualcuno, prevaricazione, sopruso’, cfr. Rugieri D’Amici, XVII-19-20 “Ben farìa gran torto/ s’io inver voi fallisse”, Boccaccio III-4-68 “Ma tu m’hai fatto in alcun caso torto,/ però ch’io amo ed non son amato”(Battaglia); torto: s.m. ‘ciò che è contrario al diritto, alla ragione, alla giustizia’ (av.1294 B.Latini); ‘l’essere contrario, opposto alla ragione, al diritto, alla giustizia’ (av.1348 G.Villani). Lat. tortum, part. pass. del verbo torquēre, usato come contrapposto a dirēctum. Già Cicerone aveva scritto (Pro Caecina 77) “verba ac lettera jus omne torquere” […] (Cortelazzo-Zolli, DELI- Dizionario etimologico della lingua italiana).

5 e’nonn-a guar ched: ripete F. 140.

7-8 Ancor si par: ‘si vede ancora chiaramente’, è formula discorsiva ‘comica’, cfr. Inf. 23, 108 “ch’ancor si pare intorno dal Gardingo” (Contini); visaggio: ‘viso’ (cfr.14, 2 ecc.) gallicismo, fr.visage prov. visatge (cfr. F.43, 5; 47, 14; 74, 11; 86, 5; 166, 1; 216, 7; 224, 1). Nei trovieri occorre 22 volte, cfr. 192, 09 v.24 “Par crüel cuer et par simple visage”; nei trobadori occorre 6 volte, cfr. “franqu’ e gentils et ab plazent visatge”.

[…] Particolarmente nutrite le serie suffissali, la cui diffusione risponde al gusto intellettualistico, ipostasizzante, tipico del poemetto, più in generale, della poesia duecentesca. Per alcuni suffissi l’influsso del francese agisce congiuntamente a quello del provenzale (mediato attraverso la scuola sicula e siculo-toscana). È il caso delle serie formate con […] –aggio (boscaggio, coraggio, da maggio, fellaggio, lavoraggio, omaggio, servaggio, visaggio ecc.). L.Vanossi, “Dante e il ‘roman de la rose’. Saggio sul ‘Fiore’”, Firenze Leo S. Olschki.

8 strett ed atorto: ‘che ci sono finita nel bel mezzo’.

9 Venusso: cfr. 17, 1; crucciata: ‘adirata, irritata’, part. passato di crucciare, Dante, Inf. 11, 89 “ Tu vedrai ben perché da questi felli/ sien dipartiti e perché men crucciata/ la divina vendetta li martelli”, Boccaccio, III-I-117 “ Venere giustamente a noi crucciata”.

11 per lei: ‘da lei’; imbraciata: ‘incenerita, arsa’. È un francesismo, vale ‘ridurre in brace’, cfr. fr. embraser, prov. embrasar. Il verbo è già usato da B.Latini nel Tesoretto, 2666. Cfr.226,1. Nei trovieri occorre 3 volte, cfr. 65,50 v.12 “qui font l’amour embraser et esprendre”.

13 ella: ‘la fortezza’.

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta


[1] Dalla nota di D. De Robertis a Vn 3, 4.

215 mercoledì, nov 26 2008 

Franchez[z]a sì s’è de l’oste partita,

E Amor sì· ll’ à ben incaricato

Che· lli dica a la madre ogne su’ stato,

Com’ egli è a gran rischio de la vita,

E che sua forza è molto infiebolita:

Ch’ella faccia che per lei si’ aiutato.

Allor Franchez[z]a sì à cavalcato,

E dritto a Ceceron sì se n’è ita,

Credendo che vi fosse la dїessa:

Ma el[l]’ er’ ita in bosco per cacciare,

Sì che Franchez[z]a n’andò dritt’ a essa.

Sott’una quercia la trovò ombreare:

Quella sì tosto in ginoc[c]hie s’è messa,

E dolzemente l’eb[b]e a salutare.

PARAFRASI

Franchezza si è allontanata dall’esercito, avendogli Amore dato l’incarico di dire alla madre tutta quanta la situazione, il fatto che si trova in gran pericolo di vita, e che la sua forza si è di molto indebolita, affinché faccia in modo che egli riceva aiuto da lei. Allora Franchezza ha cavalcato ed è andata dritta al monte Cicerone, pensando di trovarvi la dea: ma quella se n’era andata nel bosco a cacciare, cosicché Franchezza andò dritto da lei. La trovò sotto una quercia a riposare (meriggiare): Franchezza subito si inginocchiò e in modo gentile la salutò.

COMMENTO

1 Franchezza: cfr.F.7, v.4. Anche nella forma Franchigia (cfr. F.79, 3) della baronia d’amore, raffigura la condizione di persona franca (cioè libera) e la nobiltà e libertà di sentire che vi sono associati, quindi la generosità verso l’amante (Rossi); oste: (cfr. F. 69) termine antico e letterario ‘forza militare, esercito,corpo di spedizione’, cfr.Testi fiorentini, 87 “ Daldulo venne a Roma per due volte con grande oste di popolo e di cavalieri”. Ricalca il R.d.l.r., “De l’ost, se portant les messaiges”. Nei trovieri occorre 16 volte, cfr.145, 4 v.2 “erroie en l’ost a Cynon”.

2 incaricato: ‘dato incarico’ (Parodi).

3 ogne su’ stato: ‘tutta quanta la situazione’.

4 com…della vita: cfr. F. 180.

5 infiebolita: ‘affievolita’, dal provenzale enfeblir.

8 Ceceron: il monte greco Citerone (Cicerone a F.217, 3, Ciceron F. 218, 6) era ritenuto nel Medioevo la sede di Venere per scambio onomastico con l’isola di Citerea, luogo della nascita e del culto di Venere secondo la mitologia classica (Rossi). Viene paleograficamente alterato questo nome (nei manoscritti della Rose frequenti le forme Ciceron, Cicheron, Chicheron, per cattiva lettura del morfologicamente vicino t); ita: dal lat. ire ‘andare’. È un termine letterario, usato solo in alcune forme (ite, ivo, ivi, iva, ivano, irimo, irite, irono, ito)

9 dїessa: ‘dea’, dal francese desse (è anche nel Detto, 79). Nei trovieri occorre una volta, cfr.265,1407 v.5 “ sosteneis les d’amours, dame et desse”.

12 ombreare: ‘stare all’ombra di un albero, godere l’ombra e la frescura’, anche in Fiore 74, 5 “Allor guardai e sì vidi ombreando/ di sotto un pin una donna pregiata”. Dal fr. antico ombreier, denom. da ombre ‘ombra’. Nei trovieri occorre una volta, cfr.265, 1318 v.4 “vi trois dame ombroier”.

14 dolzemente…salutare: ‘in modo gentile la salutò’. Dolzemente è un avverbio di uso tipicamente provenzale che rientra nell’ambito della poesia cortese; salutare: ‘ossequiare, riverire qualcuno rivolgendogli nell’incontrarlo o nel congedarsene parole, cenni o gesti di saluto e di augurio, che esprimono per lo più amicizia, benevolenza, deferenza’. Nella poesia delle origini, in particolare occitanica, siciliana, stilnovistica, all’idea di saluto si unisce il concetto di salute, cioè di beatitudine, salvezza spirituale, cortesia, gentilezza d’animo infuse dallo sguardo o dalle parole della donna nell’interlocutore, cfr. Dante, Vita nuova, 26, 5 “Tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia quand’ella altrui saluta/ ch’ogne lingua deven tremando muta/ e l’occhi no l’ardiscon di guardare”; Fiore, 75, 1 “Col capo inchin la donna salutai” , Chiaro Davanzati, 49, 14 “Sì piacemi ancora a dismisura/ a bella donna savio ragionare/ e ch’aggia in sé avenante portatura,/ e ciò ch’ama il marito deggi’ amare/ e se n’andando fa bella andatura,/ ed avenantemente salutare”.

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta

214 mercoledì, nov 26 2008 

Molto durò tra­ llor quella battaglia,

Che ciascun roba e carni vi si straccia.

L’un l’altro abatte per forza di braccia.

Non fu veduta mai tal trapresaglia,

Che que’ d’entro facien troppo gran taglia

Di que’ di fuor; Amor allor procaccia

Che tra lor una trieva sì si faccia

Di venti dì,o di più, che me’ vaglia:

Ch’e’ vede ben che mai quella fortez[z]a,

Se lla madre non v’è, non prendereb[b]e.

Allor la manda a chieder per Franchez[z]a.

Contra colei sa ben non si ter[r]eb[b]e:

Che s’ella il su’ brandon ver’ lor adrez[z]a,

Imantenente tutti gli ardereb[b]e.

PARAFRASI

La battaglia durò tra loro così tanto che ciascuno si stracciò le vesti e le carni. L’uno abbatte l’altro a forza di braccia. Non fu mai vista una mischia del genere, tale che quelli che stavano dentro la mischia facevano strage di quelli che stavano fuori. A questo punto Amore decide che si faccia una tregua di venti giorni o più, che possa meglio giovare: poiché si rende conto che se non c’è la madre non potrebbe avere la forza necessaria e quindi la manda a chiamare attraverso Franchezza.

Contro di lei (Venere) sa bene (Amore) che la fortezza non resisterebbe, perché se Venere alza la sua fiaccola immediatamente li arderebbe tutti.

COMMENTO

2 roba: ‘vesti’, francesismo.

4 trapresaglia: (hàpax) “mischia” (dal francese, anche della Rose, sei entreprendre “azzuffarsi”), cfr.F.213,14.

5 taglia: dal francese taille, non della Rose, “macello”. Nei trovieri occorre 9 volte, cfr. 265, 0049 v.68 “taille couvint refaire”.

6 procaccia: ‘far sì che qualcosa accada o sia ottenuto, o conseguito, anche in relazione con una proposizione subordinata, Fiore, 48, vv.9-11 “Ciò m’a Mala-Bocca procacciato/che svegliò Castitate e Gelosia/ sì tosto com’i’ ebbi il fior basciato”.

7 trieva: francesismo ‘tregua’, cfr.F.139, v.14.

8 vaglia: forma antica ‘servire, giovare’, Inf.I, 83 “O de li altri poeti onore e lume,/ vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore/ che m’ha fatto cercar lo tuo volume.”

11 Allor…Franchezza: ricalca “(Sa mer) mande par Franchise”; chiedere: ‘cercare, chiamare’.

13-14: questi due ultimi versi non hanno riscontro con il passo citato del R.d.l.r. e quindi debbono ascriversi all’invenzione dell’autore del Fiore (Marchiori); brandon: (cfr.F.17, ‘fiaccola’, fr.brande, prov.brandon (ital.brando, antico tedesco brand ). Nei trovieri occorre una volta, cfr.265, 0472 v.27 “la moiche et le brandon”; adrezza: ‘dirige’, gallicismo (cfr. F.183, v.7).

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta

213 mercoledì, nov 26 2008 

Quando Sicurtà vide c[h]’Ardimento

Contra Paura avea tutto perduto

Sì corse là per dargli il su’ aiuto

E cominciò il su’ tornїamento.

Ma contra lei non eb[b]e duramento:

Paura quello stormo eb[b]e vincuto,

E anche un altro, s’e’ vi fosse essuto.

Ma Sicurtà sì eb[b]e acorgimento:

Ispada e scudo gittò tosto in terra,

E۠ mantenente con ambo le mani

A le tempie a Paura sì s’aferra.

E gli altri, ch’eran tutti lassi e vani,

Ciascun si levò suso, e sì s’aterra

A quella zuffa, com’ e’ fosser cani.

PARAFRASI

Quando Sicurtà s’accorse che Ardimento era stato sconfitto da Paura, si precipitò lì per soccorrerlo e iniziò il suo assalto. Ma contro di lei non resistette a lungo: Paura vinse quella gara, e se ci fosse stata ne avrebbe vinta anche un’altra. Ma Sicurtà fu ben accorta: gettò subito a terra spada e scudo e immediatamente con entrambe le mani afferra le tempie a Paura. E gli altri, che erano tutti stanchi e senza forze, ad uno ad uno si rialzano e si gettano nella zuffa come (se fossero) cani.

COMMENTO

1 Sicurtà: cfr. F. 79,6. Sicurtà sta per sicurezza d’animo (Petronio), coraggio: infatti affronterà Paura insieme ad Ardimento; Sicurtà fa anche parte della Baronia d’amore (cfr. F.79,6); vide ch’: cfr.F.211,13 (veggh’io).

2 avea: viene dal latino habebat.

3 il su’ aiuto: elisione. La lingua antica ammetteva l’apocope più spesso e talune forme apocopate sono rimaste a lungo nella lingua poetica.

4 tornїamento: ‘la sua battaglia’. Dal provenzale tornejamen.(fr. tourneiement). Nei trovieri occorre 5 volte, cfr. 114, 1 v.7 “li tournoiement plevi”. Nell’Ovi occorre 58 volte, cfr. Novellino XIII u.v., 60 v.16 “cioè un torniamento feggia”.

5 Ma…duramente: ricorre il tema del ‘durare’ (cfr.212, 5) [durare nell’amor cortese=Durante].

6 stormo: sostantivo maschile antico, ‘moltitudine di gente radunata per combattere, branco’. Longobardo storm (cfr.ted. sturm ‘attacco’) pare preferibile al prestito dall’a.fr. e prov.estorn (Battisti-Alessio, Dizionario etimologico italiano). Occorre nell’Ovi 168 volte, cfr. B.Latini, Retorica, parte non numerata 1, v.20 “sicchè paia che coninci lo stormo e sia nella battaglia” ; ebbe vincuto: propriamente ‘ebbe vinto’, ha valore perfettivo (gallicismo). Forma analogica di participio passato sul tipo di venduto, creduto.

7 essuto: ‘stato’ participio passato del verbo essere (cfr. F. 146), è la forma piena del participio passato di essere (più banale l’aferetico suto ‘stato’, peraltro estraneo all’uso dantesco).

8 ebbe accorgimento: ‘fu ben accorta’. Nell’Ovi occorre 8 volte, cfr. Fatti di Cesare XIII ex., p.236, v. 23 “fu di grande acorgimento che si mozzò incontanente il braccio”.

9 mantenente: ‘subito, immediatamente’. Mantenente o mantinente è italiano antico, Brunetto Latini, I-459 “ Per quel trapassamento/mantenente fu miso fora di Paradiso”.

10 mani: la clausola ricompare nell’Inferno in identica posizione a Inf. 8,40 come qui in rima con ‘cani’, 42 (cfr. anche Rime 106,83 “ambo mano”sempre prossimo cane pure in clausola, 81(Rossi).

11 s’aferra: cfr.F.112,8 (“Ch’uon ch’è truante col diavol s’aferra”), ‘s’abbraccia col, è afferato dal’.

12 lassi e vani: ‘stanchi e senza forze’, endiadi. Cfr. Binduccio Dello Scelto-128 “ Divento sovente palido e vano” (per l’accezione antica di vano nel senso affine a lasso).

12-13 gli altri…Ciascun: (più verbo al singolare): costruzione ad sensum; lassi e vani: riecheggia la clausola (altrove ) di Jean lasse et vaine.

13. aterra: correzione di “aferra” ripetuto.

14. com’…cani: il verso si scompone in elementi di clausola dell’Inferno “a questa zuffa”, Inf.7, 59 e “come cani” Inf.6, 19 (in rima con mani, cfr. sopra alla nota al v.10) [Rossi].

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta

212 mercoledì, nov 26 2008 

A la sua spada mise man Paura

Per soccor[r]er Vergogna sua vicina:

A Ben-Celar diè per sì grande aina

Ched e’ fu della vita inn-aventura.

Contra leї battaglia poco dura:

Ardimento s’occorse alla miccina

Con una spada molto chiara e fina,

E sì lle fece molto gran paura.

Ma tuttavia Paura si conforta

E prese cuore in far sua difensione

E disse c[h]’ameria me’ d’esser morta

C[h]’Ardimento le tolga sua ragione:

Allora in testa gli diè tale iscorta

Ched ella ‘l mise giù in terra boccone.

PARAFRASI

Paura impugnò la sua spada per prestare soccorso a sua cugina Vergogna. Colpì Ben-Celare con un odio tale che egli fu a rischio della vita. Lo scontro contro di lei dura poco: Ardimento contrastò la ragazza con una spada lucente e ben forgiata e in tal modo la spaventò molto. Ma tuttavia non si perde d’animo (si rianima) e prese coraggio a difendersi e disse che preferirebbe di morire piuttosto che Ardimento le togliesse quanto di sua spettanza. Allora lo colpì in testa con una provvigione così grande da farlo finire a terra bocconi.

COMMENTO

1 A…man : mettere mano nel senso di afferrare qcs. per servirsene per un determinato scopo: m. mano alla spada, alla penna (dal De Mauro “Grande dizionario italiano dell’uso” Utet).; Paura: cfr.211.

2 vicina : probabilmente errore per ‘cugina’.

3 diè : battere, percuotere, colpire; dare a qualcuno: picchiarlo, ferirlo, Romanzo di Tristano, 2 “Lo re mise mano a la spada e diede a Pernam nel capo”; Boccaccio, Decameron, 9-8 “E stracciatagli la cuffia in capo e gittato il cappuccio per terra e dandogli tuttavia forte, diceva: -Traditore-”; per sì grande aina: modale; aina: cfr.(pure in rima) XXIV,5, è un crudo francesismo, haine, ‘odio’. Nei trovieri occorre una volta, cfr. 2,23 v.16 “despis, haine et maus tous”. Nell’Ovi occorre due volte cfr. Castra XIII (march.), (parte non numerata 1) v.2 “Cetto cetto sa gia in grand’aina”.

4 inn-aventura : “in rischio” cioè a rischio della vita, cfr. Fiore 81 v.11 “vi mettete in avventura”, l’originale francese “Metez vous en en aventure”. Nei trobadori aventure (da sola) occorre una volta, cfr.461,124 v.152 “tot per m’aventure”. Nei trovieri occorre 99 volte, cfr.33,1 v.12 “qui plus vous sert, plus es en aventure” Nell’Ovi occorre 27 volte, cfr.Tristano Ricc.XIII ex.(tosc.), cap.74 v.20 “ti trova, che ttue sarai [in] aventura dela persona

5 contra : termine antico e letterario (alternativo a contro) che indica avversione, ostilità.

6 s’occorse: termine antico ‘opporsi, frapporsi, contrastare, assalire’, Boccaccio VIII-3-169 “Vien’ tu Giove…chi è più degno di te d’occorrere alle mie forze?Vieni e occorri con tutte le forze tue!”; miccina: (crudo) francesismo da meschine ‘ragazza’. Nei trovieri occorre 5 volte, cfr.2, 05 v.15 “une caitive meschine”. In questa accezione, ossia come francesismo, questo termine compare solo nel Fiore.

7 chiara e fina: ‘lucente e ben forgiata’.

9 conforta: verbo antico usato anche assoluto ‘darsi animo, acquistare coraggio’, Dante, Vita nova, 5, 46 “Allora mi confortai molto, assicurandomi che lo mio secreto non era comunicato lo giorno altrui per mia vista”(Battaglia).

10 prese cuore: ‘prendere coraggio’, B. Davanzati, II, 20 “Ora dall’inresoluzione e viltà di chi perde tempo, piglierà cuore a fare il principe”; dimensione: gallicismo ‘difesa’.

12 ragione: (per lo più al plurale), diritto soggettivo, facoltà, titolo legale che fonda una pretesa o un potere (anche in senso figurato), Iacopone, 5-11, “lo gusto sì dà ‘l libello, domostranno sua rascione”.

13 gli diè: nella stessa accezione di v.3; iscorta: (con i prostetica) ‘provvigione’, usato in senso ironico.

14 ched’: cfr.211.

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta

211 mercoledì, nov 26 2008 

Molt’era buon guer[r]ier quel Ben-Celare:

Alzò la spada e sì fiede Vergogna

Sì gran colpo ched ella tutta ingrogna,

E poco ne fallì d’a terra andare.

E poi la cominciò a predicare,

E disse: « Tu non devi aver vergogna

Di me, chéd’ e’ nonn-à di qui a Bologna

Nessun c[h]’un fatto saccia me’ celare

Che saprò io, e perciò porto il nome».

Vergogna sì non sep[p]e allor che dire.

Paura la sgridò: « Cugina, come?

À tu perduto tutto tuo ardire?

Or veg[g]h’i’ ben che vita troppo †dura†,

Quando tu ài paura di morire».

PARAFRASI

Ben-celare era veramente un ottimo combattente: alzò la spada e assestò un colpo così forte a Vergogna da intontirla completamente, e solo per poco non finì a terra. Dopodichè cominciò ad ammonirla dicendo: «Non devi vergognarti di me, perché non esiste nessuno da qui a Bologna capace di nascondere un fatto meglio di me, per questo motivo ho questo nome». Vergogna rimase senza parole. Paura la rimbrottò: « Cugina, ma come? Hai dunque perduto tutto il tuo coraggio? Adesso mi accorgo che la tua vita troppo †dura†, visto che temi la morte.»

COMMENTO

2-3 ‘Ferisce Vergogna con un colpo così violento’: la costruzione ricalca l’originale francese.

2 fiede: fedire (fiedere) ‘assestare un colpo (di spada o di lancia) a un avversario’, cfr. Ariosto, Cinque Canti, 5-85: «Arresta un’alta lancia, e’ o’n mezzo il petto/ a tutta briglia il Paladino fiede,/ e lo riversa sì che de l’elmetto/ una percossa grande al terren diede» (Battaglia).

3 ingrogna : ingrognare (anche ingrugnare) ‘restare stordito’ (ant.). È un autentico apax, nel senso che non è attestato altrove nella tradizione lirica, compare soltanto qui.

4 fallì: ‘mancò’.

5 predicare: con il compl. oggetto della persona a cui si rivolge ‘ammonire, ammantare, indirizzare al bene, persuadere, catechizzare, convertire’, Ritmo di S.Alessio, XXXVI, I-24: « Solu Sanctu Alessu co la molge resta:/ or la prese ad predicare e non dao resta./ Or la comenza ad predicare,/ sapiamente ad favellare.»

8 saccia: è voce antica e dialettale, con funzione di servile seguito da un infinito: essere in grado di fare una determinata cosa, avere l’abilità necessaria per eseguirla, riuscire a farla, Dante, Inf. I, 10: “Io non so ben ridir come i’ v’intrai [nella selva]/ tant’era pien di sonno a quel punto/ che la verace via abbandonai; Par. I,6: “Vidi cose che ridire/ né sa né può chi là su discende”; me’ : apocope di meglio (cfr. XXIII 13 ecc.) (Battaglia); celare : Sottrarre alla vista, nascondere, tener segreto, viene riferito sia a oggetti fisici sia a entità astratte, contenuti mentali, concetti, opinioni, idee. Qui viene usato per esplicitare la caratteristica della personificazione del v.1 (Ben-Celare).

11 Paura: Personificazione dei principali sentimenti che si oppongono alla soddisfazione amorosa. Vergogna è figlia di Ragione e cugina di Paura.

11-12: il punto interrogativo dopo ‘come’ è stato introdotto per suggerimento di Pg 27,43 [“Come?/ Volenci star di qua?] e secondo la più opportuna lettura di Inf. 10,67 [“Come/ dicesti? Elli ebbe?].

13-14 che viltà troppo dome…morire: ‘che controlli (dome) davvero bene la viltà, dal momento che (quando) hai paura di morire’. L’emendamento dome introduce un valore antifrastico alle parole di Paura ed è sostenuto dal rinvio alla domanda di Virgilio a Inf. 2, 122-123 “Perché tanta viltà nel core allette/ perché ardire e franchezza non hai?” (Castellani) [Rossi]; Giustamente il Petronio (p.358) fa notare che questo verso non rima con quelli precedenti 9-11 e pur seguendo sia la lezione del Castets che del Parodi e del Mazzantini, sottolinea la lezione data dal Weise che legge “or veggh’i’ bench’en vita troppo sto me” ossia, ‘mi accorgo bene che sto da troppo a lungo in vita dal momento che ecc.’. spiega quindi che ‘sto me’ sarebbe una rima composta, in uso nel ‘200. Effettivamente la rima non esiste, dobbiamo anche qui ricordare che questi versi non corrispondono al R.d.l.r., per cui non vi può essere neppure un tentativo di ricostruzione; pur osservando l’errore, dobbiamo prescindere da ogni correzione, e di fatto accettare la lezione riportata dal manoscritto (Marchioni); a mio avviso potrebbe essere “pome” inteso nell’accezione di “oggetto di desiderio adempiuto; soddisfazione amorosa”, “assaggiare il dolce pomo”, ovvero congiungersi carnalmente. È attestata in Monte la rima come/nome/pome, anche se non guasta: Monte, 29: «Dico vi come/…ma non per nome/… e’ vi à un pome.)

13 Or veg[g]h’i’ ben : formula discorsiva ‘comica’; il discorso comincia col vocativo cugina (v.11), ricorda però innanzitutto Pg 24, 55 “O frate, issa vegg’io”; veggh’ : sta per ‘capire, intendere, discernere con l’intelletto, cogliere una persona in una determinata condizione fisica o psicologica o in un’attitudine o situazione particolare (per lo più in relazione con il compl. pred. dell’oggetto e con una prep. subordinata), Goldoni, VII-1261, “Non sarebbe fuor di proposito la mia confusione veggendo voi estremamente torbata”.

14 ài : la seconda persona (ai) risale ad un latino volgare as, il cui –s è conservato nel lombardo e nel veneto antichi. Nel veneto si usa ancora oggi nelle forme interrogative ‘astu’ negli altri casi subentrato ad ai (da un precedente ae?). Nel toscano ai si abbrevia comunemente ad a (cfr. v.12) (G.Rohlfs “Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti” vol.2, p.272).

Concetta De Falco, Eleonora Coppoletta

204 sabato, nov 22 2008 


Vergogna e Paura

Po’sentì ‘l fatto Vergogna e Paura,
quand’ell’udiron quel villan gridare,
ciascunasì vi corse a·llui aitare,
e quello Schifo molto s’assicura.
Idio e tutti i santi ciascun giura
Ched el[l]e ‘l mi faranno comperare:
allora ciascun mi cominciò a buttare;
molto mi fecer dispett’ e ladura;
e disson ch’i’ avea troppo fallato,
po’che Bellacoglienza per su’ onore
e lei e ‘l suo m’avea abbandonato,
ched i’ pensava d’imbolarle il fiore.
Dritt’era ch’i’ ne fosse castigato,
sì cg’i’ ne stesse ma’ sempre in dolore.

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Poiché Vergogna e Paura vennero a conoscenza di quanto accaduto, avendo udito gridare quel rozzo, entrambe accorsero ad aiutare lo Schifo che molto se ne rincuorò.
Ciascuno giura per Dio e per tutti i santi che l’avrei pagata cara. Allora tutti iniziarono a spintonarmi, con grandi gesti di disprezzo e ingiurie, dicendo che la mia colpa era stata troppo grande, poiché Bellacoglienza per il suo onore mi aveva lasciato se stessa ed ogni sua cosa, ed io pensavo di rubarle il fiore. Era giusto che io venissi punito cosicché ne provassi eterna pena.
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1. Po’: “poiché”, congiunzione, qui con valore  temporale, ‘dopo che’, ‘dal momento che’, ‘giacchè’, anche nella loc. “a poi che”, “da poi che”. Variante antica da “poi ke”. Quando assume valore temporale, introduce un indicativo. Cfr. anche Pier della Vigna v.10 , 647: “Po’ ch’amor si faze sentire/dentro dal cor signorezar la zante”; Dante Alighieri, Inf. I,28: “Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso/ripresi via per la pioggia diserta”.
sentì: ‘venne a conoscenza’, ‘seppe’. Singolare, riferito ai due soggetti posposti Vergogna e Paura. Dal lat. sentire, part. pass. sensus, ‘ricevere un’impressione per mezzo dei sensi’, ‘percepire con la mente’, ‘intendere’,‘conoscere’, ‘giudicare’. Cfr. Novellino, XXVIII, 856 «La madre il manifestò aun’altra donna e quella a un’altra. Tanto andrà d’uno in altra che tutta Roma il sentì»; Giovanni Boccaccio, Dec.,5-3 (I, IV, 164) «Per interposta persona sentito che aggrado l’era, con lei si convenne di doversi con lui di Roma fuggire». Vergogna: soccorsa da Paura in CCVIII 13-CCXII; resiste a Venere in CCXX,9 sgg. che la rimbrotta in CCXXI; infine la sua fuga in CCXXV,13. Paura: insieme con Vergogna, sua cugina in CCXI,11, e sua fida compagna è messa alla custodia di Bellacoglienza da Castità e Gelosia in XIX,9 sgg; sono tra i portieri del castello di Gelosia in XXX; corrono in aiuto allo Schifo, dopo le prime concessioni all’Amante di Bellacoglienza, incatenano costei e maltrattano l’amante in CCIV,CCV.

2. villan: ‘rozzo’, riferito allo Schifo, così denominato fin dalla sua comparsa in VI,11. Dal b. lat. villanus composto da villa “casa di campagna” e dalla desinenza -anus indicante “appartenenza a qualche luogo” come in montanus, urbanus et sim. ‘Uomo del contado, che vive in campagna e lavora la terra’, ‘contadino’. Nel medioevo indicava il servo della gleba che risiedeva nel podere che coltivava. Per estens. ‘che è di estrazione sociale bassa’, ‘umile’, ‘maleducato’, ‘che ha modi incivili, irrispettosi, offensivi’. In particolare nel linguaggio della poesia cortese ‘che è privo di nobiltà, di gentilezza d’animo e quindi non è atto ad amare e a contraccambiare l’amore’. Ant. fr. vilain, prov. vilas. Ottantanove le occorrenze nella lirica francese 7,02-st. 5, v.4 «par costume sont vilain traïtor»; cinquantaquattro nella lirica provenzale 82,25 v. 2 «que le segles es vilas e malvatz». Cfr. Guittone, Lettere in prosa, 10 «unde esso, che/ nnon mai ingiuria fare, non villano, né laido è»; Dante Alighieri, Conv., IV, VII, 9: «Quelli che dal padre o d’alcuno suo maggiore buono è disceso ed è malvagio, non solamente è vile, ma vilissimo e degno di ogni dispetto e vituperio più che altro villano».

3. aitare: ‘aiutare’, ‘porgere soccorso, difesa, favore, protezione’, ‘fare oggetto di aiuto o di assistenza’, ‘soccorrere’, ‘agevolare’, ‘proteggere’. Dal lat. adiutus, onde *adiutare, supino ed intens. di adiuvare che ha lo stesso valore ed è composto dalla part. ad “a, verso” e iuvare, supino iutum “giovare”. Prov. ajudar. Tredici le occorrenze nella lirica provenzale 21,1 v. 33 «e no m’en vol ajudar»; Dante, Purg. IV, 133 «se orazione in prima non m’aita»; Jacopone (ed. Contini) 13, v. 17 «Or chiama i parenti, che te venga aitare». Nel Fiore anche atare, cfr. CCIX 10.

4.Schifo: dal fr. dangier “ritrosia, pudore”. Vieta all’Amante di cogliere il Fiore, VI,11 sgg fino al VII; fa parte dei portieri del castello di Gelosia, XXX 6; CXCIV 7; assale l’Amante dopo i primi consensi di Bellacoglienza, CCIII 5; e con Vergogna e Paura incatena costei CCV.

s’assicura: ‘si rincuora’, ‘si rassicura’. Da “assicurarsi”, qui nel senso di ‘acquistare sicurezza’, ‘riprendere coraggio’, ‘tranquillizzarsi’, ‘sentirsi sicuro, tranquillo’. Lo Schifo è rincuorato dal giungere in suo soccorso di Vergogna e Paura. La clausola è identica a quella di XXXVIII,14. Cfr. Dante Alighieri, Inf., XXVIII, 115: «E vidi cose che io avei paura, /sanza più prova, contarla solo;/se non che coscienza m’assicura/ la buona compagnia che l’uom fiancheggia,/ sotto l’asbergo del sentirsi pura»; Giovanni Boccaccio, Rime, I, 23 «con la sua faccia angelica e polita,/ or pena etterna or dolcezza infinita/ mi mostra, or m’assicura ora mi spave».

5.giura: qui con valore assoluto, regge “Idio e tutti santi” con valore dativo. ‘Affermare’, ‘promettere solennemente con un giuramento’, dal lat. iurare per iusare (iure-iurare) che è radicato nella voce di ius ‘diritto’,‘ragione’, ‘ciò che è giusto’, ‘ciò che è dovuto a qualcuno’: secondo gli antichi giuristi è propr. ‘chiamare la divinità in testimonianza di un diritto, di ciò che è giusto, della verità di ciò che si dice, imprecando contro di sé ove si mentisca o non si adempia una promessa’. Più semplice e più corretto è però riferirlo a jus nel senso originale di ‘legame’,‘vincolo’, propriamente ‘legarsi’, ‘impegnarsi’, ‘obbligarsi’. ‘Chiamare in testimonianza o i santi, o alcuna cosa sacra, per corroborare il proprio detto od obbligare la propria fede’. Prov. jurar. sedici le occorrenze nella lirica provenzale, 10,31, v. 24 «ben puosc jurar Dieu e Sain Nicholau».

6.[...]’l mi faranno comperare: ricalca la locuzione fr. le comparer o anche assoluto: ‘pagar cara’. comperare: ‘comprare’, ‘ottenere il possesso di un bene mediante il versamento di una somma di denaro’,‘acquistare’,‘acquisire un bene o un vantaggio con la persuasione’, ma anche ‘pagare il prezzo di una colpa’. Dal. lat. comparare, propr.‘agguagliare’,‘paragonare’, perché il compratore deve prima conguagliare il prezzo con la  cosa che riceve in cambio. Ant. fr. comparer; diciotto le occorrenze nella lirica francese 84, 27-st. 3, v. 18 «qu’il m’est avis que la doi comparer». Fatti di Cesare, Luc. V, 7, 162.3 «Coloro che questa discordia cominciaro, la compraranno, e non ànno altro a fare che distendare loro teste, e ricevare lo taglio de la spada»; Bind. d. Scelto (ed. Gozzi), 157, 216.29 «Ma io vi dico che tale la comprarrà che non ci avrà colpa».

7.buttare: gallicismo. ‘Imprimere un movimento a qlco. o qlcu. per allontanarlo da sé o per levarlo dalla sua posizione o per mandarlo in una nuova posizione o contro o dentro qualcos’altro’, ‘spintonare’, ‘allontanare con spregio’, ‘dare colpi o spinte’, ‘percuotere’. Ha lo stesso etimo di “botta” che si trova in una radice germ. bot col senso di ‘spingere’. Altri lo riconducono al lat. pultare ‘urtare’, ‘picchiare’, e “botolare” (per “voltolare”) perduta la [ l ] per influenza del germ. bauton, bautan. Ant. fr. bouter. Cfr. Anonimo Rom., Cronica, XIV, 16, «L’onna buttava e moveva lo legno da lato in lato»; Tristano Cors., 56.39 «Et alora el se trade avanti per seno e comença a butar soi colpi de sì gran força ch’ello taia quanto ello açonç». 6 le occorrenze nella lirica francese 91,1-st. 1, v. 6 «or n’ i a fors jus bouter».

8.ladura: gallicismo, ‘l’essere laido’, ‘sporcizia’, ‘bruttezza’,‘infamia’, ‘parola o azione oscena’, forse prestito di laideur (dal fr. laid da cui anche l’it. laido) con riduzione toscana del dittongo ascendente come lada in CXCIV,10, a differenza di laidura in LXXXI,13. Forse dall’ant. b. ted. laidh ‘esoso’, ‘ingrato’, ‘cattivo’ e propr. ‘affligente’, ‘spiacevole’,‘che è sgradevole ai sensi’. Cfr. Roman de la Rose v.14987 laidure. Cfr. Brunetto Latini, Tesoretto, v. 1776 «chè molti sconoscenti/ troverai fra le genti,/ che metton maggio cura/ d’udire una laidura/ ch’una cosa che vaglia»; Zucchero, Esp. Pater, 28.2 «anzi soffera fame e sete, freddo e caldo e laidura,e molte amaritudine». Nove le occorrenze di laidure nella lirica francese 258,8-st 1, v. 6 «si que nus n’ en dit laidure».

9.fallato: ‘commesso una colpa’, ‘mancato’, ‘peccato’, ‘che non ha mantenuto la parola data’, ‘fedifrago’. Dal lat. fallare var. di fallere da cui l’italiano “fallire” che tuttavia vale soltanto ‘mancare’, ‘venir meno’. Il verbo differisce inoltre nell’uso da “errare” che presuppone sempre una mancanza di giudizio da parte del soggetto. Col medesimo significato cfr. XLII 7, 9; Guittone, Rime (ed. Egidi), son. (D.) 120, v.9 «se per fallanza v’avesse fallato,/ perdonimi vostra conoscenza»; Antica poesia cortese 417.15 v. 267 «Se pur uno poco t’avesse fallato,/ o elle mani o elli piei t’avarea dato».


10.per su’onore: cfr. CCII 11. onore: ‘buona reputazione’, ‘prestigio di cui una persona gode in base ai propri meritie alle proprie capacità o in rapporto ai valori etici e sociali dominanti’,ma anche ‘rispettabilità’, ‘onorabilità’ conferita soprattutto alla donna dalla salvaguardia della propria illibatezza, della fedeltà coniugale, dal pudore sessuale in genere. In questo contesto il riferimento è appunto alla purezza di Bellacoglienza, la quale, non essendo ancora sposata, non ha ancora avuto rapporti sessuali, in conformità al dettato morale cristiano tipico della società medievale. Dal lat. honore(m) (tardo honor-oris in sostituzione del class. honos, usato fino all’epoca imperiale). Cfr. Brunetto Latini, Rettorica, 189.2 «siemo divenuti vile populo sanza onore e sanza grazia e sanza autoritade»; Guittone, Rime (ed. Egidi), canz. 9, v. 18 «poi lei che n’terra è dea/de beltade e d’onore/ e de tutto valore che pregio tene».

11.lei e‘l suo: ‘lei e ciò che le appartiene’;

abbandonato: gallicismo. ‘Lasciato’, ‘concesso’, ‘ceduto’, ‘donato’. Da “abbandonare”, ‘lasciare definitivamente o per lungo tempo’, ‘allontanarsi’, ‘separarsi da qlco. o qlcu.’, ‘rinunciare a una cosa’, ‘gettar via’, ‘concedere in dono’. Dal fr. abandoner, a sua volta dall’ ant. fr. “à bon doner” ‘consegnare alla mercè’. Cfr. Dino Compagni, Cronica, I, 12, 141.10 «Giano della Bella sopradetto, uomo virile e di grande animo, era tanto ardito che lui difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri tacea»; Fatti di Cesare L. Luc., 7, 19, 223.18 «Dipartito lo stormo di Tesaglia, quando li combattitori de la gente di Pompeo non potero più durare, lassaro lo campo a Cesare; e Cesare abandonò tutti gli arnesi alli suoi cavalieri».

12.imbolarle: ‘rubarle’, ‘involarle’, var. di “involare”, ‘portare via furtivamente’, ‘rubare’, ‘rapire’, ‘ottenere con destrezza’, ‘carpire’. Dal lat. involare che propr. significa ‘volare dentro’, ‘volare sopra’, onde ‘avventarsi contro’ e metaf. ‘rapire’, ‘rubare apertamente o di nascosto’, similitudine ripresa dagli uccelli che si gettano avidamente sull’esca. Altri, nel senso di rubare, la ritengono voce composta dalla particella in ‘verso’ e da vola ‘palma della mano’, cioè ‘afferrare’, ‘agguantare’. Ant. fr. embler, prov. emblar. Cfr. Giovanni Boccaccio, Dec.,IV, 10 «Ruggieri era stato preso a imbolare in casa de’ prestatori»; S.Caterina, Libro div. Dottr, 51 «lo ’ntelletto fa come il ladro che imbola l’altrui». 18 le occorrenze nella lirica francese 65,42-st. 4, v. 29 «maiz ne lor vaut, bien lor savroie embler». Ventuno le occorrenze nella lirica prov. 331,1,v. 29 «ben gent me sap lo cor emblar».

13.dritt’era: ‘era giusto, ragionevole, onesto, legittimo, esatto’, var. di “diritto”, dal lat. directus part. pass. di dirigere, ‘fatto, condotto e anche posto in linea retta’, dunque ‘retto’, che cioè è ‘conforme ad un principio di giustizia dal quale debbono prender norma e misura gli atti della libertà umana’, ‘conforme ai principi morali’. Prov. dreit, fr. droit. Cfr. Egidio Romano, III, pt. 2, 17 «se l’uomo vede che la battaglia sia dritta ad imprèndare, cioè che l’uomo abbia il dritto dal suo lato, l’uomo die guardare la forza e la potenza di quelli che sono nel reame»; Brunetto Latini, Rettorica, 150.6 «et dice che dittare è un dritto et ornato trattamento di ciascuna cosa, convenevolmente aconcio a quella cosa». Centoquindici le occorrenze nella lirica provenzale 434a,78, v. 13 «dreit a dreit razonat»; cinquecentosette quelle nella lirica francese 1,6-st.6, v. 47 «a ces mos par droit entent».

14. ma(ì): rafforzativo di sempre.

191 martedì, nov 4 2008 

La Vecchia

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“Ma ciascun uom c[h]‘avesse in sè ragione

O che del mondo ben savio sareb[b]e,

Ma’ don’ di femina non prendereb[b]e,

Chè non son che llacci di tradigione:

Chè quella che facesse donagione,

Contra la sua natura pec[c]hereb[b]e,

E ‘n gran follia ciascun gliele por[r]eb[b]e,

Sed ella no ‘l facesse a falligione.

Perciò ciascuna pensa, quando dona,

Che doni nella giusta c[h]‘ò parlato:

Si che, quand’ella avrà passata nona,

Il guardacuor suo sia sì fodrato

Ch’ella non cag[g]ia a merzè di persona;

E ciò tien tutto al ben avre guardato.

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“Ma ogni uomo in possesso di ragione o che sia saggio delle cose del mondo, non accetterebbe mai doni da una donna, poiché sono lacci per il tradimento. Colei che facesse dei regali andrebbe contro la sua stessa natura e tutti valuterebbero la cosa come una grande follia se non usasse questo metodo allo scopo di ingannare. Quindi ciascuna donna quando fa regali pensi di farlo secondo le modalità indicate: in modo che quando sarà ormai vecchia, il suo soprabito sia così foderato che non debba dipendere da nessuno. Questo dipende tutto dall’aver ben messo da parte.

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Si vedano i vv. 14798-14803 del Roman de la Rose per il confronto con i vv.1-6 ed vv. 14808-14823.


4 llacci: tra le numerose occorrenze: Officio dei Flagellanti di Santa Maria di Pomarance (Mario Bocci, Gli Offici dei Flagellanti di Pomarance, SFI, XV, 1957, pp. 207-27 [testo pp. 214-21].) [Off. Flagell. S. M. di Pom., a. 1329 (tosc.occ.)]; Tradigione: tradimento. Gallicismo, trayciuni; fr. traison, prov. traizon, latino traditione, cfr.XXX,5, XXXI,12, LXVL,13, LXX,1, CIV,7, CXXX,8. Presente in: Brunetto Latini, [1261], La Rettorica (a cura di Francesco Maggini, Firenze, Le Monnier, 1968.) [Brunetto Latini, Rettorica, c. 1260-61 (fior.)]. Chiaro Davanzati, [1300], Rime (ed. critica a cura di Aldo Menichetti, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1965.) [Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.)]. Brunetto Latini, [1261], La Rettorica (a cura di Francesco Maggini, Firenze, Le Monnier, 1968.) [Brunetto Latini, Rettorica, c. 1260-61 (fior.)].


5 Facesse donagione: “facesse regali”. Gallcismo; cfr. prov. donazon “dono” (vedi nota di Claudio Marchiori: “Il fiore e il detto d’amore” ed. Tilgher – Genova 1983).Compare in: Dante da Maiano [1300], Rime (a cura di Rosanna Bettarini, Firenze, Le Monnier, 1969.) [Dante da Maiano, XIII ex. (fior.)].

8 Falligione: Ricorre in: (Giacomo da Lentini, 53 “Ma inte, amore, vegio lo contraro/si como quello pien di fallison:/ Trattato d’Amore, 22-14: il mi buon sire istà ‘n ver me spietato, / là ‘nde peccato face, al mi parere, / poi tanto l’amo senza falligione.); Amico di Dante [1300], Rime (Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, t. II, pp. 693-779 [testo pp. 698-713, 718-779].) [Amico di Dante, XIII ex. (fior.)].


11 Nona: “l’ora nona”, dal latino nōna, presente anche nel celtico insulare. Indica sia le ore 15 che le ore 12. La diversità di significato dipende dal fatto che nel latino classico, nōna indicava la metà del pomeriggio, e nel latino ecclesiastico indica l’ora sesta, finendo così con l’indicare il meriggio. Questa evoluzione semantica vale naturalmente anche per il fr. none dal XII sec. in poi, cfr. “none”.


12 Guardacuore: per il Petronio – come osserva Marchiori – “il guardacuore era una specie di panciotto; l’esser foderato indica che è ricco e tale da coprir bene”. Nell’accezione francese, gardecors, e in quella provenzale gardacors, il termine designava un tipo di vestimento lungo, con maniche, aperto sul davanti, riccamente ornato; cfr. per fodrato CLVIII, 13. “Fare regali secondo le modalità indicate”: F. 190, 9-14. Guardato: guardare, evitare gallicismo o serbare (Contini).

67. lunedì, ott 27 2008 

Amico

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“E se·ttua donna cade i·mmalatia,
Sì pensa che·lla faccie ben servire,
Né·ttu da·llei giamai non ti partire;
Dàlle vivanda c[h]‘a piacer le sia;
E po’ sì·lle dirai: “Anima mia,
Istanotte ti tenni i·mmio dormire
intra·lle braccia, sana, al me’ disire:
Molto mi fece Idio gran cortesia,
Che mi mostrò sì dolze avisione”.
Po’ dica, ch’ella l’oda, come sag[g]io,
Che per lei farà’ far gran processione,
O·ttu n’andrà’ in lontan pellegrinag[g]io,
Se Gesocristo le dà guerigione.
Così avrai il su’ amor e ‘l su’ corag[g]io”.

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“E se la tua donna cade ammalata, stai attento a farla ben servire, tu non ti allontanare da lei, dalle i cibi a lei più graditi e poi se le dirai: “Anima mia, stanotte ti ho vista nel mio sonno tra le braccia, pronta al mio desiderio; Dio mi concesse molto, mi fece un gran dono, mostrandomi questa dolce visione.” Dopo dica, in modo che ella possa sentire, in modo accorto, che per lei farà fare una gran processione, e tu andrai lontano in luogo sacro in pellegrinaggio se Gesù Cristo le darà guarigione. Così avrai il suo amore e il suo cuore”.

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Si vedano i vv. 10033-10058 del Roman de la Rose per il confronto. Si noti inoltre che, al contrario del  Roman, la forma dialogica appare solo nel testo del Fiore. (Marchiori, pag. 135-136).

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1. cade i·mmalatia:Incorrere in una malattia”, “ammalarsi”. I·mmalatia: Locuzione verbale. Cfr. Zucchero, Santà , 1310, Pt. 2 rubr.: “In questa seconda partita parla il maestro Aldobrandino sì come l’uomo dee guardare ciasquno menbro del corpo per sé in sanitade, e speziale mente di quelli che lla vita del corpo mantenghono, e d’alltri che sono fatti per lo corpo inbellire, che llegier mente possono chadere i· malatie.”. Matteo Villani, Cronica, 1348-63, L. 1, cap. 77: “re Filippo di Francia, avendo [[...]] tolta per moglie la nobile e soprabella dama figliuola de· rre di Navarra, [[...]] tanto disordinatamente usò il diletto della sua bellezza, che cadendo malato, la natura infiebolita non poté sostenere…”.

6-7.[...]ti tenni i·mmio dormire[...]braccia: “In sogno”. La locuzione indica l’ atto del dormire con riferimento particolare  a sogni e visioni.

Vi è un enjambement che interviene anche nel sonetto LIV, 5-6 E le’ dirai: “Per Gesocristo, tra’mi / D’esti pensier’, che m’ànno sì gravato!”; ed anche  LXI, 4-5 “Amico, tieniDelle mie gioie”. braccia: Traslato l’abbraccio, l’atto dell’abbracciare. Stringere nelle braccia, proteggere, aiutare. Nelle braccia di qualcuno: in potere di qualcuno, sottoposto alla sua volontà, alla sua tutela. Il termine è presente nei sonetti: XX, 12 “Sì ch’i’ alor feci croce de le braccia”, L, 9 “Col braccio al collo sì die on menare”,‘ LX, 2 “Prendila tra·lle braccia e fa ‘l sicuro”, CLXXVI, 13 “Tropp’ò del su’ quand’i’ l’ò tra lle braccia’…”. Il termine è usato da Brunetto Latini anche nel Tesoretto, a. 1274: “[[la Natura personificata]] talor toccava il cielo, / sì che parea su’ velo, / e talor lo mutava, / e talor lo turbava / (al suo comandamento / movëa il fermamento); / e talor si spandea, / sì che ‘l mondo parea / tutto nelle sue braccia…”.

7. sana, al me’ disire: “pronta al mio desiderio”. Dal prov. desire, con variante dezire nei volgari settentrionali. Si tratta di deverbali da desirare, esito popolare dal lat. desiderare (cfr. Roberta Cella, I gallicismi, pp. 391-93.) Cfr. Roman de la Rose, 9888-91: «Qu’il l’ait entre ses braz tenue / trestoute nuit trestoute nue, / par soulaz et par druerie, / toute saine…» Cfr. III, 14: “E di buona speranza il mi notrico / Insin ch’i’ gli fornisca su’ disire”. Cfr. Brunetto Latini, Canz., 1260/66, 10: “ché lo bon soferente / ricieve usatamente / buono compimento delo suo disire.”. Avere al, in proprio desire: avere a propria disposizione. In riferimento a tale uso cfr.Guittone, Rime (ed. Egidi), a. 1294, canz. 5.17: “Amor, perch’altra usanza / me non porea far degno prenditore / del gran riccore ch’aggio al meo disire?”, Chiaro Davanzati, XIII sm., canz. 42.61: “sì m’asale gilosia / ch’io vorei quasi morire, / rimembrando che ver sia / tut[t]o ciò ch’i’ audo dire: / ch’altri l’ag[g]ia in suo disire, / quello ond’i’ ho carestia…”. In particolare il moto appetitivo del processo amoroso. In riferimento a tale uso cfr. Guinizzelli (ed. Contini), a. 1276: “Così conoscess’ella i miei disiri! / ché, senza dir, de lei seria servito / per la pietà ch’avrebbe de’ martiri.”, Pier della Vigna (ed. Contini), a. 1249: “Vostro amor’è che mi tene in disi[r]o / e donami speranza con gran gioi…”, Ruggieri Apugliese, Lauda, XIII m.: “Ché già non è amore né buo disire / ch’el tormento fa dolçe parere…”.

8. cortesia: “grazia”, “favore”. Il termine è dell’ambito dell’amore cortese.  La grazia è propria di Dio, Cristo e la Madonna: l’essere misericordioso, pietoso. Occorre nei sonetti: XIV, 7 “Gran merced’è a farli cortesia / Insin ch’e’ sia de la scienza sag[g]io.”, CXXVII, 1 “Dì, Falsembiante, per gran cortesia…”, CLXXII, 11 “A fargli tutta quanta cortesia”. Cfr. Laude cortonesi, XIII sm., 43.3, vol. 1: “Dïo, per sua gran cortesia, / Gabrïèl cum prophetia / mandò a san Çacharia / k’averea filiol gratioso.”, Zucchero, Esp. Pater, XIV in.: “Or ne mostra dunque questo motto nostro la larghezza e la cortesia di Dio padre che dona più volontieri assai che poco, ed a’ più, che a un solo”.

9. avisione: da visione, un gallicismo. “Visione”, “sogno”. Cfr. Conti morali (ed. Zambrini), XIII ex., frammenti: “per diportarsi insieme inspiritualmente e narravansi le loro avisioni sì che questo romito di chui aviamo contiato incominciò a dire come era intrato in penetenza per lo suo frate e per quale cagione…”.

10. Po’ dica, ch’ella l’oda, come sag[g]io:in modo che ella possa sentire in modo accorto”. Nel Fiore e nel Detto d’Amore s’intende colui che sa sfruttare con accortezza le passioni e le debolezze altrui per trarne piacere o ricchezza. (cfr. anche Detto 285, Rime LXXXIII 35 e 36 e CVI 106, Vn XX 5 9, Cv II  I 3).

12. lontan pellegrinaggio: viaggio in luogo sacro; il termine ricorre sempre in allusione a falsi o simbolici pellegrinaggi. Cfr. CXXXI, 1 “Così n’andaro in lor pellegrinag[g]io”.

13. Gesocristo: Cfr. XXXIX, 4 “Fermando in Gesocristo tu’ credenza”, LIV; 5 “ E lè dirai: “Per Gesocristo, tra’mi”, CIV, 9 “ Chèttu mi pari un uon di Gesocristo”, CXXIII, 8 “ Che divora la gente Gesocristo“. Nel Par. occorre 2 volte ma nella forma Iesù (E. D.). Nella letteratura italiana delle origini occorre altre nove volte, di cui otto nella Storia San Gradale, XIV po.q., cfr. vv. 15-17: «E quand’io l’ebi dette, sì comincia’ ‘l servigio sì dolce e sì pietoso come de la morte Gesocristo Nostro Signore, ché in quel giorno fu egli veracemente morto». In questo caso la voce Gesocristo è in relazione alla storia del Santo Graal, e dunque alla storia di Cristo medesimo; nelle altre due occorrenze invece, la citazione è presente come esempio di virtù, perfezione, e per invocare aiuto, protezione (come nel Fiore); si cfr. rispettivamente: Libro pietre preziose, XIV in., vv. 18-21: «cioè vera carne, e vero / sangue, e vera perfezione, e vero sacrificio del benedetto beato / corpo di Gesocristo nostro signore, preso come si sae per / molti grandi cherici inn iscienza»; e Tavola ritonda, XIV pm. vv. 7-8: «E diceva: – Ahi Gesocristo, donami aiuto e consiglio – E allora, con grande pianto, rimonta a cavallo, dicendo che […].».



14. il su’amor e ‘l su’ corag[g]io: “il suo amore ed il suo cuore”. Cfr. Brunetto Latini, Tesoretto, a. 1274, 1131: “Da poi ch’a la Natura / parve che fosse l’ora / del mio dipartimento, / con gaio parlamento / sì cominciò a dire / parole da partire / con grazia e con amore…”, Brunetto Latini, Rettorica, c. 1260-61: “Amico è quelli che per uso di simile vita si congiugne con un altro per amore iusto e fedele.”. Cfr. Giacomo da Lentini, c. 1230/50, 19c.1: “Amor è un[o] desio che ven da core / per abondanza di gran piacimento…”, Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.), canz. 59.47: “Adunque valimento / vale per ubidenza, – com’ semenza / che doplica di frutto adoperando: / così di placimento / amore nasce ed agenza – in canoscenza, / che sanza ciò di gioia va alungiando…”, Jacopo Passavanti, Specchio, c. 1355, dist. 5, cap. 7: “Altro è l’amore del quore, e altro è l’amore dell’anima.”, Andrea Cappellano volg., a. 1372, L. 1: “Amore è una passione dentro nata per pensiero sanza modo di cosa veduta, procedente da forma di generazione diversa dalla persona che pensa, per la qual passione l’una persona sopra tutte cose disidera d’usare gli abracciamenti dell’altra, e di comune volere compiere tutte cose nel comandamento dello amore”. corag[g]io: in senso letterale “cuore”, “intenzione”, “coraggio”. Cfr. fr. courage e prov. coratge (Cella, p. 373). «Nell’antichità il cuore era la sede degli impulsi affettivi, della sensibilità, del coraggio e dell’intelligenza» (Marchiori, p. 90). Nei trovatori, coratge è attestato in centocinquanta occorrenze. Nei trovieri courage ricorre dieci volte, cfr. 199,10, 1, v. 4: «et rafreschist le cuer et le courage». Cfr. XLIII, 11 “Sanz’aver mai dolor nel tu’ corag[g]io. Cfr. Memoriali bologn., 1279-1300, (1286) 10.30: “Tanto strenge tutore / amor che m’ha’n bailia / sí forte che zamai / no me poria partire: / ma la speranza ch’azo / me manten lo corazo / in amoroso stato.”, Barlaam e Iosafas (S. Genev.), XIV pi.di., cap. 5: “E quello Signore che vede tucto ciò che è, quand’elli vide lo suo buono coraggio dimostroli per quale via li convenia andare.”, Stat. castell., XIV pm.: “guardateve ke li coraggi vostri non siano gravati de ebrietà né de soperchi mangiari.”.

Angela Mirandola

75 mercoledì, ott 22 2008 

L’Amante e Ric[c]hez[z]a

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Col capo inchin la donna salutai,

E sì∙lla cominciai a domandare

Del camin c[h]’uomo apella Troppo-Dare:

Quella rispose: «Già per me no’l sai;

E se ‘l sapessi, già non vi ’nterrai;

Chéd i’ difendo a ciaschedun l’entrare

Sed e’ nonn-à che spender e che dare,

Sì farai gran saver, se∙tte ne vai:

C[h]’unquanque non volesti mi’acontanza,

Né mi pregiasti mai a la tua vita.

Ma or ne prenderò buona vengianza:

Ché sie certano, se∙ttu m’ài schernita,

I’ ti darò tormento e malenanza

sì ch’e’ me’ ti var[r]ia avermi servita”.

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Salutai la donna col capo chino e così le incominciai a domandare del cammino che si chiama Troppo-Dare, lei rispose: “ certamente da me non lo saprai, poiché io impedisco a chiunque di entrare, a meno chè non abbia da spendere e da dare. Quindi farai cosa saggia se te ne vai: mai fino ad ora hai voluto la mia compagnia, né mi hai mai considerata in vita tua. Ma ora mi potrò ben vendicare, puoi starne certo, se tu mi hai schernita ti darò tormento e affanno, sì che meglio ti sarebbe valso avermi servita”.

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1. capo inchin : “chino”. Gallicismo  in rima interna con cammin (v.3) ; cfr. XII 4-8 ; LXIX 12-14; CXXI 3-6; Brunetto Latini, Tesoretto, v.187 “suole aver Fiorenza / quasi nel mondo tutto; / e io, in tal corrotto / pensando a capo chino, / perdei il gran cammino, / e tenni a la traversa / d’ una selva diversa.” ; Tesoretto, v.1809 “quando vai per cittade, / consiglioti che vade / molto cortesemente: / cavalca bellamente, / un poco a capo chino, / ch’ andar così ‘n disfreno / par gran salvatichezza; / né non guardar l’ altezza”; Dante, Vita nuova, cap. 9 parr. 9-12 v.8 “come avesse perduto segnoria; / e sospirando pensoso venia, / per non veder la gente, a capo chino. / Quando mi vide, mi chiamò per nome, / e disse: «Io vegno di lontana parte,”;Commedia, Inf. 15 v.44 “Io non osava scender de la strada / per andar par di lui; ma ‘l capo chino / tenea com’ uom che reverente vada. / El cominciò: «Qual fortuna o destino / anzi”;59,2 “ pensis, chief enclin, / un matin erroie /les un aubespin / dejou(ste une arbroie)”; 265,0356 “chevachai mon chief enclin / plux pensis ke ne souloie;/ per desous un abe espin /truis pastoure ki s’ ombroie”;265,1014 “seule fors d’ un mastin /qui tenoit le chief enclin./ele estoit et belle et gente,/ blanche com flor de pin”;265,1023 “Robins siet sus lou pin / et tient lou chief enclin, /et jure saint Martin /k’ iawe non est pais vin”; 265,1419 “qui ne se trait au chemin /de cel païs honoré, /glorïeusement ourné /par artefice devin. / illuec voit on cherubin/ servir en sa majesté /trinité ne unité /et maint autre, chief enclin”; Roma de la Rose, v.10064 “saluai les chief enclin”.

3. uomo[...]troppo dare: voce  impersonale, indica genericità. troppo-dare : cfr. LXXI 1 nella variante troppo-donare e CCXXII

4-5. già[...](e)nterrai: “comunque”, “in ogni modo“. sai . Con valore di futuro cfr. LX 13. (e)nterrai : cfr. LV 12 ; Roman de la Rose, v.10231 :“mais ja par ci n’i enterreiz”.


6.difendo : cfr. fr. an. defendre “interdire”; si veda. XLV, 9-12  ed anche Guittone (ed. Leonardi),46 v.2 “Per fermo se’ ben om che gravemente / ti si defenderia de follegiare / neuna donna non guaire saccente, / sì sottilmente altrui sai sermonare. / Or non voi” .


8. gran saver : “cosa saggia”. Nell’ambito della letteratura cortese, si riferisce all’insieme di qualità morali che contraddistinguono coloro che vivono secondo le leggi di Amore. Saver è un calco dal prov. Saber; cfr. LXXI 7; Chiaro Davanzati, canz. 55 v.24 “mostrando che lle sia greve pesanza; / ma’ che mi riconforta lo diletto, / che ‘l gran saver ch’è in voi nonn ho dispetto. / Li tempi contrariosi son venenti, / onde di” ; son. 116 v.8 “amistate, / ma di risponder fatt’ha sua giornata; / donòvi pregio di gra· richitate, / di gran saver ch’avete per usata, / ma ‘l suo ricor tiene ancora amassato: / in anno in”; Guido Cavalcanti (ed. Contini), 27 v.56 “lui si tiri, / e non si giri per trovarvi gioco: / né cert’ ha mente gran saver né poco. / De simil tragge complessione sguardo / che fa parere lo piacere certo” se∙tte ne vai: Roman de la Rose, v.1267. “Fuiez de ci”.


9.unquanque[...]acotanza : cfr. XXXVIII 3 ; LXVIII 4;  Roman de la Rose, v.10080 “ puis que vous n’estes mes privez”.acotanza : dal prov. acoindansa oppure dal fr. an. acointance “familiarità”, “compagnia”;cfr. LXXXIX 9; CLIX 5; Chiaro Davanzati, son. 64 v.8 “metto mia speranza, / ma ne rafino meglio in volontate / quanto de l’altre più prendo acontanza: / ché voi siete del mio cor tramontana, / ché non si muta da voi la mia” ; son. 103 v.1 “Assai mi piace, sire, tua acontanza / ed amola e disïo fortemente; / sì porgi lo tuo dir con gran pietanza”; ElCair BDT133,10 “mas oimai l’escaparai /qu’apres ai s’acoindansa. /tal savai conosc e sai /per cui n’aurai vengansa; /et ieu sai ab lieis que·m plai /remanrai ses doptansa.”


10.pregiasti[..]a la tua vita: “apprezzare”, “prendere in considerazione” ed anche “lodare, onorare”; cfr. LXXIV 6; Roman de la Rose, v.10259 “n’onques puis riens ne me prisastes”. a la tua vita: “in vita tua”.


11.vengianza : dal fr. an. vengeance sec. XIII deriv. da vengier; cfr. CLII 1 ; CLXII 12.


12certano : “certo, sicuro”. Probabilmente dal prov. certan; cfr. VII, 10 e sgg.


13.Tormento e malenanza : dittologia sinonimica; cfr. IX 13. Dal prov. malanansa “dolore sofferenza affanno”; si veda mal anar “malandare”Guido delle Colonne 1 v.8 “m’ha meritato: / ch’ella m’ha dato – tanto bene avere / che lo sofrire – molta malenanza / ag[g]i’ ubrïato, e vivo in allegranza. / Allegro so’, ca tale segnoria / ag[g]io aquistata per mal”;Brunetto Latini, Tesoretto, v.584 “pensagione / li venne sì falluta / che fu tutt’ abattuta / sua folle sorcudanza, / in sì gran malenanza / che, s’ io voglio ‘l ver dire, / chi lo volse seguire / o tenersi con esso”;Chiaro Davanzati,canz. 8 v.54 “e s’io parto dogliosa, / nonn è già meraviglia. / Dunque, se s’asotiglia / di darmi malenanza, / convene con pietanza, / merzé cherendo, che ‘nalzi le ciglia; / co le man’ giunte avanti, / dolze”;canz. 60 v.36“tràiti e la cera e ‘l parlare: / non pare – ciò c’ha ‘l cor di malenanza. / Malvagia donna, folle fui al primero / che ‘n voi misi talento, / e lo bel portamento”; son. 85 v.14 “non seguitasti quella usanza, / volesti in grande altura esser posante: / ragion’ è che ne senti malenanza”; son. 99 v.4“non già perché mi piacc[i]a o sia ‘n talento, / ma per quetar la tua gran malenanza: / e quel ch’io ti largisco ed aconsento / è ch’io ti dono alquanta”; GrBorn BDT242,56 “e cui chanz dona marrimen,/que sol luignar /trebail e malananza,/no·m meravil si·s vai temen /que·s vir sos senz e sos afars /de sordeior semblanza!”;Palais BDT315,3 “mas atressi cum orbs qui peiras lanza/ donnon raubas e roncins a garços, /a tals q’anc mais no sabron que se fos /mas fams e freitz, trebailz e malananza.” ;Peirol BDT366,16 “car cel enqier sa malanansa/ qui per orgoill cuida vengansa /penre aqui on hom no·l blan”.


14.Me’: apocope di meglio; cfr. XXIII 13.

Rita D’andreamatteo

74 lunedì, ott 13 2008 

L’Amante

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Intorno dal castello andai cercando

Sed i’ potesse trovar quel[l]’entrata,

La qual Folle-Larghezza avea fondata,

Per avacciar ciò che giva pensando.

Allor guardai, e sì vidi ombreando

Di sotto un pin una donna pregiata,

Sì nobilmente vestita e parata

Che tutto ìl mondo gia di lei parlando.

E sì avea in sé tanta bel[l]ez[z]a

Che tutto intorno lei aluminava

Col su’ visag[g]io, tanto avea chiarez[z]a;

Ed un suo amico co∙llei si posava.

La donna sì avea nome Ric[c]hez[z]a,

Ma∙llui non so com’altri l’appellava.

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Continuai a cercare intorno al castello [per vedere] se fosse stato possibile trovare quell’entrata, fondata da Folle- Larghezza, per affrettare ciò che pensavo. Allora guardai, e così vidi una donna pregiata all’ombra di un pino, vestita in modo così nobile e ricercato che tutto il mondo parlava di lei. Ed era così bella che il suo viso illuminava tutto ciò che la circondava, tanto era chiaro. Ed un amico con lei si riposava. La donna si chiamava Ricchezza, ma lui non so che nome avesse.

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1.Andai: unito ad un gerundio sottolinea la continuità e la frequenza dell’azione.

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2.cercando sed’i potesse: Il costrutto indica “compiere delle azioni al fine di trovare qualcosa o qualcuno”. Si veda Dante, Vita nuova, 93 “per vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia molte volte l’ andai cercando, e vedeala di sì nobili e laudabili portamenti, che certo di lei si potea”.

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3.Folle – Larghezza: cfr. LXXI.

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4.avacciar: “affrettare” cfr. LXX, 6 , CLXXXVI, 8; si veda anche Dante Alighieri, Commedia, Purg. VI, 27: “fui da tutte quante / quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, / sì che s’avacci lor divenir sante, / io cominciai: «El par che tu mi nieghi, / o luce mia, espresso” ; ed anche Purg. IV,116: “va tu sù, che se’ valente!». / Conobbi allor chi era, e quella angoscia / che m’avacciava un poco ancor la lena, / non m’impedì l’andare a lui”.giva pensando: Il gerundio sottolinea la continuità e la frequenza dell’azione; si riferisce al progetto di espugnare il castello di Gelosia attraverso il cammino di Folle-Larghezza, come suggerito dall’Amico in LXXI.

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5.guardai[...]ombreando : cfr. IX, 3-4 ; si veda inoltre Dante Alighieri, Rime, a. 25 v.8 79.8 “ed ella mi rispose come un greco: / e ragionando a grande agio meco, / guardai e vidi Amore, che venia / vestito di novo d’un drappo nero”; ed anche Commedia, Inf. I, 16 1, 5.8 “là dove terminava quella valle / che m’avea di paura il cor compunto, / guardai in alto e vidi le sue spalle / vestite già de’ raggi del pianeta ”; ombreando: Ha valore participiale. Voce dotta dal fr. an. obreier, originariamente da ombre “ombra”: “stare all’ombra di un albero”, “godere l’ombra e la frescura” ; cfr. CCXV, 12; 265,1010 “si con j’ aloie pansant, /si vi pastoure ombroiant / sus une foillie / ki de volanteit jolie / aleivet chantant”; 154,02 “al tans novel /que cist oisel /chantent cler sor l’ arbroie, /pres d’ un boschel /truis pastorel, / soz un omel s’ ombroie.”; 265,0356 “ hevachai mon chief enclin/plux pensis ke ne souloie; /per desous un abe espin / truis pastoure ki s’ ombroie.”; 265,1249 “trovai soz une arbroie / une dame, ou sombroie, / bien faite de cors et de vis, /et si avoit tot a devis /euz vairs, color veroie.”; Roman de la Rosese 10054 “dame poissant [plaisant] et enourable .. vi ombreier desouz un ourme”.

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6.pin […]pregiata : “l’originale di Jean ha un olmo, ma ben più canonico il pino, dalla Santa fede occitanica, alla Chanson de Roland, dalla versione del buovo di antona pseudo-firmata da Bertrand di Bar-sur-Aube all’Anticristo veneto” (Contini); si veda anche Roman de la Rose, v.1470 “se vint soz le pin ombreier”; pregiata : “dotata di grande virtù”; cfr Roman de la Rose: “une dame de grant hautece de grant pris e de grant afaire”; si veda anche Giacomo da Lentini, V, v.42 “bandire una donna per dottanza. / Nulla bandita m’è dottosa / se non di voi, donna pregiata, / c’anti vorria morir di spata / ch’i’ voi vedesse currucciosa; / ma tanto avete caunoscianza”.

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7. parata : “vestita con sfarzo vistoso ed esagerata ricercatezza”.

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8.bel[l]lez[z]a: In rima con Ric[c]hez[z]a anche in XLI, 9-13 e LXXI, 3-6.

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9.avea in sé: “era in lei”. Si noti la singolare accostazione del verbo con valore impersonale al pronome riflessivo, usato, in questo caso, con valore personale.

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10.aluminava : Voce dotta dal fr. an. Allumer, XII sec. “illuminare, accendere” ma anche in senso figurato “ illuminare la mente”, “infiammare il cuore.”.
122,4 “nouvele amour qui m’ est el cuer entree /d’ une dame, qui m’ alume et esprent, /mi fet chanter. c’ est folie prouvee,/ qu’ a moi n’ affiert d’ amer si hautement.”; 265,1146 “Deus com sont traïtor /bel eul vis colorei resgairt plain de dousor /dont tous seux alumeis / l’ amerouse semblence /debonaire acoentance / mar vi vo grans biaulteis/ c’ or en seux acoreis”.

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11.visag[g]io[…] chiarez[z]a : Gallicismo; cfr. XIV, 2 e sgg.; chiarez[z]a : “aver chiarezza”, “essere chiaro, luminoso”: si rimanda all’espressione vis cler e si cfr. XX, 7 e XLVII, 14 e sgg.

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12. posava : “riposarsi”, “oziare per lo più restando fermo , seduto o sdraiato”; Roman de la Rose, v. 10057: “ e son ami dejouste lì ne sai pas le non de celi mais la dame avait non Richece, qui mout estai de gran noblece”.

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14. altri : “la gente”.

Rita D’Andreamatteo

176. sabato, giu 21 2008 

CLXXVI

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La Vec[c]hia

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«Ancor gli dica un’altra de l’ostello:

“Se madonna volesse far fol[l]ag[g]io

Con un bel[l]issim’uon di gran parag[g]io,

In fatto suo sareb[b]e ben e bello,

E sì sareb[b]e donna d’un castello;

Ma ’nverso voi à sì leal corag[g]io

Ch’ella non prendereb[b]e nul vantag[g]io

Di che doman vo’ foste su’ ribello”.

Allor la donna, come ch’e’ le piaccia

Udir quelle parole, sì lor dica

E comandi che ciascuna si taccia;

E puote dir: “Se Dio mi benedica,

Tropp’ò del su’ quand’i’ l’ò tra·lle braccia”;

E facciagli sott’al mantel la fica.»

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« Ancora un’altra donna di casa gli dica: “Se la mia signora volesse commettere una follia con un bellissimo uomo di grande nobiltà, la sua situazione sarebbe eccellente, e così lei sarebbe signora di un castello; ma nei vostri riguardi il suo cuore è così sincero che ella non accetterebbe mai alcun guadagno personale a causa del quale voi vi rivoltaste contro di lei.”

Allora la donna, benchè la diverta ascoltare quelle parole, così parli loro e ordini che nessuno proferisca parola, e dica: “ Che Dio mi benedica, ho già tanto quando lo stringo tra le mie braccia”; e sotto il mantello gli faccia un gesto di scherno.

Si vedano i vv.13729-44 del Roman de la Rose

1.«ostello»: ‘casa, abitazione’, francesismo; cfr. XXVIII ,4 e CXCVII, 2.

2.«madonna»: ‘mia signora’; dal francese ma dame; cfr. LX, 7 , LXXI, 3 , LXXIX, 1;

«follaggio»: ‘follie, disonestà’. Gallicismo, dal prov. folatge, a sua volta risalente al latino follis ‘sacco, palla’;

3.«paraggio»: ‘nobiltà, discendenza illustre, famiglia’, gallicismo. Dal fr. parage (XI sec.), prov . paratge, derivato da pair (ant. per) ‘pari’ nel senso feudale; Rustico Filippi, Sonetti, LVII, 1-2: «Due cavalier valenti d’un paraggio/ aman di core una donna valente;»;

4.«sareb[b]e bene e bello»: dal francese bien et bel, che però non trova corispondenza nel Roman de la Rose;

6.«coraggio»: ‘cuore’, gallicismo semantico,( dal prov.coratge, fr.courage (XII sec.), dal latino *corāticum; bisogna ricordare che il suffisso “–aggio” è un nesso francesizzante che deriva dall’evoluzione di -āticum> fr. age, prov.-atge verso l’italiano – atico>; cfr Fiore CXLVIII, 10; un’ unione con l’aggettivo «leal», come in questo caso, nella lirica francese lo si ritrova in tre delle centodue occorrenze della parola corage: «li que ont loial corage», 84,11-v.36, st.4; «tant set, tant vant, tant a loial corage», 84,27- v.33, st.5; «qui vers sa dame a desloial corage»; 192,18- v.12, st.2; mentre nella lirica provenzale in una sola delle 150 occorrenze di coratge: «ni grans ricors mas a laial coratge», 58,3, v.8;

7.«vantaggio»: ‘vantaggio”, “guadagno personale’. Dal fr.avantage (XII sec.), da avant ‘avanti’; in origine ‘ciò che è posto davanti’, dal lat. medievale avantagium; in rima con «paraggio» cfr. Brunetto Latini, Tes., 1691-92: «ma spendi di paraggio/ non prendere a vantaggio»;

8.«ribello»: nel senso di ‘ostile’, cfr. LI, 6;

10.«lor»: alle donne sue complici. Rimanda al v.1; cfr. CLXXV, 5-6.

12.«Se..»: ‘che, volesse il cielo’, con valore ottativo;

14.«la fica»: gesto osceno di scherno fatto rivolgendo contro chi si vuol offendere il pugno chiuso con pollice sporgente fra indice e medio; il gesto ingiurioso, presente nella tradizione burlesca, lo si ritrova anche nel Tesoretto di Brunetto Latini v.1719, e anche in Dante Alicghieri, Inf., XXV, 1-3: «Al fine de sue parole il ladro/ le mani alzò con amendue le fiche,/ gridando: “Tolli, Dio, ch’a te le squadro!”»;

Alessandra Lovito

175. sabato, giu 21 2008 

CLXXV

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La Vec[c]hia

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“E al pelar convien aver maniera,

Sì che l’uomo a veder non si ne desse,

Che tutto in pruova l’uon glile facesse:

Forse ch’e’ volgeria la sua bandiera.

Ma faccia sì la madre, o ciamberiera,

Od altri in cui fidar ben si potesse,

Che ciascuna di lor sì gli chiedesse

Paternostri o coreg[g]ia od amoniera.

Ancor la cameriera dica: “Sire,

A questa donna una roba bisogna,

Ma sì vi teme che no’l v’osa dire.

Gran danno l’à già fatto [la] vergogna,

Ma vo’ sì no’l dovreste sofferire;

Nonn-à dove le carni sue ripogna”.

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« E nello spennare qualcuno bisogna aver maniera, in modo tale da non far capire che glielo si è fatto di proposito: perché forse egli cambierebbe direzione.Ma la madre, la cameriera e qualcun altro di cui potersi fidarsi si comportino in modo tale che ognuno di loro gli richieda corone da preghiera o una cintura o una borsa. E ancora la cameriera dica: “Signore, questa donna ha bisogno di un abito, ma ha di voi così tanto timore che non osa dirvelo. Il suo riserbo l’ha già danneggiata gravemente, ma voi non lo dovreste tollerare; lei non ha di che coprire le sue carni.»

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Si vedano i vv.13713-728 del Roman de la Rose per il confronto.

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1.[…] al pelar convien aver maniera: maniera: francesismo, da manière (XII sec), dall’aggettivo manier, a sua volta derivante dal latino manuārius; qui inteso nel senso di “buona maniera”, “discrezione”, sebbene con inganno sotteso, essendo un invito che proviene dalla Vecchia;

2.l’uomo: impersonale, dal francese uon; si riferisce alla donna;

a veder: (o aveder): ‘avvedere, accorgere’;

non si ne desse: dichiarativa posta in posizione prolettica. Il significato letterale sarebbe “così che non si lasciasse accorgere”, “non se ne desse ad accogere”; tale costruzione prolettica la ritroviamo in Petrarca, LXIX 13, « per darmi a divider che me ne duole» o anche in Cecco Angiolieri, sonetto Credenza sia, v.4, « darò ll’a divider che me ne duole.»

3.in pruova: ‘di proposito’, ‘apposta’, frequante nella prosa trecentesca; Boccaccio, Epistole e lettere XIII-2: « quasi così fatte cose a me in pruova, come se meritate l’avessi…»;

l’ uon: con valore impersonale come al v.2;

glile (riferito a tutto): forma aricaica per «glielo»;

5.ciamberiera: ‘cameriera’, francesismo; Volgarizzamento, con minimi adattamenti grafico-fonetici, la forma del modello francese chamberiere (Roman de la Rose, v.13710): si noti inoltre che nel passo, ciamberiera è seguito  dalla forma non palatalizzata cameriera (v.9), ed è in rima con il gallicismo amoniera al v.8;

8.paternostri: ‘corone da preghiera’ cfr. LII, 13; correggia: ‘cintura’, forse per riporvi i denari; la forma francese, courreie, la si trova  in Jean de Meun;

amoniera: ‘borsa’, oppure ‘crudo’; francesismo (secondo la definizione di G. Contini), dalla forma dialettale amoniere per aumosniere;

10.una roba bisogna: roba è un francesismo; l’espressione sembra essere un calco del Roman de la Rose v.13731« …ma dame robe faut »;

13.sofferire: ‘tollerare’; cfr. Roman de la Rose «souffrez» al v.13732;

14.ripogna: ‘riponga’; in un passo di Jean de Meun, repoigne è detto delle mani nei guanti; il verbo si ritrova in Dante Alighieri, Purg. XVI, 122-3: « l’antica età la nova, e par lor tardo/, che Dio a miglior vita li ripogna»;


Alessandra Lovito

173. sabato, giu 21 2008 

La Vec[c]hia.

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«Gran festa gli farai e grand’onore,
E dì come gli ti se’ tutta data,
Ma non per cosa ch’e’ t’ag[g]ia donata,
Se non per fino e per leal amore;
Che·ttu à’ rifiutato gran signore,
Che riccamente t’avreb[b]e dotata:
«Ma credo che m’avete incantata,
Per ched i’ son entrata in quest’errore».
Allor sì ’l bascierai istrettamente,
Pregando’l che·lla cosa sia sagreta,
Sì che no’l senta mai nessuna gente.
A·cciò ch’e’ vorrà fare, istarà’ cheta;
Ma guarda che non fosse aconsentente
A nessun, se non se per la moneta.

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« Gli farai accoglienze festose e gli renderai grande onore, e gli dirai che a lui hai concesso tutta te stessa, e non per quello che ti ha donato, bensì solo in virtù di un amore puro e fedele; gli dirai che tu hai rifiutato un uomo ricco, che ti avrebbe garantito una cispicua dote: “Ma credo che voi mi abbiate ammaliata, e per questo motivo io mi trovo in questa condizione di smarrimento”. Dopo ciò lo bacerai con passione, chiedendo che quella cosa rimanga segreta, cosicchè non lo sappia mai nesuno. Acconsentirai in silenzio a ciò che egli vorrà fare, ma attenta a non esser accondiscendente con nessuno, se non per denaro.»

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Si vedano i vv.13682-13700 del Roman de la Rose per il confronto.

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1.« gran festa gli farai »: ripresa dell’explicit del sonetto precedente; onore: dal latino honos (honor), ōris; nell’espressione “fare onore”, “onorare”,  “manifestare stima, benevolenza, rispetto’, ma anche ‘accogliere festosamente’, nel quale significato sarebbe in endiadi con la precedente «fare festa»; Anonimo, I-486: « Tutta gente fami grande aonore/ e sono amato e null’om mi vol bene »; Latini, Rettor., 7-15: « Un suo amico della sua cittade e della sua parte, molto ricco d’avere, ben costumato e pieno di grande senno, che·lli fece molto onore»; G.Cavalcanti, I-128: « I’le prego per  lor cortesia/ che qual più può più vi faccia onore/ ed aggia cara vostra signoria.»; Dante, Paradiso, 25-104: « Come surge e va ed entra in ballo/ vergine lieta sol per far onore/ a  la novizia..»; l’espressione «far onore» in rima con «segnore» (v.5 «signore») la si ritrova in Brunetto Latini, Tes., 1437-38: « giocar per far onore/ ad amico o a segnore»;

2. « gli ti se’ tutta data »: ‘ti sei concessa’; il verbo “dare” è utilizzato nel senso di ‘acconsentire alle profferte d’amore, alle richieste di matrimonio”, “abbandonarsi ad essere amato”, “concedersi”; Novellino IV-178: « Istavano nel male luogo e davansi a chi le volea »; Cappellano volg., II- 161:  « Io non guardandomi da voi e credendo che voi non foste corrente a darmivi, sì mi mossi a domandarvi amore e dimostrarvi il mio volere.»;

4. « per fino e per leal amore»: espressione che indica l’amore perfetto secondo la concezione cortese;  l’aggetivo «fino», riferito ad una virtù morale o ad un sentimento, è da intendersi nel senso di “gentile,” “elevato,” “intemerato,” “nobile,” ; si cfr. Pier delle Vigne, 128: « L’ora tardi mi pare che sia/ che fino amo re a vostro cor mi manda»; Giacomo da Lentini, 39: « Non mi porta- amor che porta/ e tira ogne frino /; e non corre,-sì che scorre: / pur’amore fino.»;  l’aggettivo «leale», dal latino legālis, ‘conforme alla legge’(an.franc.leal, loial), è qui da intendersi col valore di  ‘costante nei sentimenti, perennemente fedele nel rapporto amoroso’, cfr Mare Amoroso, 34: « Assai vi son più leale amante/ che l’ermellino a la sua bianchezza.».

Leale: nel suo valore etimologico di ‘conforme alla legge’, rimanda ,unito all’aggettivo «fino», a quel codice che contrassegna e regolamenta l’amor cortese. Parliamo della cosiddetta Fin’Amour (si noti nel nome l’aggettivo «fino»): l’amore è un’arte con un suo codice, al pari della cortesia, ed è proprio nell’ambito di quest’ultima,(intesa come arte del vivere che implica costumi raffinati e buona creanza) che va ad instaurarsi la fin’amour; in particolar modo nell’ambito della lirica di trovatori e trovieri si utilizzano formule come fine amour per indicare un amore perfetto e rifinito, reso puro come l’oro. Nella lirica francese su di un totale di  trecentosettantuno occorrenze del termine fine, ben duecentosettantasette appaiono legate al termine amour; e di queste, otto sono caratterizzate anche dalla presenza dell’aggettivo loial (‘leale’): « c’om trait por fin amor et loial » 15,09- st.7,v.59; « Amors desir fine et loial et sage » 93,2- st.1,v.3; « ne quier d’amour fine et loial et vraie » 139,03- st.3,v.20; 718 le occorrrenze nella lirica provenzale dell’aggettivo fin, in unione a leal: « ab fin cor e leal e bon » 30,18 v.25;nella lirica siciliana del Duecento: « tut[t]or son quel ch’io soglio:/ fino e leale amante/ e senza falligione.», Anonimo, 20-43,45; nella Rose: « Par fine amour a vos me don» v.13689;

6.« t’ avrebbe dotata »: da dotare, dal latino dotem dāre, ‘fornire , provvedere di dote’: Jacopone, 65-147: « Sposa dota marito/ da lui non è dotata: /( prima dota è tratta ta / che la voglia sponsare) »; Boccaccio, Decameron, 10-6 (444): « Con piacer di Messer Neri, senza niuno indugio magnificamente dotatele, Ginevra la bella diede a messer Maffeo de Palizzi, e Isotta la bionda a messer Guglielmo della Magna,  nobili cavalieri e gran baron ciascuno »;

7.« ma credo che m’avete incantata »: incantata, dal latino incantāre, (fr. enchanter),  nel  senso di “sedurre”, “soggiogare”, “esercitare il proprio fascino o potere su qualcuno”, “ammaliare”; cfr. Roman de la Rose, 13695 « Si croi que m’avez enchantee »;

8. «errore »: dal latino errōre(m), da errāre( vagare); da intendersi come ‘smarrimento’; cfr. B. Latini, I-2379: « Perciò s’a te ne giova, / cercati fra lo petto/ del be ne e dell’errore,/ che nasce per amore ».

9.« allor sì ‘l bascerai »: il bacio è il gesto conclusivo che simboleggia la concessione della donna all’offerta d’amore; nell’ambito dell’amor cortese l’appello amoroso è ricalcato sul modello feudo-vassallatico: ciò significa che l’uomo è al servizio della donna come il vassallo nei confronti del suo signore, e, come per quest’ultimo che la presa di possesso del feudo avviene per mezzo di una cerimonia, entro la quale il bacio era il gesto simbolico che sancisce l’avvenuto legame stabilito tra signore e vassallo, così, il bacio della donna (il “gueredon”, una ricompensa ma anche segnale di un avvenuto legame) suggella la concessione; « istrettamente »: “con tenace presa”, “con abbraccio deciso, ardente, appassionato”; Mare Amoroso,23:« Piacciavi far di me per cortesia/ come l’aguglia fa d’uccello, che ‘l prende/ e no i la male, anzi ‘l si tiene al core istrettamente, / sì come l’unicornio a la pulzella.»

10.« che·lla cosa sia sagreta»: la segretezza della relazione amorosa è qualcosa di obbligatorio secondo le norme cortesi: nell’ambito della lirica propriamente cortese l’amore è quasi sempre un amore adulterino e, anche se la richiesta amorosa sembra talvolta condurre alla gioia più compiuta, la relazione deve rimanere segreta, per motivi di prudenza e per evitare anche ogni profanazione compiuta da sguardi indiscreti;  qui la segretezza appare però più decisamete piegata alla logica opportunistica della Vecchia per evitare che ciascun amante sappia degli altri; sagreta (dal latino sēcrētus, p.p. di sēcernĕre ), nel senso di ‘non rivelato”, “che non si deve sapere”,  perché non autorizzato o proibito: Chiaro Davanzati, XLI-67: « So ben che conoscete/ le mie voglie sagrete c’ho ‘n voi vertudiosa»; Contini  sottolinea la forma « sagretto » in rima in Brunetto ( Tesoretto, 102);

12.«istarà cheta »: “cheta”, dal latino quĭēs, ētis, donde l’italiano quièto e chèto, col significato di ‘tranquillo, silenzioso’; nella locuzione «stare cheto» col valore di ‘tacere”, ma anche “non fare opposizione”, “lasciar correre”, “acconsentire”;

13. «aconsentente»: hapax nella latteratura italiana tra Duecento e Trecento;

14.«se non per la moneta »: ripresa del concesso espresso in CLXXI,7-8;

Alessandra Lovito

172. sabato, giu 21 2008 

CCCLXXII

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La Vec[c]hia.

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«E quando tu udirai la sua domanda,
Già troppo tosto non sie d’acordanza,
Né non fare di lui gran rifusanza:
Nostr’arte sì no’l vuol né no’l comanda.
Cortesemente da·tte sì’l ne manda,
E stea il su’ fatto tuttora in bilanza,
Sì ch’egli ab[b]ia paura ed isperanza
Insin ch’e’ sia del tutto a tua comanda.
E quand’e’ ti farà più pregheria,
Tu gli dirai tuttor che·ttu sie presta
A fargli tutta quanta cortesia,
E dì che’l su’amor forte ti molesta;
E così caccia la paura via.
Po’ dimora con lui e fagli festa.

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« E quando tu ascolterai la sua richiesta d’amore, non dare troppo presto il tuo consenso, né fa’ di lui oggetto di rifiuto: la nostra arte amotoria non vuole che si agisca così né lo ordina. Congedalo da te con maniere cortesi, e la sua situazione sia perennemente in bilico, cosicchè egli viva tra la paura e la speranza, finchè egli sia totalmente ai tuoi ordini, e solo dopo che egli ti avrà supplicato maggiormente, tu gli dirai di essere sempre disposta a fargli ogni concessione, e digli che il suo amore ti provoca grande turbamento; in tal modo metti fine alla sua paura. Poi rimani con lui e fagli festose accoglienze.»

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Si vedano i vv. 1367-81 del Roman de la Rose per il confronto.

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1.domanda: nel senso di “richiesta d’ amore”;

2.acordanza: ‘consenso’; gallicismo(dal fr.accorder ), che non figura però nel passo francese corrispondente; Guido delle Colonne, II-168: «Così son volentieri ‘n accordanza/ gli occhi co lo core insembrementi »; Guittone XX-2: «Ah lasso, che li buoni e li malvagi/ omini tutti hanno preso acordanza di mettere le donne in dispregianza »; Rustico VI-1-191 (51-5):« E fatt’ ha [ Madonna] con l’ Amore sua accordanza,/ ch’ io viveraggio assai peggio che morto »;

3.nè non: doppia negazione; gallicismo, come al v.4; rifusanza: ‘rifiuto’, francesismo, non presente però nel passo corrispondente della Rose; dall’antico francese refuser, a sua volta derivato dal gallolatino *refusāre, con suffisso di origine provenzale;

4.nostr’arte: intesa come ‘arte amatoria femminile’, con particolare riferimento ai mezzi di seduzione, gli artifici o le attrattive fisiche messe in opera dalle donne; Boccaccio, V-239: « Quella bellezza…, la qual tanto le sue arti valson che per te non solamente, ma molti altri, che meno di te erano presi, abbagliò.»;

5.cortesemente: “garbatamente”; richiama il concetto di “cortesia”, concetto chiave nella letteratura medioevale che si lega all’idea di eleganza, raffinatezza, maniera e misura; Dante Alighieri, Conv., IV- XXV-I: « la maggior parte de l’amistadi, si paiono seminare in questa etade prima, però che in essa comincia l’uomo ad essr graziosa, o vero lo contrario: la quale grazia s’acquista per soavi reggimenti, che sono dolce e cortesemente parlare, dolce e cortesemente servire e operare.»;

6. in bilanza: ‘nell’incertezza’; ricalca en balance del Roman de la Rose v.13671, e riprende il concetto del v.14 di CLXXI; è possibile, inoltre, ravvisarvi un richiamo ad una delle caratteristiche della fin’ amour descritta da trovatori e trovieri: in essi, infatti, la distanza tra la donna e il corteggiatore resta grande, l’oggetto dell’amore è spesso inaccessibile e così  l’umile spasimante trema e la sua vita sembra dipendere da un unico sguardo della donna; trentatre le occorrenze nei trovieri della espressione en balance, con allusione alla condizione di incertezza; in relazione all’incertezza d’amore: « quant je plus l’aim, plus me tient em balance », 7,19-1,3; «mon cors avez mis en si grant balance», 85,01-3, 19; «ahï, dame, tout est fors de balance», 117,7- 6, 41; «fait qui va qerre autre amour en balance», 133,58- 8, 58; «si met Amors bien et mal en balance», 265,1635-1, 6;

7.« sì che egli abbia paura ed isperanza »: nel Roman de la Rose, 13672 « Qu’il ait paour et esperance »

8. comanda: ‘ordini’; gallicismo; cfr. XV,6 e CXLII, 3;

9.pregherìa: ‘supplica, preghiera, istanza’, gallicismo; cfr. Novellino, IV-156: «I nobili cavalieri si lasciarono ire alla donna e richieserle in gran pregherìa che li facesse perdonare»;

10. presta: gallicismo; dal francese preste, ‘sollecita’; qui nel senso più specifico di “cosa o persona che si manifesta immediatamente pronta ad un sentimento, un desiderio o una volontà”; si veda Dante Alighieri, Purg. 6-79: « Quell’anima gentil fu così presta/ sol per lo dolce suon della sua terra/ di fare al cittadin suo quivi festa »;

11. cortesia: ‘atto cortese che denota il desiderio di fare qualcosa grata a qualcuno, di accondiscendere alla sua volontà’; Folgore da San Gimignano, VI- 11-139 ( 7-13 ): «E le genti vi sian tutte amorose,/ e faccianvisi tante cortesie/ ch’ a tutto ‘l mondo siano graziose»;

12. ti molesta: ‘ ti turba’. Dal basso latino molestare, dall’ aggettivo molestus; qui nell’ accezione di “turbamento emotivo”; Giovanni Boccaccio, Rime, LXXXII, vv15-16: « non la faccia crudel ovvero onesta,/ oltre al desio che per lei mi milesta.»; forte: avverbio, ‘fortemente, grandemente, intensamente’( quest’ultimo soprattutto riferito a concetti come amare o desiderare )”; Dante, Inf., V, 103-105: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona,/ mi prese del costui piace sì forte,/ che, come vedi, ancor non m’abbandona.»; Rustico, VI-1-119: « Ma piacerìagli forte che ‘l parlare/ e rider vostro fosse men sovente.»;

13. paura: menzionata già al v.7; Cacciando via la paura, rimane solo la speranza (v.7).

14. festa: dal latino fēsta,orum; in origine aggettivo neutro plurale da collegare con fēriae; qui da intendersi nell’ accezione figuarata di “gioia,” “letizia,” “piacere” o “manifestazione di gioia, allegria, tripudio”; nella locuzione “far festa a qualcuno”, come in questo luogo, vale come “accoglierlo cordialmente, con entusiasmo e affetto”: Dante Alighieri, Purg. 6-81: « Quell’ anima gentile fu così presta, / sol per lo dolce suon de la sua terra, / di far al suo cttadin quivi festa.»; Testi fiorentini, 157: « Molto facie il re Pelleus grande festa al nepote e rendegli tutta la terra che a lui s’apparteneva.»


Alessandra Lovito

171. sabato, giu 21 2008 

CLXXI

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La Vecchia

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“E s’e’ viene alcuno che•tti prometta,

E per promessa vuol c[h]‘a•llui t’attacci,

I’ non vo’ già perciò che•ttu lo scacci,

Ma digli c[h]‘altro termine ti metta,

Perciò c[h]‘avrai allor troppo gran fretta;

E sì vo’ ben che ‘l basci e che•ll’abracci,

Ma guarda che co•llui più non t’impacci,

S’e’ non iscioglie prima la maletta.

O s’alcun ti mandasse alcuno scritto,

Sì guarda ben la sua intenzïone,

Ched e’ non ab[b]ia fintamente scritto;

E poi sì gl[i]ene fa risponsïone,

Ma non sì tosto: atendi un petitto,

Sì ch’egli un poco stea in sospez[z]one.”

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« E qualora vi sia qualcuno che ti faccia promesse e che voglia che tu a lui ti leghi mediante una promessa, io non ti dico di allontanarlo per questo motivo, ma chiedigli di concederti altro tempo, perché altrimenti tu saresti troppo affrettata, ed è consentito che tu lo baci e lo abbracci, ma bada bene a non avere a che fare con lui se prima non scioglie i cordoni della borsa. Oppure se qualcuno ti invia qualche scritto stai attenta a quale sia la sua intenzione e che questi non ti abbia scritto con intento ingannevole; e poi è giusto che tu gli dia una risposta, ma non troppo velocemente: attendi un po’, cosicché egli viva un po’ nell’incertezza.»

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Si vedano i vv. 1351-66 del Roman de la Rose per il confronto.

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1.prometta: “dar parola”, “legarsi per fede ad uno per fare qualcosa”, qui con riferimento agli impegni nuziali; dal latino promittĕre, ‘mandare innanzi’, cioè mandare innanzi una parola che poi deve essere osservata; tale valore del verbo è ulteriormente avvalorato dall’uso del termine “ promessa” al verso successivo, laddove essa sta ad indicare la clausula, la parola data, attraverso cui si esplica l’azione del promettere; appare inoltre significativo l’uso di questi due termini ( prometta, promessa), nella misura in cui entrambe, sia il verbo che il sostantivo, alludono ad una fede da osservare sulla base della parola data. La lealtà,  verrà richiesta nuovamente, per quanto concerne l’uomo, anche nella seconda parte del sonetto,  ma  la situazione contrasta con i consigli ingannatori e la convenienza che la Vecchia stessa impartisce per la donna; nel Roman de la Rose « Et s’il vient aucuns prometierres» v.13651;

2.promessa: nel senso di ‘dichiarazione che impegna a contrarre matrimonio’; Boccaccio, Teseida, XII, 69 : «E poi in presenza di quella santa ara/ il teban Palemon gioiosamente/ prese e giurò per sua sposa cara/ Emilia bella, a tutti i re presente;/ e essa, come donna non già gnara,/ simil promessa fece immanente;/ e poi la basciò come sì si convenne/ e ella vergognosa sel sostenne.»;

attacci: propriamente vale ‘attacchi’, in evidente fonetismo francese  (fr.attacher/(at)tache), qui nell’accezione di ‘affezionarsi o legarsi  d’affetto;  Dante Alighieri, Inf.,28-28,29:« Mentre che tutto in lui veder m’attacco, guardommi e con le man s’aperse il petto, »; nella Rose « et par promesse a soi loier» v.13654;

3.termine: gallicismo; dal francese o antico provenzale terme, ‘fine di uno spazio o di un tempo’; nell’accezione a cui qui si allude ha il significato di ‘limite cronologico’, si veda D. Alighieri , Convivio IV-IV-II: « A costoro, cioè a li Romani, né termine di cose né di tempo pongo.»; Boccaccio, Dec.10-9 ( I-IV-929 ): «Questa  è la cagion per la quale in questo termine [ un anno, un mese e un giorno per rimandarti ] e non maggior ti comando.»; Sono undici le occorrenze nella lirica francese: « j’antendrai bien le terme que metés » 133,77-st.2, v.13; 5 le occorrenze nella lirica provenzale: « que no·m manten jorn, terme ni convens » 80,29-39;

7. impacci: dal provenzale empachar o dall’antico francese empeechier; “stringere” o “intrattenere rapporti di natura lavorativa o sentimentale con qualcuno”, “mescolarvisi”, “frequentarvisi” (per lo più nella locuzione ‘impacciarsi con qualcuno’); Bibbia volg., I-365: «Chi si impaccerà con le bestie inonestamente, di morte morrà»; Giovanni Celle, 4-2-41:«Se compra o vende in nome dello scomunicato, non è da impacciarsi con lui»;

8.maletta: gallicismo; derivato di mala, altro gallicismo, “sacco (dello stomaco)”, “valigia”; dal fr.malle ( franc.*malha ); Detto d’Amore v. 314 « avrai ad oste/Folle-Larghez[z]a mala/ che scioglierà la mala/ e farà gran dispensa »;

9. O s’alcuno ti mandasse alcuno scritto: nel Roman de la Rose troviamo: «Et s’il mande riens par escrit» v.13659;

10.intenzïone: dal latino intentiō,ōnis, come traduzione del greco éntasis, ‘stiramento’,  in senso traslato, ‘l’essere teso, essere intento’; qui da intendersi come “scopo a cui tende una determinata azione, fine che si propone una persona” oppure più nello specifico, come “disposizione d’animo nei confronti di una persona”: Cavalca, VII-28:«Cristo scoprirà la loro falsa intenzione( dei vanagloriosi ) a tutto il mondo»; nel Roman de la Rose troviamo entencion v.13661;

11.fintamente: “con falsità”, “frode” o “menzogna”, “ingannevolmente”; cfr. C,1; scritto: rima equivoca;

12. risponsïone: dal latino responsio,ōnis, nome d’azione da respondeo; trattandosi, in questo luogo, di risposta ad uno scritto precedentemente inviato, non si può ignorare l’accezione  di ‘comunicazione responsiva’ nella comunicazione letteraria medioevale: Chiaro Davanzati, II-2:«Novo savere e novo intendimento,/ novel dimando e nuova risponsione,/ a nuovo fatto, nuovo consigliato»; Dante Alighieri, Vita Nuova, 3-13(16): «Questo sonetto si divide in due parti; che ne la prima parte saluto e domando responsione, ne la seconda significo a che si dee rispondere.»

13.un petitto: francesismo:; da petit ‘piccola quantità’( dal latino tardo pitinnus e pitulus, *pettitus ), da cui l’espressione francese en petit ‘un po’, in piccola quantità’.

14.sospez[z]one: gallicismo; ‘timore’, dal provenzale sospeisìo(n), sospecìo(n), dal latino suspiciō,onis (da suspicere);  lo si ritrova sempre in rima  in altri due sonetti: in LXVI,9 ove compare nel senso di ‘sospetto’, ed in CCXXXII,10 col significato propriamente di ‘timore’; in questo caso siamo dinanzi ad una accezione intermedia tra timore e sospetto: ‘incertezza’. L’accezione  trova ulteriore conferma nell’ immagine proposta nel sonetto successivo ai vv.6 e 7 « e stea il suo fatto tuttora in bilanza,/ sì che egli abbia paura ed isperanza »;

Alessandra Lovito

174. sabato, giu 21 2008 

CLXXIV

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La Vec[c]hia.

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«Chi ’l su’ amico non cessa di pelare
Infin ch’egli
ag[g]ia penna in ala o in dosso
E che d’ogn’altro bene e’ sia sì scosso
Ched e’ non si ne possa mai volare,
Quella cotal
dovria l’uon maneg[g]iare:
Ché, quanto ch’ella costa più di grosso,
Più
fia tenuta cara, dirlo posso,
E più la vorrà que’ tuttor amare.
Ché·
ttu non pregi nulla cosa mai
Se nonn-è quel che·
ttu n’avrà’ pagato:
Se poco costa, poco il pregerai;
E quel che·
tti sarà as[s]ai costato,
A l’
avenante caro il ti terrai,
Con tutto n’ag[g]ie
tu ben mal mercato.”

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« Colei che non desiste dallo spennare il proprio amante fino al punto che egli non abbia nemmeno una sola piuma come ala o sul dorso, e che egli sia spogliato di ogni altro bene e che non possa più volare, quella merita di avere in mano sua l’uomo: perché quanto più quella costa cara, tanto più, si può dire, sarà ritenuta preziosa, e tanto più egli la vorrà sempre amare. Perché tu non apprezzi nulla se non ciò che avrai pagato: e se costa poco la considererai di poco valore; e ciò che ti sarà costato molto caro, in proporzione, lo terrai stretto a te, benché tu ci faccia un cattivo affare.»

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Si vedano i vv. 14701-712 del Roman de la Rose per il confronto.

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1.« amico »: nel senso di “amato” ( dal lat.amicus, a, etimologicamente connesso con amāre, amāsius, a mezzo di un suffisso che ha paralleli con l’etrusco); Tesoretto volgar.,6-47: « Quando lo amico ama la sua amica per dilettazione, e quella ama lui per utilità, non ama l’un l’altro per diritto bene»; Dante Alighieri, Purg.,IX,1-3: « La concubina di Titone antico/ già s’imbiancava al banco d’orïente,/ fuor delle braccia del suo dolce amico; »;

«cessa»: congetturale per « pensa» in ed. a cura di G.Contini; da intendersi nel senso di ‘smettere di far qualcosa, desistere da una impresa’; con analogo valore lo si ritrova in Jacopone, 65-180: « Altro non vo cercando, si non amor trovare;/ l’amor non me perdona, tutto me va spogliando,/ forte me va legando, non cessa de’nfiammare.»; nell’ed.a cura di Luca Rossi si trova «pena», nel senso di ‘farsi scrupolo, provar ritegno, mostrarsi restio’, con il quale significato lo ritroviamo in: Esopo volgar., 5-14 « Lo donzello penava a dire la cagione»; Bono Giamboni, Fiore di Rettorica, 13 «L’uomo non di dee penare di vivere dirittamente »;

«pelare»: “spennare”, nel senso di ‘impoverire”, “rovinare economicamente” con continue richieste di denaro e donativi, sfruttando la dabbenagine o la credulità di una persona; cfr. Giacomo da Lentini, 57: « Molti creden tenere amistade/ sol per lo pelar altrui a la cortese/ e non mostrare in vista ciò che sia.»; nella Rose troviamo « plume»( v.13701);

2.«dosso»: ‘dorso’ (dal lat.dorsum, con assimilazione progressiva); numerose le occorrenze nella letteratura italiana tra Duecento e Trecento; dieci , con quest’accezione, tutte nella Commedia: cfr. Inf.XVII, 13-15 « avea pilose insin l’ascelle;/ lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste/ dipinti avea di nodi e di rotelle »; un’occorrenza anche in Folgore da San Gimignano, Sonetti dubbi, 1-vv9,11« Però se non convien ad uomo saggio/ volere adesso fare d’ogn’erba fasso/ né d’ogni pietra caricarsi ‘l dosso »;

3.«scosso»: p.p. del verbo scuotere, con il valore di ‘spogliato, privo di beni o di denaro’; frequente in Petrarca, oltre che in trecentisti minori,in toscano si ritrova nel termine scusso; Bono Giamboni, 47: « Di colui ch’è povero d’avere dice uno poeta: “ il viandante che è scosso d’avere canterà sicuro dinanzi a’ rubatori delle strade »;

5.«dovria l’uon maneggiare»: l’interpretazione del verso è varia per i dubbi relativi al significato di «maneggiare» e della funzione di «uon»: con l’«uon» oggetto, il verso vale ‘quella merita di avere in mano sua l’uomo’; con l’«uon» impersonale, e il francesismo «maneggiare», vale ‘quella si dovrebbe carezzare’, in quanto obbediente al precetto impartito dalla Vecchia; per Contini è da preferire la seconda interpretazione con «uon» impersonale e soggetto; «maneggiare»: francesismo, dal francese maneier (XII sec.), maniier, provenzale manejar, dal latino manus;

6.«di grosso»: in quantità;

7.« cara»: ‘preziosa, di valore’; con lo stesso significato lo ritroviamo in Guittone D’Arezzo, XXVI, 86,88:« Abbialla donque cara, ad esso amiamo,/ ove tutto troviamo/ ciò che può nostro cor desiderare.»;

8.«tuttor»: ‘sempre’;

9.« pregi»: da pregiare, an.fr. preiser, prov. prezer; dal tardo latino pretiāre ‘apprezzare’, a sua volta da pretium; qui da intendersi con il significato di ‘apprezzare”, “stimare”, “avere in considerazione”; cfr. B.Latini, Rettor., 34-21: « Poi che’ savi intralassar lo studio dell’eloquenza, ella tornò ad neente e non fue curata né pregiata.»; Chiaro Davanzati, XVII-678-7: « Misura e senno è cosa da pregiare»; Dante Alighieri, Rime XXX-36: « Ché ‘l saggio non pregia om per vestimenta,/ ch’altri son ornamenta,/ ma pregia il senno e li genti coraggi.»; Detto d’Amore:« Di tua boc[c]a non l’oda/ ma ciascun pregia e loda.»

13.«a l’avenante»: avenante, francesismo (originariamente part.pres. di avenir) con il valore sia di ‘bello, piacevole’ che di ‘adatto, conveniente’; nel significato di ‘conveniente, adatto’ si veda Brunetto Latini, Rettor., 34-17: «La terza scienza ciò è Rettorica, la quale truova et adorna le parole avenanti alla materia, …»; la locuzione «all’avenante», col significato di ‘in modo simile”, “in proporzione”, “in conformità”, riproduce perfettamente gli usi francesi, sia nella forma preposizionale à l’avenant de ‘all’avenante di’, attestata sin dal 1278, sia nella forma avverbiale à l’avenant ( come nel Fiore), attestata dal 1283;


Lovito Alessandra

220 venerdì, giu 20 2008 

CCXX

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(Senza titolo)

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Venus[s]o, che d’assalire era presta,

Sì comanda a ciascun ched e’ s’arenda,

O che la mercé ciascheduno atenda,

Ch’ella la guarda lor tratutta presta.

E sì lor à giurato per sua testa,

Ched e’ non fia nessun che si difenda,

Ch’ella de la persona no·gli afenda:

E così ciaschedun sì amonesta.

Vergogna sì respuose: «I’ non vi dotto,

Se nel castel non fosse se non io,

Non crederei che fosse per voi rotto.

Quando vi piace intrare a·lavorio,

Già per minaccie no·m ’ntrate sotto,

Né vo’ né que’ che d’amor si fa Dio».

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Venere, pronta ad assalire la fortezza, comandò a ciascuno di arrendersi a lei o attendere la sua clemenza, poiché sicuramente sarebbe stata concessa rapidamente. Lei giurò loro, di sua volontà, che nessuno doveva difendersi, poiché non avrebbe fatto loro del male nel corpo: in questo modo li ammonì tutti. Vergogna rispose così:« Io non vi temo. Se non fossi io stessa presente nel castello, non crederei neppure che sia stato preso da voi. Giacché vi dilettate a provarvi in imprese disperate, sappiate che mediante le minacce non avrete ragione di me, né voi né colui che si spaccia per dio d’amore».

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1. Il verso ricalca l’originale “Venus, qui d’assaillir est preste”, al v. 20681 del Roman de la Rose. Per presta cfr. II 9 e seguenti. Venusso: cfr. CCXVIII.

3. Mercé: aggettivo di uso antico e letterario. Ne Il Fiore sono presenti altre due occorrenze di questo termine e hanno tute il significato di  “pietà”, “compassione”, “misericordia”, “clemenza”, come in Boccaccio, Dec. 5-4 (44): “Ben vi priego io, se esser può, che voi abbiate della mia vita mercé, e che io non muoia”. Mercè si trova associto a  verbi come “chiamare”, “chiedere”, “gridare”,  in contesti relativi a  svolgimenti di battaglie o scontri di diverso genere. Si guardi per esempio alle occorrenze presenti in Brunetto Latini, sia in Rettorica, sia in Tesoretto, i particolare quella che si riporta di seguito: “poi le basciai il piede / e mercé le gridai”; in associazione allo stesso verbo anche in Pro Ligario: “partissi dunque non pur /da te, ma da’ suoi frati, i quali per lui ti gridano mercé ”; lo “scontro” a carattere amoroso, già visto in Brunetto Latini, trova un esempio molto chiaro in Chiaro Davanzati, canz. 6: “così di voi mi presi inamorando; /mercé chiamando, / istato son cherente” e in Cecco Angiolieri, Rime, 1: “oimè, ch’i’ amo /quanto se pò amare, /oimè, colei che strugge lo cor meo! / oimè, che non mi val mercé chiamare!”.

4. Guarda: in questo caso “serbare”, “destinare”. Cfr. Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, V, 120: “una figliuola del sacerdote d’Apolline, la qual donò ad Agamennone, e un’altra (…) guardò per sé”.

Presta: si avrebbe qui una rima identica col v. 1, a meno che non si divida “tratutt’apresta”, intendendo con “apresta” una forma forte di “aprestata”.

5. Per sua testa: dal francese “par son chief”. Potrebbe significare sia “di sua iniziativa”, con “per” inteso come compl. di mezzo figurato, sia “sulla sua testa”, laddove “chief” sarebbe l’elemento su cui avviene il giuramento e “per” sarebbe sempre un compl. di mezzo ma dal significato variato, introducendo l’oggetto mediante il quale il giuramento può attuarsi. Nelle numerose occorrenze della formula in antico francese si riscontra la stessa ambivalenza di significato.

7. De la persona: compl. di limitazione, dove “persona” significa “corpo”: l’incolumità garantita è solo materiale.

Gli: concordanza ad sensum con “nessun”.

Afenda: cfr. XXXII, 7.

8. Amonesta: “ammonisce”. Ricalca l’originale francese “amoneste”, al v. 20682 del Roman de la Rose. Resta uguale anche la rima con “preste”.

9. Dotto: cfr. XIX, 6 e sgg.

10. Fosse: ovvero “fossi”, prima persona singolare.

11. Per: compl. di agente.

12. Quando: “poiché”. Introduce un compl. di causa. .

Intrare: forma arcaica per “entrare”. In questo caso, considerato il termine che segue, il verbo va inteso come “mettersi”, “porsi”, “cacciarsi” in una determinata situazione o condizione; per un es. affine, si guardi a G. M. Cecchi, 19-29: “Tu entreresti in troppo impiccio / a voler far questa vagliata”.

A lavorìo: Termine antico per “lavoro”, ma ancora in uso per sottolineare talvolta la gravosità dell’attività, o anche il suo assiduo prolungarsi nel tempo. In questo caso, anche considerando l’associazione col verbo precedente, indica precisamente un’attività laboriosa e frenetica, quasi una prova o missione. Probabile è il riferimento all’attività della coscienza interiore, al travaglio dello spirito, ad un’ossessione irrisolta. Si guardi  Ricciardo da Cortona I-II: “Le temptazioni diaboliche (…) come bestie rapaci distruggono ogni nostro lavorìo che nel cuore nostro fusse cominciato”. Si ricorda che nel Fiore si parla di un assedio che ha al centro il sentimento amoroso, così che i valori semantici descritti paiono qui notevolmente pertinenti.

13. ‘ntrate: stesso verbo del v. 12, con significato notevolmente diverso: essendo in questo contesto associato alla preposizione “sotto”, qui il verbo è da intendersi come penetrare, insinuarsi, erodere dalle fondamenta, dove tra l’altro è possibile che la locuzione sia un’allusione di tipo sessuale.

14. Si fa: “si autodefinisce”: è il sedicente dio d’Amore.

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BIBLIOGRAFIA

Boccaccio, Giovanni [1370], Decameron (ed. critica secondo l’autografo hamiltoniano, a cura di Vittore Branca, Firenze, Acc. della Crusca, 1976).

Latini, Brunetto [1294], Volgarizzamento dell’orazione Pro Ligario (a cura di Cesare Segre, in La Prosa del Duecento, a cura di Cesare Segre e Mario Marti, Milano-Napoli, Ricciardi 1959, pp. 171-84).

Latini, Brunetto [1274], Tesoretto (Il) (Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, t. II, pp. 175-277).

Angiolieri, Cecco [1300], Rime (Poeti giocosi del tempo di Dante, a cura di Mario Marti, Milano, Rizzoli, 1956, pp. 119-250).

Davanzati, Chiaro [1300], Rime (ed. critica a cura di Aldo Menichetti, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1965).

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MARIA D’AGOSTINI

45 domenica, giu 8 2008 

XLV

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Ragione

“Ancor non vo’ t’incresca d’ascoltarmi:
Alquanti motti ch’i’ voglio ancor dire
A ritenere intendi e a udire,

Ché non potresti aprender miglior’ salmi.

Tu sì à’ cominciato a biasimarmi
Perch’i’ l’Amor ti volea far fug[g]ire,
Che fa le genti vivendo morire:
E tu ‘l saprai ancor se no·lo spalmi!
Sed i’ difendo a ciaschedun l’ebrez[z]a,
Non vo’ che ‘l ber per ciò nes[s]un disami,
Se non se quello che la gente blez[z]a.

I’ non difendo a·tte che·ttu non ami,
Ma non Amor che·tti tenga ‘n distrez[z]a,
E nella fin dolente te ne chiami”.

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“Non voglio che ti rincresca di ascoltarmi ancora: cerca di tenere a memoria e di udire alcune parole che voglio ancora dire, perché non potresti apprendere insegnamenti migliori. Così hai iniziato a biasimarmi perché dall’amore ti volevo far fuggire il quale fa morire le persone facendole vivere: e lo saprai un giorno se non lo svilisci! Se io proibisco a ciascuno il piacere intenso non voglio che per questa cosa non ami nessuno tranne ciò che danneggia la gente. Io non ti proibisco di amare, bensì che Amore ti tenga in angoscia e ti conduca nella fine dolorosa”

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Si vedano i vv. 6859-6884 del Roman de la Rose per il confronto.

2. alquanti motti: “poche parole”; gallicismo.

4.salmi: (in assonanza, ma la pronuncia rustica di lm è, anche nell’odierno fiorentino, rm); cfr. Alighieri If. XXXI, 69: “cui non si convenian più dolci salmi”

5. biasimarmi: l’origine galloromanza della voce è indubbia per la concordanza con l’ambito semantico del provenzale “blasmar” e francese antico “blasmer”, oltre che per la veste in cui è tràdita.

8. ancor: col significato di “un giorno”;

spalmi: “svilire”, “sminuire”.

9. difendo: “proibisco” gallicismo.

11. se non se: “tranne”;

blezza: “ferisce”, “danneggia”; gallicismo.

12. difendo: regge una secondaria negativa.

13. ma non: “bensì”;

tenga ’n distrezza: “tenere in angoscia”; gallicismo (cfr 41,11)

D.Silvi

44 domenica, giu 8 2008 

XLIV

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Ragione

“Quel Socrato dond’i’ ti vo parlando,
Sì fu fontana piena di salute,
Della qual derivò ogne salute,
Po’ ched e’ fu del tutto al me’ comando.
Né mai Fortuna no’l gì tormentando:
Non pregiò sue levate né cadute;
Suo’ gioie e noie per lui fur ricevute,
Né ma’ su’ viso nonn-andò cambiando.
E bene e mal mettea in una bilanza
E tutto la facea igual pesare,
Sanza prenderne gioia né pesanza.
Per Dio, ched e’ ti piaccia riguardare
Al tu’ profitto, e prendim’ad amanza!
Più alto non ti puo’ tu imparentare.

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“Quel Socrate di cui ti sto parlando, fu fontana ricca di salute dalla quale derivò ogni salute poiché egli fu del tutto ai miei ordini. Nè mai Fortuna si volse a tormentarlo: non considerò i suoi innalzamenti né le cadute; ricevette cose gioiose e cose tristi ma il suo viso non cambiava. E metteva il bene e il male su una bilancia che tutto faceva pesare in ugual modo senza prendere né gioia né dolore. Per conto di Dio, prendimi come amante affinché ti piaccia guardare al tuo profitto! Non ti puoi imparentare più nobilmente.

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Si vedano i vv. 5814-5826 del Roman de la Rose per il confronto.

1. dond(e): gallicismo “di cui”.

2-3. rima identica piuttosto che equivoca (buoni i suggerimenti virtute 3 del Wiese, 2 del Di Benedetto).

4. comando: “ordine”. Gallicismo, dal lat. tardo commandare.

6. sue levate: “i propri innalzamenti”.

7. gioie: con gioia s’intende ciò che è causa o occasione di “diletto” e “godimento”. ricorre nel corso dell’opera come termine lirico di origine provenzale indicando il “piacere” che proviene dall’amore, Cfr XXXIV,9; CXLV, 2; CCII,4, CCXXII,9; in Dante Alighieri, Cv. III, 12, 13; Rime dubbie XVIII, 13; Detto d’Amore XXXIX e CX. Cfr. Roman de la Rose v.13132: «et le vostre est a advenir»

noie: trittongo; significa “dolori”, “tristezze”, “guai”.

Per: compl. d’ agente.

8. Né… non: doppia negazione (come in XLII,5).

9. bilanza: “bilancia” dal fr. balance e dal prov. balansa; tardo lat. bilanx (cfr. VIII,11).

10. la: riferito a bilanza (l’originale ha “les”).

11. gioia: stranamente bisillabo come in XXXIV,9 (dopo prenderne sarebbe caduto per apologia il );

pesanza: “dolore”, “sofferenza”, dal  fr. pesance e dal prov. pesansa.

12: riguardare: dalfr. regard, di cui si hanno due occorrenze nella lirica dei trovieri: 265, 0622 v. 9 «d’un duz regard suy si mal poynt»; 265, 1466a v. 16 «duz regard e bel semblant».

13. amanza: cfr. XLI,2.

14. alto: “nobilmente”. Avverbio,  in senso figurato “nobile”, “eccellente”.

D.Silvi

43 domenica, giu 8 2008 

XLIII

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Ragione

“Amico, guarda s’ tu fai cortesia
Di scondir del tu’ amor tal damigella
Chente son io, che son sì chiara e bella
Che nulla falta i·me si troveria.
Nel mi’ visag[g]io l’uon si spec[c]hieria,
Sì non son troppo grossa né tro’ grella,
Né troppo grande né tro’ pic[c]iolella:
Gran gioia avrai se m’ài in tua balia.

Ched i’ sì·tti farò questo vantag[g]io,
Ch’i’ ti terrò tuttor in ricco stato,
Sanz’aver mai dolor nel tu’ corag[g]io.

E così tenni Socrato beato;
Ma mi credette e amò come sag[g]io,
Di che sarà di lui sempre parlato.

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“Amico, guarda di farmi la cortesia di rifiutare il tuo amore per tale damigella che sono io, che sono così luminosa e bella che nessun difetto si potrà mai trovare. Nel mio viso ognuno si specchierà, così non sono troppo grassa né troppo magra, né troppo grande né troppo giovane: avrai grande gioia se sarai in balia di me. Così ti darò questo vantaggio, ti terrò sempre in ricchezza senza provare mai dolore nel tuo cuore. E così feci beato Socrate; ma mi credette e mi amò come un saggio, tanto che il suo nome sarà sempre ricordato”.

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Si vedano i vv. 5803-5813.del Roman de la Rose per il confronto.

1. guarda: “azione di guardare”; gallicismo da warda , fr. garder.

2. scondir : “rifiutare”; dal fr. e dal prov. escondire, dal lat.tardo excondicere e dal lat. classico. condicere.

damigella:donna di alto stato” o “giovane di nobile famiglia”. (cfr. LXV,12; 146,3)

3. chente: “qual”.

chiara: ripreso da XLI,14.

4. falta: gallicismo. “difetto”, “mancanza” dal lat. class. falsus, e dal fr. faute.

5. visaggio: gallicismo, cfr. franc. visage e pr. visatge.(Cfr. XLVII v. 14, LXXIV v. 11, LXXXVI v. 5, CLXVI v. 1, CCXVI v. 7, CCXXIV v. 1)(C. Marchiori, Il Fiore e il Detto d’amore, p. 37).

6. tro’ grella: ricalca caricaturalmente il “trop graile” di Guillaume (v.2980), in moltissimi manoscritti della stessa Rose banalizzato in “trop magre” (trò ripreso anche al verso successivo).

8. balia: ‘potere’, ‘autorità’. (Cfr Fiore 1,6; 3,3; 149,12)

11. coraggio: in senso letterale “cuore, “animo”, dal fr. courage e dal prov. coratge, dal lt. cor. (Cfr. Fiore 49,12; 67,14; 90,8 ; 96,9; 114,5; 135,12; 176,6)

12-14. La terzina anticipa il sonetto successivo. Notevole il metaplasmo popolareggiante in Socrato (anche XLIV 1), di contro al Socrate della Commedia (Inf. IV 134).

13. saggio: nel Fiore e nel Detto s’intende colui che sa sfruttare con accortezza le passioni e le debolezze altrui per trarne piacere o ricchezza. (cfr. anche Detto D’amore 285, Rime LXXXIII, 35-36 e CVI 106, Vn XX 5 9, Cv II  I 3).

D.Silvi

42 domenica, giu 8 2008 

XLII

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L’Amante


“Ragion, tu sì mi fai larga proferta
Del tu’ amor e di te, ma i’ son dato
Del tutto al fior, il qual non fia cambiato
Per me ad altr’amor: di ciò sie certa.
Né non ti vo’ parlar sotto coverta:
Che s’i’ mi fosse al tutto a·tte gradato,
Certana sie ch’i’ ti verrè’ fallato,
Che ch’i’ dovesse aver, o prode o perta.
Allora avrè’ fallato a·llui e te,
E sì sarei provato traditore,
Ched i’ gli ò fatto saramento e fé.
Di questo fatto non far più sentore,
Ché ‘l Die d’Amor m’à·ssì legato a·ssé
Che·tte non pregio e lui tengo a signore”.

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“Ragione, così mi fai un’abbondante offerta di te e del tuo amore, ma mi sono concesso completamente al fiore che non sarà cambiato per un altro amore: di ciò puoi stare certa. Né ti voglio parlare con dissimulazione: perché se mi fossi del tutto conformato al tuo piacere, stai certa, che ti avrei ingannato, sia che dovessi avere vantaggio o perdita. Allora avrei ingannato lui e te e così sarei un bravo traditore, perché gli ho fatto giuramento e fede. Di questo fatto non farne più cenno perchè il Dio d’Amore mi ha così tanto legato a se che a te non considero mentre lui lo onoro come un signore”.

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Si vedano i vv. 7205-7208 e 7219-7226 del Roman de la Rose per il confronto.

4.per: complemento d’agente.

ad: “contro”

5.né non: doppia negazione; ridondanza gallicizzante. La locuzione occorre due volte nella lirica dei trovieri: 265, 0223 v. 16 «ne pot parler, ne li dist o ne non»; 265, 0640 v. 33 «m’aveies ne non contraire».

Sotto coverta: “parlare in modo ambiguo’. Coverta è forma antica del sostantivo coperta (XIV sec.), «forma it. sett. di ‘coperto’ o direttamente prestito dell’antico francese covert, -e, -er, -ure, cfr. couvrire», (A. Prati, V. E. I.).Oltre al significato prevalente che conserva tuttora, il termine indicava anticamente anche ‘rivestimento, copertura, avvolgimento protettivo’, (Battaglia). Nel corso dell’opera coverta ricorre quattro volte con significati differenti (cfr.XLVII v. 8 ‘protezione’, ‘difesa’; XC v. 4 ‘apparenza’, ‘finzione’; CCXXIX v. 8 ‘drappo’) (E. D.).

6. a·tte gradato: “conformato al tuo piacere” part.pass. di gradare (arcaismo di gradire).


7. Certana: v. XL,1.

verrè fallato: “riuscirei ingannatore”(cfr CXLVII,9). Da fallare, allotropo di fallire (Cfr. Dante Alighieri, If., XXIX, 120 << me…/ dannò Minòs, a cui fallar non lece>> ed anche Purg. IX, 121 <<quantunque una d’este chiavi falla / che non si volga dritta per la toppa / …non s’apre questa calla>>; Guittone Rime son 118 <<Non mi credea tanto aver fallato, / ca mi celasse mostrar so clamore…>>; Chiaro Davanzati Rime son 102 <<E di questo mi pare aver fallato, / sì alta che ta fare a voi parlando…>>).

8. prode: “vantaggio” o “utilità che deriva a una persona da un’azione o da una situazione”.

perta: francesismo per “perdita”. Presente anche nella forma perda, mentre in francese si ha perte. Nella lirica dei trovieri ci sono 12 occorrenze, in quella trobadorica 8. (cfr. XC,8).

11. saramento e fè: “giuramento e fede”. Binomio sinonimico.

Saramento: dal fr.sairement e dal lat.sacramentum. Nella lirica italiana saramento presenta 21 occorrenze, molto presente nel Fiore (cfr. 3,4; 36,12; 37,1; 83,5; 151,7; 219,1).

Fede: “credenza” (religiosa). Presenta anche il significato di “giuramento” e “fiducia”.

12. sentore: “cenno”(impressione vaga di una data realtà o condizione).

13. Die: da Dio in protonia (cfr. X,2).

D.Silvi

41 domenica, giu 8 2008 

XLI

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Ragione

“Del dilettar noi, vo’ chiti tua parte”,
Disse Ragion, “né che sie sanz’amanza,
Ma vo’ che prendi me per tua ‘ntendanza:
Che’ttu non troverai i·nulla parte

Di me più bella (e n’ag[g]ie mille carte),
Né che·tti doni più di dilettanza.
Degna sarei d’esser reina in Franza;
Sì fa’ follia, s’ tu mi getti a parte:

Ch’i’ ti farò più ric[c]o che Ric[c]hez[z]a,
Sanza pregiar mai rota di Fortuna,
Ch’ella ti possa mettere in distrez[z]a.
Se be·mi guardi, i·me nonn-à nes[s]una
Faz[z]on che non sia fior d’ogne bellez[z]a:
Più chiara son che nonn-è sol né luna”.


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“Non voglio che lasci la tua parte del godere”, disse Ragione, “né che resti senza amante, ma voglio che prendi me come oggetto di amore: perché non troverai nessuna parte più bella di me (per quanto cerchi in migliaia di carte) né che ti dia più godimento. Sarei degna di essere regina in Francia; se mi rifiuti incombe la follia: perché io ti farò diventare più ricco di Ricchezza senza mai pregiarti della ruota di Fortuna che può darti angosce. Se mi guardi bene nessuna ha la mia fattezza del fiore di ogni bellezza: sono più luminosa di quanto lo sia il sole e la luna”.

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Si vedano i vv. 5791-5815 del Roman de la Rose per il confronto.

1. del dilettar: riprende XL,13

chiti: gallicismo “lasci”

2. amanza: “amante”o “donna amata”.

3. (i)ntendanza: francesismo col significato di “oggetto di amore”

5. e n’aggie mille carte: cfr V, 10. Carte “cioè gli strumenti notarili per cui uno s’è obbligato” (così Barbi, illustrando lo stesso termine in rima nella tenzone con Forese, LXXV, 12).

7. Franza: francesismo.

8. s’tu: sincope vernacolare.

getti a parte: in rima equivoca con il significato di “rifiuto”.

11. distrezza: gallicismo. “angoscia”, “ tormento”; si cfr. il fr. ant. destrece ed il prov. destrecha. Nell’opera vi sono circa 6 occorrenze, cfr. XXI,13; XXXI,4; XLI,11; XLV,13; LXXXIII,14; CLXXXIII,6.

12: à: impersonale

13. fazzon: gallicismo, “fattezza” (cfr. XVII,6)

14. chiara: “luminosa”; frequente epiteto francesizzante di viso (cfr. XX, 7 e anche Detto D’Amore187 sgg.).

D.Silvi

40 domenica, giu 8 2008 

XL

L’Amante


I’ le dissi: “Ragion, or sie certana,
Po’ che Natura diletto vi mise,
In quel lavor, ched ella no’l v’asise
Già per niente, ché non è sì vana,
Ma per continuar la forma umana;
sì vuol ch’uon si diletti in tutte guise
Per volontier tornar a quelle asise,
Ché ‘n dilettando sua semenza grana.
Tu va’ dicendo ch’i’ no·mi diletti,
Mad i’ per me non posso già vedere
Che sanza dilettar uon vi s’asetti,

A quel lavor, per ch’io ferm’ò volere
Di dilettar col fior no·me ne getti.
Faccia Dio po’ del fiore su’ piacere!”

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Io le dissi: “Ragione, ora stai certa poiché Natura mise godimento in quell’opera non per nessun motivo, perché non è così superfluo, ma per perpetuare la specie umana; così vuole che uno si diletti in tutti i modi per tornare volentieri a quelle situazioni affinché vada fruttificando la sua semenza matura. Tu dici che io non mi devo dilettare, ma non posso proprio vedere uno che non si disponga a godere per quell’opera, perciò mostro la volontà di non privarmi di prendere piacere col fiore. Dio faccia poi del fiore il suo piacere!”

-

1.certana: gallicismo col significato di “certo”. (Cfr VII 10). Cfr Bono Giamboni Delle Storie conto i Pagani di Paolo Orosio libri VII pag 163 <<Con questa così poca oste s’egli è da meravigliare / che tutto il mondo abbia vinto, ovvero / ch’avesse ardimento d’assalirlo, non e cosa certana>> ; Guittone D’Arezzo Canzoniere. I sonetti d’amore del codice Laurenziano pag 114 <<or mira bene se la parola è sana, / ché per amor, amor ti renderaggio, / e, del contraro, ciò ch’è ragion certana>>; Rustico Filippi Rime pag 59 <<ch’io metto la sentenza in tua man piana, / e di neiente no la contradico, / perch’io son certo la darai certana>>.

2. riprende XXXIX 9-10

3. asise: “collocò”

7. asise: rima equivoca col significato di “situazioni”.

8. ’n dilettando: Il costrutto in + gerundio, è più frequente con i francesismi piuttosto che con i latinismi (cfr. IX.1).

grana: da granare (arcaismo di granire), ‘fruttificare’, ‘maturare’. Compare in XCI,2 con il significato figurato di “giungere a compimento” ma anchecon il termine fiorisce sia in CXXXIII, 6 che, ad es., in Chiaro Davanzati, canzone 14, vv. 51-52: «per voi fiorisce e grana / la mia vita e sta sana, ». Il termine è presente anche nel Detto d’Amore nei vv.102-105: «E se non, mal camp’are, / Che biado non vi grana, / Anzi perde la grana / Chiunque la vi getta».

11. uon: pronome impersonale. Dal fr. on. Si noti che delle cinquanttotto occorrenze presenti nella letteratura italiana delle origini, quarantasei sono interne al Fiore e tre interne al Detto d’Amore, v. 37, v. 335 e v. 390. Tra gli altri si veda per esempio Jacopo Alighieri, Chiose all’ Inferno 21, vv. 16-19: « per exempro degli altri, d’alcuno nelle seguenti chiose si conta. / - … a quella terra, che n’è ben fornita: / ogn’uon v’è barattier, fuor che Bonturo; / del no, per gli danar, vi si fa ita -.»

S’asetti: “si disponga”.

D.Silvi

39 domenica, giu 8 2008 

Ragione


“Di trareti d’amar nonn-è mia ‘ntenza”,
Disse Ragion, “né da ciò non ti butto,
Ch’i’ vo’ ben che·ttu ami il mondo tutto,
Fermando in Gesocristo tu’ credenza.

 E s’ad alcuna da’ tua benvoglienza,
Non vo’ che·ll’ami sol per lo didutto
Né per diletto, ma per trarne frutto,
Ché chi altro ne vuol cade in sentenza.

 Ver è ch’egli à in quel[l]‘opera diletto,
Che Natura vi mise per richiamo,
Per più sovente star con esse in letto:
Che se ciò non vi fos[s]e, ben sap[p]iamo
Che poca gente por[r]eb[b]e già petto
Al lavorio che cominciò Adamo”.

 

Segue una lunga discussione, durante la quale Ragione esorta Amante a preferire all’amore sensuale l’amore divino, oppure ad accettare come sua dama la stessa Ragione. Amante però ribadisce la sua fedeltà al Fiore. (39-45)

 

Si vedano i vv. 5767-5784 del Roman de la Rose.

 

Parafrasi

 

“Non è mio intento sottrarti all’amore”, disse Ragione “né ti sconsiglio di farlo perché voglio giustamente che ami tutta la gente, confermando la tua fede in Gesù Cristo. E se dai il tuo amore a qualche persona, non voglio che l’ami solo per il piacere carnale nè per godimento, ma per trarne vantaggio perché chi vuole altro è condannabile. Ma egli trae godimento in quell’atto, che Natura mise per richiamo per giacere nel letto più volte con loro: poiché se ciò non accadesse, sappiamo bene che poca gente s’impegnerebbe nell’opera che iniziò Adamo”

 

 

Commento:

 

1. trareti: il verbo trarre è qui usato nel senso di ‘togliere una persona da uno stato, da una condizione, materiale o spirituale, dolorosa, insopportabile, o comunque sgradita’; (Battaglia 35). Cfr. Boccaccio, Dec. 2-6, (I-IV-151): «trarti della miseria e della captività nella quale tu dimori.»

 

(i)ntenza: provenzalismo con significato di “mira” “intento”.

 

2. butto: sinonimo di getto, “scaccio”, cioè “sconsiglio”.

 

3. il mondo: francesismo con significato di “gente”.

 

4. credenza: qui presenta il significato di “atto di fede” ma può anche significare “giudizio”, “parere”, “avviso”. Nella letteratura italiana il termine è comune. Spicca tra i documenti in cui appare, Brunetto Latini per la frequenza con la quale lo usa : 4 occorrenze nella Rettorica ed una nel Tesoretto, ai versi 1922-1924 “E chi ti manifesta / alcuna sua credenza, / abbine retenenza”. Due occorrenze nella letteratura occitanica, una in Blacst: “d’obedir tot vostre coman,/ si qo·m sol, tan ai credenza,/ que zo que·m plai vos agenza”, una in PglLus: “don vos iur, per ma credenza,/ que pauc prez sa conoissenza”.

 

5. benvoglienza: forma gallicizzante.

 

6. didutto: con il significato di “piacere (carnale)”, il francese de(s)duit (provenzale desdui o –uch).

 

8. cade in sentenza: “è condannabile”. Nella letteratura italiana il termine “sentenza” è usato soprattutto (19 occorrenze su 25) da Brunetto Latini nella Rettorica. Cinque occorrenze di questa forma nella letteratura occitanica: BertZorzi: “ni en voler la sentenz‘ obedir.” ; LanfrCig ~ SimDor:  “q’en cobleian en don drecha sentenza.”;  Lant ~ LanfrCig: “daz falsa sentenza,”; Lant ~ LanfrCig:  “en sa avol sentenza.”; Lant ~ Raion: “Lantelm, d’aisso voil qe don la sentenza”. In antico francese il termine compare una sola volta, anche qui abinato all’obbedienza, in un componimento anonimo, dove si legge “de patris sentencia/ vost son servise acomplir/ in obediencia”.

 

9. ver è ch(e): “ma”. Compare in 6 capoversi della Commedia: cfr. If. IV,7; IX,22; XXIX,112; Pg. III,136; X,136; Pd. I,127.)

 

   à: impersonale

 

13. porrebbe…petto: “s’impegnerebbe”.

 

14. lavorio: l’opera precedente, con sfumatura di fatica da intendersi come “rapporto carnale”. Compare in Fiore 145,11 nella confessione della Vecchia, inoltre ancora in Fiore 187,1; 220,12. . Si troverà ancora con lo stesso significato nella redazione vulgata della Nencia da Barberino (v.132).

 

D. Silvi 

158 sabato, giu 7 2008 

CLVIII

 

La Vec[c]hia

 

“I’ lodo ben, se•ttu vuo’ far amico,
Che ‘l bel valletto, che tant’ è piacente,
Che de le gioie ti fece presente
E àtti amata di gran tempo antico,

4

 

Che•ttu sì•ll’ami; ma tuttor ti dico
Che•ttu no•ll’ami troppo fermamente,
Ma fa che degli altr’ ami sag[g]iamente,
Ché ‘l cuor che•nn’ama un sol, non val un fico.

8

 

Ed io te ne chiedrò degl[i] altri assai,
Sì che d’aver sarai tuttor guernita,
Ed e’ n’andranno con pene e con guai.

11

 

Se•ttu mi credi, e Cristo ti dà vita,
Tu•tti fodraï d’ermine e di vai,
E la tua borsa fia tuttor fornita.

14

 

Parafrasi

“Io lodo bene, se tu vuoi fare l’ amico, perché il giovane servitore, che è tanto affascinante, che ti diede gioie e ti ha amata tanto tempo fa,  e che anche te   ami; ma tuttora ti dico che te non l’ami intensamente, ma fai in modo che gli altri possa amarli saggiamente, perché il cuore che ne ama uno solo, non vale nulla. Ed io te ne cercherò tanti altri, così che di beni sarai circondata e essi se ne andranno con pene e con guai. Se te mi credi e Cristo ti dà vita ti ricoprirai di ermellino e di vaio, e la tua borsa sarà sempre piena.

 

Commento

Il sonetto si rifà ai vv.13101-13110 del Roman de la Rose

 

2.valletto: “servitore”. Da vallez della Rose, v.12615. Prov. vallet; cfr. valet, che sta per il più antico vaslet = vasalet diminutivo di vassal ovvero vassallo, servo. Il lemma compare in maniera frequente all’interno del Fiore., cfr. anche 140, 9 («valetto»); 142,1 («valetto»). Nella letteratura italiana delle origini occorre 146 volte. Nei trovieri si hanno due occorrenze, in 145, 4 strofa 2 v. 16 «et s’en vait tot le valet» e 224, 5 strofa 2 v.12  «Robin l’atendoit en un valet;». Tra le numerose occorrenze nella letteratura italiana, una nel Il Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da Bono Giamboni, cap. 8, dove si legge: “Anche dee menare a sua compagnia savi cavalieri, e ben costumati, che amino l’onore di loro signore, e siniscalco buono, e valletto e sergenti, e tutta la famiglia savia e temperata”.

3.gioie: “gioie”. Qui bisillabo (come <<gioia>> XXXIV 9 etc.), non con trittongo (come <<gioia>> XX 4 etc.).

6. fermamente: traduce <<fermament>>, “stabilmente”.

8.un fico: “non vale nulla”. Cfr. LXXIII 5.

9.chiedrò: futuro sincopato; traduce <<querrai>> “cercherò”.

10.guernita: “circondata”.

13.fodrai: “ricoprirsi”. Altro futuro (doppiamente) sincopato.

Ermine: <<ermellini>>, francesismo.

CORBI A.                    SILVI D.

163 sabato, giu 7 2008 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CLXIII

 

La Vec[c]hia

 

“Tutti quanti le vann’ og[g]i blasmando,
E ciaschedun sì le ‘ntende a ‘ngannare:
Così ciascuna di noi dé pensare
A far che•lla ric[c]hez[z]a i metta bando.

4

 

E non dob[b]iamo andar il cuor fic[c]ando
In un sol luogo, ma dob[b]iàn pensare
In che maniera gli possiàn pigliare,
E girgli tutti quanti dispogliando.

8

 

La femina dé aver amici molti,
E di ciascun sì dé prender su’ agio,
E far sì c[h]‘uon gli tenga per istolti;

11

 

E far lor vender la tor[r]e e ‘l palagio,
O casa o casolari o vero i colti,
Sì che ciascun ci viva a gran misagio.

14

 

 

Parafrasi

 

“Tutti quanti le vanno oggi biasimando, e ognuno così le vuole ingannare: così ciascuna di noi deve pensare a far in modo che la ricchezza si disperda. E non dobbiamo mettere il cuore in un solo luogo, ma dobbiamo pensare in che modo li possiamo attirare, e andarli spogliando. La donna deve avere molti amici, e di ciascuno si deve prendere il suo piacere, e far si che li si tenga per sciocchi; e far loro vendere la torre e il palazzo, o casa o casolari ovvero i terreni coltivati, così che ciascun ci viva con gran disagio.

 

Commento

Il sonetto corrisponde ai vv.13269-13276 del Roman de la Rose

 

2.le:precede regolarmente l’intero sintagma (i)ntende (<<mira>>)+a+infinito.

4.metta bando:dal contesto si ricava qualcosa  come <<si offra all’incanto>>, quindi <<si disperda>>. Esso differenzia l’espressione dal più letterale <<mitti banna>>(plurale) “emetti il proclama” di Jacopone (Poeti del duecento, II 103), cfr. CCVI 4.

5-6.E…pensare:cfr CLVI 5-6 e 10-11 (ficcando riflette il francese <<fichier>>.

10.agio: “comodo,utile” (cfr.in altra accezione CLIV 6).

11.’uon: impersonale

12.torre e palagio: “torre e palazzo”;

13.colti: “terreni coltivati”

14.ci: avverbio attualizzante

Misagio: Traduce <<mesaise>> “disagio”.

 

CORBI A.             SILVI D.

162 sabato, giu 7 2008 

 

CLXII

 

La Vec[c]hia

 

“Molti d’assempri dartene saprei,
Ma troppo saria lungo parlamento:
Ciascuna dé aver fermo intendimento
Di scorticargli, sì son falsi e rei.

4

 

S’i’ fosse giovane, io ben lo farei;
Ma io so’ fuor di quel proponimento,
Ché troppo fu tosto il mi’ nascimento,
Sì ch’i’ vendetta far non ne potrei.

8

 

Ma•ttu, figl[i]uola mia, che•sse’ fornita
D’ogn’ armadura per farne vengianza,
Sì fa che ‘nverso lor sie ben sentita,

11

 

E presta di dar lor pen’ e micianza:
Se•ttu ‘l fai, d’ogni mal m’avrà’ guerita
E alleg[g]iata d’ogne mia pesanza.

14

 

Parafrasi

“Saprei dartene molti da sempre, ma sarebbe troppo lungo il discorso: ciascuna (donna) deve avere fermo convincimento di sacrificarli, se sono così falsi e maledetti. Se fossi giovane, io lo farei subito, ma sto al di fuori di quell’intendimento, perché fu troppo precoce la mia nascita, così che io non potrei vendicarmi. Ma tu, figliola mia, che sei fornita di ogni strumento per fare vendetta, fa si che davanti a loro abbi buon senso, e cerca di dar loro sofferenza e sventura: se  lo fai, mi avrai guarita di ogni male e alleggerita di ogni peso.

 

Commento

I vv.3-4 di questo sonetto si rifanno ai vv. 13269-1270 del Roman de la Rose

 

1.molti d’assempri: toscanismo, sia fonetico (ass- EX, pr per PL), sia soprattutto sintattico, per la declinazione dell’avverbio (da aggettivo neutro), rappresentante l’incrocio di Molto d’à. e Molti a. (il francese ha <<mil essemples>>

Saprei: corretto da <<potrei>> (identico a 8) conforme al francese <<savraie>>.

2.parlamento: «discorso». In tutta la produzione dantesca, il termine ricorre una volta nelle Rime e una volta nella Commedia e 11 volte nelle opere di Brunetto Latini, Rettorica e Tesoretto.

3.intendimento: “convinzione”.In questo caso “avere intendimento” (che ag[g]ia intendimento). Per es. da Il Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da Bono Giamboni : “Chè le sono molte cose, che son da temere ad ogni uomo che abbia sano intendimento”; da G. Cavalcanti XXXV: “Tu puoi sicuramente gir, canzone, /là ‘ve ti piace che io t’ho sì adornata/ch’assai laudata-sarà tua ragione/da le persone- ch’hanno intendimento”.

4.di scorticargli: sacrificarli.

6.proponimento:congetturale per <<intendimento>>, identico a 3, dovè più probabile per vicinanza a <<ferma intenzione>> di CLI 12. Il vocabolo è altrimenti ignoto al Fiore, ma nella prosa dantesca ha il valore di intenzione, proposito(Enciclopedia Dantesca, IV 707).

7.tosto(avverbio): precoce(cfr. CLI 11)

10.armadura: cfr.LXXVIII 11

Vengianza (variazione rispetto a vendetta 8): cfr.LXXV 11

11.sie ben sentita: abbi buon senso(anticipo di CLXXX 1, dove <<è ben sentita>> traduce <<nest musarde>> non è sciocca).

12.presta: cfr.II 9

Micianza: cfr. LXXXIV 7, CLII 4

14.Alleggiata:cfr. VIII 14

Pesanza: peso (cfr. XLIV 11).

 

CORBI A.               SILVI D.

161 sabato, giu 7 2008 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CLXI

 

La Vec[c]hia

 

“A gran pena può femina venire
A buon capo di questa gente rea.
Dido non potte ritenere Enea
Ched e’ non si volesse pur fug[g]ire,

4

 

Che mise tanta pena in lui servire.
Or che fece Gesono de Medea,
Che, per gl’incantamenti che sapea,
El[l]a ‘l sep[p]e di morte guarentire,

8

 

E po’ sì la lasciò, quel disleale?
Und’ è c[he] ‘ figl[i]uoli ched ella avea
Di lui, gli mise a morte, e fece male;

11

 

Ma era tanto il ben ch’ella volea,
Ch’ella lasciò tutta pietà carnale
Per crucciar que’ che tanto le piacea.

14

 

Parafrasi

 

“Con una grande pena la donna può venire davanti a questa gente dannata. Didone non potè trattenere Enea affinchè egli non fuggisse,  che mise tanta pena nel servirlo. Come fece Giasone di Medea, che per gli incantesimi che sapeva fare, ella seppe difenderlo dalla morte, e poi lui la lasciò, che vile? Onde tanto che i figli che lei aveva avuto con lui, li uccise, e sbagliò; ma era tanto il bene che lei voleva, che abbandonò l’amore materno per tormentare colui che tanto le piaceva.

 

Commento

Il sonetto si rifà ai vv.13178-13184 e ai vv.13233-13266 del Roman de la Rose

 

1.a buon capo: ricalca l’ <<a bon chief>> del francese.

3.Dido:la forma nominativale di Inf. V 85 e Par. VIII 9 e di Così nel mio parlar (Rime CIII) 36 (qui per altro sempre in rima). Può considerarsi un francesismo, posto  il <<Dido>> della Rose e per esempio nell’Eneas.

Potte: etimologico(potuit)

Ritenere: “trattenere”.

4.pur: “a ogni modo”.

5. che: riferito a Dido.

6.Gesono: corretto secondo CXC 6(codice “giesonaio”), Guido Mazzoni <<Giason rio>>. Il seduttore è dannato in Inf.XVIII.

8.ella:ridondante

Guarentire: “preservare” dal francese <<garanti>>.

10-11 .Und…male: Medea si vendica del tradimento di Giasone uccidendo i figli di Giasone e i suoi propri(dal VII delle Metamorfosi.)

13.pietà carnale: cioè l’amore materno.

14.crucciar(in accezione latina): “tormentare”.

CORBI A.                    SILVI D.

160 sabato, giu 7 2008 

                             CLX

 

La Vec[c]hia

 

“E quando sol’ a sol con lui sarai,
Sì fa che•ttu gli facci saramenti
Che•ttu per suo danar non ti consenti,
Ma sol per grande amor che•ttu in lui ài.

4

 

Se fosser mille, a ciascun lo dirai,
E sì ‘l te crederanno, que’ dolenti;
E saccie far sì che ciascuno adenti
Insin c[h]‘a povertà gli metterai.

8

 

Che•ttu•sse’ tutta loro, dé’ giurare;
Se•tti spergiuri, non vi metter piato,
Ché Dio non se ne fa se non ghignare:

11

 

Ché sie certana ch’e’ non è peccato,
Chi si spergiura per voler pelare
Colui che fie di te così ingannato.

14

 

Parafrasi

“E quando sarai faccia  a faccia con lui, fai in modo che tu gli faccia giuramenti che  per il suo denaro non ti concedi, ma solo per il grande amore che hai per lui. Se dovessero essere mille, a ciascuno di loro lo dirai, e se ti crederanno, che disgraziati; e fa in modo di addentare ognuno di loro così li manderai in povertà. Devi giurare che tu sei tutta loro; se spergiuri, non te ne preoccupare, perché Dio non fa altro che riderne: perché stai certa che non è peccato, se uno giura il  falso con l’intento di volere derubare colui che sarà così ingannato da te.

 

Commento

Il sonetto si rifà ai vv.13112-13130 del Roman de la Rose

 

1-2. E….saramenti: notevole l’allitterazione extraetimologica delle parole in rima(per <<saramenti>> cfr.III 4), racchiudente l’etimologica fa/facci.

2.: «molto frequente è il ricorrere nei versi iniziali del rafforzativo, che acquista una funzione prevalentemente ritmica» (L. Vanossi, Dante e il Roman de la Rose); cfr. F. 87, 90, 92, 94, 105, 106, 109, 110, 121, 123, 132, 133, 139, 197, 198.

3.consenti. “dài”

6.l(o) te :o rdine arcaico

Dolenti:con la sfumatura spregiativa del moderno “disgraziato”. Cfr. CXXXIX 13.

7.adenti. “addenti”

10.non…piato: “non te ne preoccupare” (l’originale <<ne li chaille>>)

11.ghignare: “riderne”

12.chè sie certana:la formula iniziale ripete CLII9, l’intero verso CLIII 7.

Certana: “sicura”. Gallicismo. Nel Fiore «certan» 1, «certana» 11 (2r), «certano» 6 (3r); nel Detto d’Amore «certan» 1, «certano» avv. 1r. Cfr VII 10, Cfr Bono Giamboni Delle Storie contra i Pagani di Paolo Orosio libri VII pag 163 <<Con questa così poca oste s’egli è da meravigliare / che tutto il mondo abbia vinto, ovvero / ch’avesse ardimento d’assalirlo, non ee cosa certana>>; Guittone D’Arezzo Canzoniere. I sonetti d’amore del codice Laurenziano pag 114 <<or mira bene se la parola è sana, / ché per amor, amor ti renderaggio, / e, del contraro, ciò ch’è ragion certana>>; Rustico Filippi Rime pag 59 <<ch’io metto la sentenza in tua man piana, / e di neiente no la contradico, / perch’io son certo la darai certana>>.

13.chi: “se uno”

Voler: fraseologico.

 

CORBI A.            SILVI D.

 

159 sabato, giu 7 2008 

 

 

 

                                   CLIX

 

La Vec[c]hia

 

“Buon acontar fa uon c[h]‘ab[b]ia danari,
Ma’ ched e’ sia chi ben pelar li saccia:
Con quel cotal fa buon intrar in caccia,
Ma’ ched e’ no•gli tenga troppo cari.

4

 

L’acontanza a color che•sson avari
Sì par c[h]‘a Dio e al mondo dispiaccia:
Non dar mangiar a que’ cotali in taccia,
Ché ‘ pagamenti lor son troppo amari.

8

 

Ma fa pur ch’e’ ti paghi inanzi mano:
Ché, quand’ e’ sarà ben volonteroso,
Per la fé ched i’ dô a san Germano,

11

 

E’ non potrà tener nulla nascoso,
Già tanto non fia sag[g]io né certano,
Sed e’ sarà di quel disideroso.

14

     

 

Parafrasi

“È utile frequentare chi ha il denaro, purchè sia qualcuno che li sappia sfruttare bene: con quella cosa può cominciare bene a tendere reti, purchè non li tenga troppo cari. La frequentazione di coloro che sono avari così sembra che a Dio e al mondo dispiaccia: non dare da mangiare a quelli che sono in torto, perché le loro somme sono troppo amare. Ma fa assolutamente in modo che lui ti paghi in anticipo: perché quando  sarà ben volenteroso, per la fede che io do a san Germano, egli non potrà tener nulla nascosto, ancora tanto non sarà né saggio né sicuro, se egli sarà desideroso di quella cosa.

 

Commento

I versi 7-8 del sonetto si rifanno ai vv.13109-13112 del Roman de la rose

 

1.buon acotar fa: traduce <<bon acointier fait>>, “è utile frequentare”.

2.ma’ched: “purchè ”(francesismo). Cfr.XV 7 (anche 4).

pelar: “sfruttare”

3.intrar in  caccia: “cominciare a tendere reti”

5. l’acotanza a: “la frequentazione di”

7. in taccia: “ essere in torto”. (Cfr. <<fare in taccio>> nel Tommaseo-Bellini)

9. pur: “assolutamente”

Inanzi mano: “in anticipo”

11.Per…Germano: cfr. la formula franceseggiante di Detto 466 (dove il santo è Giusto; San Germano è invocato una volta nella Rose)

13. già tanto non: “ancora tanto non”. Gallicismo sintattico <<ja tant+negazione>> cfr. Tobler, Vermmischte Beitrage zur franzozischen Grammatik, p.136.

 

CORBI A.                   SILVI D.

 

 

157 sabato, giu 7 2008 

CLVII

 

La Vec[c]hia

 

“Donar di femina si è gran follia,
Sed e’ non s’è un poco a genti atrare
Là dov’ella si creda su’ pro fare,
E che ‘l su’ don radoppiato le sia.

4

 

Quella non tengh’ i’ già per villania:
Ben ti consento quel cotal donare,
Ché•ttu non vi puo’ se non guadagnare;
Gran senn’ è a far tal mercatantia.

8

 

Agl[i] uomini lasciàn far la larghez[z]a,
Ché Natura la ci à, pez[z]‘ è, vietata:
Dunque a femina farla si è sempiez[z]a;

11

 

Avegna che ciascun’ è sì afetata
Che volontier di lei fanno stranez[z]a,
Sed e’ non s’è alcuna disperata.

14

 

 

Parafrasi

“Concedere ad altri la propria donna è una grande pazzia, ma non è cosa che attragga poco le genti                             là dove lei creda fare il suo vantaggio, che il suo dono le sia raddoppiato. Quella donna non la tengo solo per maleducazione: sono d’accordo di donare quella tal cosa, perché tu non vi puoi se non guadagnare; il fare tale mercato è una grande saggezza. Lasciano la generosità agli uomini poiché Natura ce l’ha da un pezzo negata: dunque se è una donna a farla è stoltezza;  sebbene ciascuno mostri educazione   che volentieri da lei si tengono lontani, ma ella non si è per nulla disperata.

 

Commento

Il sonetto si rifà ai vv. 13054-13064 del Roman de la Rose

 

1.donar di femina: “concedere”

Gran follia: Ricalca il francese <<grant folie>>.

2.atrare: cfr. “trare” XXXVIII 1. In questo caso sta per “attrarre”.

7. chè: con valore causale, “perché”.

8. a: introduce l’infinito soggettivo.

Mercatantia: “mercato”.

9.larghezza: “ gentilezza”.

10. pezz’è: qui vale come “da un pezzo”. Unico esempio di contro a <<pezz’à>> cfr.LXXXVII 7 dove si trova <<pezz’à>>(dal francese pieça) <<chè pezz’à che ‘n capitolo fermai” ( perché da un pezzo lo decisi in capitolo).

11.sempiezza: dal francese( in questa accezione non però del Roman del la Rose) simplese, <<stoltezza>>.

afetata: Cfr.LVIII7-8 dove si trova ‘fetate (codice <<fatate>>), ‘fetato: <<educato>> (dal francese afaitier).

13.di lei: dalla larghezza.

Fanno stranezza:<<si tengono lontane>>(Parodi).

14.inizio uguale a 2.

CORBI A.                   SILVI D.

38. giovedì, giu 5 2008 

XXXVIII

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L’A[mante]

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«Ragion, tu sì mi vuo’ trar[e] d’amare
E di’ che questo mi’ signor è reo,
E ch’e’ non fu d’amor unquanche deo,
Ma di dolor, secondo il tu’ parlare.
Da·llui partir non credo ma’ pensare,
Né tal consiglio non vo’ creder eo,
Chéd egli è mi’ segnor ed i’ son seo
Fedel, sì è follia di ciò parlare.
Per ch’e’ mi par che ‘l tu’ consiglio sia
Fuor di tu’ nome troppo oltre misura,
Ché sanza amor nonn-è altro che nuìa.
Se Fortuna m’à tolto or mia ventura,
Ella torna la rota tuttavia,
E quell’è quel che molto m’asicura».


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<< Ragione, così vuoi farmi smettere di affermare che questo mio signore è re, e che non è degno d’amore, ma solo di dolore, secondo i tuoi discorsi. Non credo che penserò mai a lasciarlo, nè voglio credere a tal consiglio, perché è il mio signore e io sono suo fedele, è pazzia parlare così. Per questo mi pare che il tuo consiglio sia sragionevole ed oltre la misura del tuo stesso nome, perché senza l’amore non c’ è altro che la noia. Se Fortuna mi ha tolto la mia buona sorte, tuttavia continua a girare la ruota, ed è quello che mi rassicura>>.

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Le quartine rispondono alle terzine del precedente sonetto, ed i vv. 7-8 riprendono il sonetto XXXVI, 6-7.

1.mi vuo’ trare: ‘vuoi farmi smettere’.

2-3.E di’ che questo[...]unquanche deo: Si avvicina ai vv. 5371-5372 del Roman de la Rose : “Voi che da un giorno mi ripetete/Fuggi l’Amore, cosa intendete?/Abbandonare devo il Divino.” -unquanche: ‘mai’,”giammai”, “in nessun tempo”, avverbio. In francese onques ed in provenzale oncas (< unquam). Compare più volte nel Fiore: XIII u.q. (fior.) 68v. 4 “Non fu unquanche d’esser disleale; Fiore, XIII u.q. (fior.) 75 v.9 C[h]‘unquanche non volesti mi’ acontanza, Fiore, XIII u.q. (fior.) 100 v. 4 Non sep[p]e unquanche il quarto di baratto v. 10 Ched i’ non fui unquanche conosciuto; Fiore, XIII u.q. (fior.) 142 v.4 Unquanche uon più cortese non vedesti. v.7 Ch’unquanche Isotta, l’amica Tristano; Fiore, XIII u.q. (fior.) 232 v. 2 Ch’unquanche di pietà non seppe usare.

5.credo ma pensare: “penserò”.

6. eo : io

7. seo: “suo”. Si tratta di una forma popolare derivante, probabilmente, dal dialetto romano antico.

9-10: Artifici onomastici su Ragione: “Per ch’e’ mi par che ‘l tu’ consiglio sia/Fuor di tu’ nome troppo oltre misura”; Ragione da un consiglio piuttosto sragionevole; cfr. XXXVII, 9-11.

10.fuor…: “è oltre la misura del tuo stesso nome”. Come dire: Ragione tu sragioni.

11. nuia: “fastidio”, “noia” francesismo. Il Castes ed il Parodi leggono nuia , che deriverebbe dal francese ennui. In provenzale troviamo il termine enoi, che corrisponde ai termini tristizia e accidia; enoi ha come suo contrapposto joi, che corrisponde ai termini gaudia, jocunditas cordi e laetitia, che riassumonoi concetti di amore cortese. Il Mazzoni ed il Benedetto, invece, preferiscono la lettura in ‘nvia, dal francese envie,  “odio”. Il Petronio conferma questa preferenza: ”E pare lettura migliore e per il senso (senza amore non vi è che odio) e per il riscontro con il Roman de la Rose vv. 4643 e 4647: Doi Je donques les genz hair?… ; Ainz vivrai toujorz en haines? e con il Detto d’Amore 153”. L’interpretazione della lezione, nel manoscritto è piuttosto difficoltosa. Bernard de Ventadour può essere un esempio rappresentativo, considerando che tutti i sonetti sono sempre richiamati al Roman, è opportuna accogliere la lezione ’nvia. L’opposizione fra Amore e Odio è molto nota, al contrario di quella fra Amore e Noia.

12. mia ventura: ‘la mia buona sorte’, entità o forza superiore che si ritiene determinare gli eventi o l’esistenza degli uomini, per lo più in modo imprevedibile e irrazionale. Il termine compare una seconda volta nel Fiore: XIII u.q. (fior.) CCXXVIII,10 “Se di condurl’al port’ò in mia ventura”. Di Fortuna e della sua ruota parla ripetutamente Ragione nel Roman de la Rose al v. 4891(Et les tumbe, au tour de la rose) e nei vv.5897-5904: “Come un’altera aquila e immota/siede, e governa, dentro la ruota./Questa si muove perennemente:/l’uno fa ricco, l’altro indigente,/l’uno ossequiato e riverito,/povero l’altro immiserito./Poi, all’improvviso, tutto è mutato,/essa riprende ciò che ha donato.”

12-14: Artifici onomastici su Fortuna: “Se Fortuna m’à tolto or mia ventura,/Ella torna la rota tuttavia,/E quell’è quel che molto m’asicura”. Vi è un gioco anagrammatico: Fortuna – torna – rota; cfr. XXXVII, 9-11.

13.ella torna la rota tuttavia: la ruota ritorna al punto di partenza nel suo giro. La Dea Fortuna che gira la ruota è un’immagine ormai consacrata nella letteratura. Paragonabile al v .3318 del Roman de la Rose (toutes voies).

14.m’asicura: ‘mi rincuora’.

A.M.

37. giovedì, giu 5 2008 

XXXVII

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Ragione

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“Falsar tal saramento è san’ pec[c]ato,
Poi te’ ciascun, secondo Dicretale,
Che, se l’uon giura di far alcun male,
S’e’ se ne lascia, non è pergiurato.
Tu mi proposi che tu se’ giurato
A questo dio, che·tt’à condotto a tale
C[h]‘ogne vivanda mangi sanza sale,
sì fortemente t’à disavorato.
E sì si fa chiamar il Die d’Amore:
Ma chi così l’apella fa gran torto,
Ché su’ sornome dritto sì è Dolore.
Or ti parti da·llui, o tu se’ morto,
Né no’l tener giamà’ più a signore,
E prendi il buon consiglio ch’i’ t’aporto”.

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Violare un tale giuramento è azione senza peccato, poiché tutti sanno per certo secondo, quando affermano le Decretali, che se si giura di non fare nessun male, se si astiene non è spergiuro. Tu mi metti davanti l’argomento, tu sostieni, che questo Dio, ti ha ridotto tale che ogni cosa che mangi è senza sale, cosi ti ha fatto perdere il sapore del gusto. E cosi si fa chiamare il Dio D’amore: ma chi lo chiama cosi commette un grande sbaglio, perché il nome esatto è Dolore. Ora allontanati da Lui o sei morto, e non considerarlo mai più tuo signore, e accetta il buon consiglio che ti porgo.

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Si vedano i vv. 4702-4724 del Roman de la Rose per il confronto.

L’incipit è collegato al v. 12 del sonetto precedente.

1. san: ‘ senza’

2. poi ten..: “poiché ciascuno ritiene”, secondo le Decretali. Le Decretali erano costituzioni pontificie, in forma di lettera contenenti norme di diritto canonico. Avevano valore di legge soltanto nella parte dispositiva e non in quella storica. In questo caso è possibile l’allusione alla raccolta delle Decretali ordinata da papa Gregario IX il 5 settembre 1234; erano state riunite in un unico corpo ed inviate alle università di Bologna e Parigi. L’opera è divisa in cinque libri: index, iudicium, clerus, conubia, crimen. Vi sono comprese le Decretali di papi, da Bonifacio I in poi.

3.se l’uon giura: “se si giura”; l’uon , pronome impersonale, equivalente al “si” impersonale o a un indefinito ricalcato sul pronome francese l’on. Nel Fiore per maggiore aderenza alla fonte, si preferisce in modo quasi esclusivo l’uon al più coerrente l’uom / l’om del volgare.

4.s’e’ se ne lascia , non è pergiurato: “se egli se ne astiene, non è spergiuro”. Per spergiurare, in francese si ha perjurer (< periurare). Nella lirica italiana pergiurato presenta due occorrenze solo in questo sonetto ed in XIII u.q. (fior.) 99 v.12 “Per molte volte mi son pergiurato”

5. mi proposi: ’mi dici’; francesismo.

7. vivanda: “cibo”, per lo più preparato o cucinato; insieme di pietanze portate in tavola. Il termine vivanda compare più volte nel Fiore: XIII u.q. (fior.) 67 v. 4 “Dàlle vivanda c[h]‘a piacer le sia; XIII u.q. (fior.) 183 v.11 “Ma no· gli piace vivanda ch’egli ab[b]ia”.

8.disavorato:’ ti ha fatto perdere il senso del gusto’,’ ti ha tolto ogni piacere’. In francese savorer, assavorer e in provenzale assavorar, dessaborar. Savorer presenta cinque occorrenze: verso 48, strofe 5 s’ en doi doubles biens savorer .

9-11. E sì si fa chiamar il Die d’Amore[...]sì è Dolore: I versi si avvicinano ai vv. 3038-3039 del Roman de la Rose: “Ce qui te fet a dolor vivre, / C’est li maus qui amors a non”. Vi è anche un esempio di interpretatio nominis, operazione critica assai difficile nel medievo, qui applicata al nome di Amore, con allusione in particolare alla polemica, centrale per lo Stilnovo e i suoi detrattori, sul valore semantico e essenziale da assegnare al concetto di amore sulla base del principio “nomina sunt consequentia rerum”; il testo su cui ci si basa è la canzone di Guittone d’Arezzo Ahi Deo ,che dolorosa, del quale Ragione riprende qui la tesi. L’etimologia per omeoteleuto ’amore-dolore’ compare in Monte Andrea, Giovanni dell’Orto e Tomaso da Faenza; -sornome dritto: ‘nome esatto’, in forma francesizzante. In francese surnommer, sornomme non pare attestato nel Roman.

12. ti parti: ‘allontanati’. Nella lirica italiana vi sono venti occorrenze è molto presente in: Brunetto Latini, Chiaro Davanzati, Guido Cavalcanti, Dante.

A.M.

36. giovedì, giu 5 2008 

XXXVI

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L’Amante

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Quand’i’ udì’ Ragion che ‘l su’ consiglio
Mi dava buon e fin, sanza fallacie,
Dicendo di trovarmi acordo e pace
Con quella che m’avea messo ‘n asiglio,
I’ le dissi: “Ragion, vec[c]o ch’i’ piglio!
Ma non ch’i’ lasci il mi’ signor verace,
Ched i’ son su’ fedel, e sì mi piace
Tanto ch’i’ l’amo più che padre figlio.
Onde di ciò pensar non è mestero
Né tra no’ due tenerne parlamento,
Ché non sareb[b]e fatto di leg[g]iero
perciò ch’i’ falseria mi’ saramento.
Megli’amo di Fortuna es[s]er guer[r]ero
Ched i’ a·cciò avesse pensamento”.

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Quando ascoltai il consiglio di Ragione, che mi dava a buon fine, senza inganni, dicendomi di trovarmi in accordo e in pace, con quella che mi aveva messo in tale rovina, io le dissi: “ Ragione, ecco che io accetto! Ma non accetto di lasciare il Dio D’amore, perchè sono suo fedele, e cosi mi piace, al punto di amarlo più di quanto un figlio ama il padre. Perciò non è conveniente pensare cio, neanche tra noi due farne discorso, perchè non sarebbe fatto facilmente in quanto io renderei falso il mio giuramento. Preferisco essere nemico di Fortuna, che ne fossi impensierito.

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Si vedano i vv. 6897-6905 del Roman de la Rose per il confronto.

2. sanza fallacie: ’senza inganni’, “illusorio”, “ingannevole”, “che porta a sbagliare”, “che è causa di errori”, “che tende insidie mascherando un pericolo con lusinghe”. Fallace è il plurale di fallacia; in francese fallace. Nella lirica italiana presenta quattro occorrenze: Guittone, Manuale (ed. Avalle), a. 1294 (tosc.) 7 [V 412] vv. 1-4 “Ora dirà l’ommo già che lo podere/ciaschuna donna à bene, poiché le piacie,/e puote bene stare tanto il piaciere/ che vero dicie, tanto che fallacie”; Fiore, XIII u.q. (fior.) 182 v. 6 “Né non si guarderà de la fallacie“. Si riferisce all’inganno nel quale la volpe confida in placida attesa, con il riferimento alle insidie delle donne.

4. messo’n asiglio: ‘messo in rovina’, sembra preferibile però il valore di ‘esilio’ , indicato da Parodi, che però legge assiglio per la corrispondenza con XXI,8 ”i’ fu’ del giardino rimesso in bando”, si allude alla Fortuna.

5. vecco: ‘ecco’; avverbio toscano antico. Si tratta di una forma del linguaggio parlato, dove la -v prostatica assume la funzione imperativa. In francese vez accanto a ez.

6. signor verace: ‘il Dio d’amore’ che ha in sé la verità, che è fonte di verità (con riferimento all’ambito religioso e spirituale, in particolare come attributo di Dio). Nella lirica italiana ricorre tredici volte; molto frequente in Cino da Pistoia.

8. più che padre figlio: ’più di quanto un figlio ama il padre’; padre oggetto e figlio soggetto. Sembra coerente con il rapporto in certo senso filiale tra Amore e l’Amante, cfr. inoltre per l’intero verso Purg. I, 32-33 (Catone) ”degno di tanta reverenza in vista / che più non dee a padre alcun figliuolo”.

9. mestero: ’bisogno, necessità’. Nella lirica italiana presenta ventisei occorrenze: Brunetto Latini, Tesoretto, a. 1274 (fior.) parte non numerata 1 vv. 921-923 avere studio e cura / in ogne crëatura /ch’ è sotto mio mestero; Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.) Canz. 14 vv. 72-75 “Ben so che già ‘n obrio/non mi terà lo vostro viso altero,/ ma secondo mestero / de[l] meo servir riceverag[g]io in fio”.

10. tenerne parlamento: ’farne discorso’, “dissertazione”, “narrazione”, “trattazione”, “ragionamento”, “arringa”, “orazione”, sia per iscritto che orale. Nella lirica italiana vi sono centoventicinque occorrenze; molto frequente in Giacomo da Lentini, Brunetto Latini, Guittone, Manuale , Chiaro Davanzati nella stessa accezione qui esposta.

11. di leggiero: ‘leggermente”, “facilmente’; francesismo.

12.falsaria mi’saramento: ‘sarei uno spergiuro’. Letteralmente: “falserei il mio giuramento”. -saramento: ’giuramento’; francesismo, dal francese antico sairement, dal lat. sacramentum. Nella lirica italiana saramento presenta ventuno occorrenze è molto presente nel Fiore per esempio: XIII u.q. (fior.) 3 v.4 “E saramento gli feci e omaggio”;  XIII u.q. (fior.) 37 v. 1 “Falsar tal saramento è san’ pec[c]ato”;  XIII u.q. (fior.) 42 vv. 11-12 “Ched i’ gli ò fatto saramento e fé./ Di questo fatto non far più sentore”. Si tratta di un binomio sintomatico (saramento e fé); XIII u.q. (fior.) 83 v.5 “Fuor che Ric[c]hez[z]a, che fe’ saramento“;XIII u.q. (fior.) 151 v. 7 “Costor sì ànno fatto saramento”; XIII u.q. (fior.) 219 v. 1 “Figl[i]uol mi’, tu farai un saramento” (pronunciare la fortuna di giuramento) – falsaria: persona abituata a mentire, a fingere, a ingannare; dal lat. falsārius (Catone) “falsificatore” da falsus “falso”.

13. megli’amo: ’preferisco’- guerrero ‘nemico’, avversario, gallicismo, in francese guerrier e in provenzale guerrer, guerrier. Guerre ricorre trenta volte; si veda: se la guerre ne fust acordee et païe. Guerrer ricorre sei volte: verso 29 guerrer a son dan; verso 44 no·n ai guerrer peyor , mentre guerrier in provenzale presenta ventidue occorrenze: verso 82 avol drut e flac guerrier; verso 24 son vostr’anguoyssos guerrier.

A.M.

35. giovedì, giu 5 2008 

XXXV

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L’Amante e Ragione

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Languendo lungiamente in tal manera,
E non sapea ove trovar socorso,
Ché ‘l tempo fortunal che m’era corso
M’avea gittato d’ogne bona spera,
Allor tornò a me, che lungi m’era,
Ragion la bella, e disse: “Tu·sse’ corso,
Se·ttu non prendi i·me alcun ricorso,
Po’ che Fortuna è ‘nverso te sì fera.
Ed i’ ò tal vertù dal mi’ Segnore
Che mi criò, ch’i’ metto in buono stato
Chiunque al mi’ consiglio ferma il core;
E di Fortuna che·tt’à tormentato,
Se vuogli abandonar il Die d’Amore,
Tosto t’avrò co·llei pacificato”.

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Soffrendo a lungo tempo, in tale modo, non sapevo dove trovare soccorso, perché il tempo burrascoso che mi era capitato mi aveva allontanato da ogni buona speranza, allora ritorno a me la bella Ragione che si era allontanata, e disse: “ tu sei corso troppo oltre, se tu non ricorri a me, ti prende la Fortuna che è avversa. Ed io ho tale virtù dal mio signore, e credo che metto in buona salute chiunque si attiene saldamente al mio suggerimento; e Fortuna che ti ha tormentato se vuoi abbandonare il Dio D’amore, subito ti rappacificherò.

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Inizia il confronto tra l’Amante e Ragione sull’amore che è protratto fino al sonetto XLVI. Ragione tenta di convincere l’Amante sconfortato ad abbandonare il Dio d’Amore. Un primo ammonimento di Ragione, simile a questo, è già comparso nel sonetto IX. I sonetti che vanno dal XXXV al XL sono il riassunto dei versi 4218-5909 del Roman de la Rose, e sono scritti da Jehan de Meung. Nel Roman, Ragione (Raison) spiega ad Amante la natura di Amore. Fra gli altri argomenti, lo esorta ad amare la Vergine Maria e Gesù. Si vedano, inoltre, i vv. 4216-4222 del Roman de la Rose per il confronto con i vv. 1-6 del sonetto qui commentato.

1 lungiamente: lett. ‘lungamente’; per lungo tempo, a lungo; gallicismo. Nella lirica italiana compare in cinquantuno occorrenze. E’ molto frequente in Giacomo da Lentini e viene utilizzato anche da Brunetto Latini nel Tesoretto.

3.fortunal : ‘burrascoso’, tempestoso (il tempo, il mare) deriv. da fortuna.

3. corso: ‘capitato’.

4. gittato: ’allontanato’, dal latino volgare * jectāre, (lat. class. jactāre), intens. di jacĕre ”scagliare, gettare”; in francese jeter (sec. XII). Nella lirica italiana ricorre trenta volte; si veda Brunetto Latini, Tesoretto, e Guittone. E’ presente una seconda volta in CXVI,11 “Infin ch’e’ non ne fia di fuor gittato“, ed in CXL,3E’ nonn- à guar’ che noi l’ab[b]iàn gittato”.

3.bona spera: “buona speranza”, speranza nel compimento di un evento, e in particolare fiducia nel soccorso altrui o nella salvezza della vita; in francese espere, espoire , in provenzale espera. Espera ricorre undici volte nella lirica trobatorica: espera piegz en apres; per que hom pres, cant n’espera issir; de l’autre ben qu’en espera jauzir. Nei trovieri la parola espere è presente due volte: verso 4, strofe 1 de que s’ espere est en porchaz; verso 23, strofe 3 s’ el espere, u ai perdue. Mentre il termine espoire nei trovieri si presenta sei volte, es. : verso 3 strofe 1 car g’ espoire merci; si lonc tans a.

6. corso : “corso troppo oltre”, oppure “rovinato”, dal prov. cors. Corso è sinonimo del participio discorso usato da Cecco Angiolieri in risposta a un sonetto perduto di Dante (Dante Alleghier ,s’i’ so’buon begolardo, 4” s’io discorso,e tu poco t’afreni”):”forse un cavallo di ritorno” ? Cors ricorre nove volte; si veda: mos cor[s] del mal [c'] a me revenc; de valen cor[s] prezan; vay autra part, e·l cor[s], qui me·n destreny: Compare anche nei trovieri in millecentosessantanove occorrenze, ad es. : verso 16, strofa 2 vos gens cors d’ estre esgardez; verso 37 strofa 4 a gent cors et a cler vis.

7.ricorso: francesismo.

10. criò[...]stato: “creò”;  stato: cfr. estaz del v. 6372 del Roman de la Rose.

13. Questo verso ha molti paragoni all’interno del R., come 4247 (Son hommage li reniasses) e in R. 5840 ss. (<<Sueffre que je soie ta serve/ Et tu li miens loiaus amis./Le dieu lairas qui ci t’a mis/ Et ne priseras une prune/ toute la roe fortune) e ancora R. 6393 ss.(Ce fait li dieus qui ci t’a mis,/ Tes bons maistres, tes bons amis:/ C’est amours qui souffle et atise) R. 6868 ss. (C’est que tu me vueilles amer/ Et que le dieu d’amour despises/ Et que fortune riens ne prises.) (= traduzione vv.6868-6871 Chiedo che m’ami, che per Fortuna nutra disprezzo,che mai nessuna, dico nessuna stima ed affetto rechi ad Amore). Si osservi come i rapporti tra Raison e Fortune nell’originale siano ben diversi.

14. t’avrò[…]pacificato: “ti riappacificherò”; dal lat. pacificāre, denom. da pacifĭcus, con valore percettivo per indicare la rapidità dell’esito. – tosto: “entro breve tempo”, “presto”, “subito”, “immediatamente”. Nella lirica italiana compare in Giacomo da Lentini 23: “tosto farò restare” ed anche in Dante Alighieri Inf. XXIII,136: “noi ci allegrammo,e tosto tornò in pianto”.

A.M.

34. giovedì, giu 5 2008 

XXXIV

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L’Amante


Pianto, sospiri, pensieri e afrizione
Eb[b]i vernando in quel salvag[g]io loco,
Ch’pena de·ninferno è riso e gioco
Ver’ quella ch’i’ soffersi a la stagione
C[h]‘Amor mi mise a tal distruzione
Ch’e’ no·mi die’ sog[g]iorno as[s]à’ né poco:
Un’or mi tenne in ghiaccio, un’altra ‘n foco.
Molto m’atten[n]e ben sua promessione,
Ma non di gioia né di nodrimento:
Ch’e’ di speranza mi dovea nodrire
Insin ched e’ mi desse giug[g]iamento.
Digiunar me ne fece, a ver vo dire;
Ma davami gran pez[z]e di tormento,
Con salsa stemperata di languire.

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Pianto, sospiri, pensieri e afflizione ho avuto tornando in quel luogo deserto, perché la pena dell’ inferno sono risate e barzellette, rispetto alla pena nel tempo in cui Amore mi sottopose a un assalto tale che non mi diede tregua nè tanto nè poco: un’ora mi ha tenuto nel freddo, un’ora mi ha tenuto nel caldo. Amore mantenne molto bene nei miei confronti la sua promessa, ma non di gioia né di nutrimento; perché di speranza mi doveva nutrire fino al momento in cui mi avrebbe dato il suo giudizio. A dirvi il vero, mi fece digiunare; ma mi dava grandi pezzi di tormento, con salsa sciolta di languore.

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Si vedano i vv. 3787-3794 del Roman de la Rose per il confronto.

1. Pianto, sospiri, pensieri e afrizione: ricorda Inf. III,22 (Quivi sospiri, pianti e alti guai): s’intende che simili accumuli sono già in Guillaume. – afrizione ‘afflizione’, la fonte di questo primo verso si trova nei vv. 2325 -2326 del Roman de la Rose: “Soupirs et pointes et friçons/Qui poingnent plus que herisons”; ed anche al v. 3787: “Or revendront pleure et soupir”.

2.vernando: questo termine ha lo stesso significato di XXXIII,12. – selvaggio loco: ha lo stesso significato di XXXIII,11.

3. ninferno: ‘inferno’. Forma popolare nata per l’agglutinazione della preposizione in con la parola inferno (da in inferno), presente nell’antico italiano, attestata anche nel Decameron. Nella lirica italiana vi sono nove occorrenze; cfr. Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.) canz. 19 vv. 64-66 “non entri in sua balia:/ ch’amor ninferno [è] d’ogne pena forte/ e dolor d’ogni morte”; Guido da Pisa, Declaratio, a. 1328 (pis.) c. 3 vv. 7-9 “Dentr’ a la porta che serra ogni male/ anzi c’al fiume che ‘l Ninferno cigne/ giunga l’autore perché giù si cale”. – riso e gioco : binomio sinonimico gallicizzante. Nella lirica italiana si presenta in tre occorrenze con Federico II (ed. Cassata), a. 1250 (tosc.) vv. 14-16 “sì mi distringe e lia, / che no posso aver pace,/ e fami reo parere riso e gioco”; Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.) vv. 37-39 “per me lo dico, c’ho messo pensare/ in disïar lo suo bel riso e gioco,/ e già mai altra segnoria no ‘nvoco”; Cino da Pistoia (ed. Marti), a. 1336 (tosc.) vv.12-14 2L’ anima dice a lui: «Ora ti lasso»;/ per che m’ incontra ciò che riso e gioco/ vi fa menar quand’ avanti vi passo”; si cfr. anche i vv. 3790-3791 del Roman de la Rose: “De tieus dolors aurai ge maint/Car je sui en enfer cheoiz“.

4 ver: ‘verso’. E’ una preposizione accorciata che deriva dal francese vers e dal provenzale ver . L’espesione ver’ quella è un comune provenzalismo. In Provenzale ver ricorre quattrocentocinquantanove volte nella lirica trobatorica; es. : e dissera ver; tal ver hi a qu’es fals e messongiers. In francese  vers presenta seicentodie occorrenze, ad es. : verso 12 strofe 2 Vers ma dame puis que li fis honmage.

6. giorno: ‘tregua’ , gallicismo.

7. questo verso ricalca il v. 3789 (Fricons et pointes et complainz), i vv. 2274-2276 (Friçons et autres dolors maintes./ An plusors sens seras destroiz, / Un eure chauz, autre eure froiz) del Roman de la Rose.

8. m’attenne: ‘mantenne’. Amore mantiene le promesse che aveva fatto ad Amante nel sonetto IV. Possiamo confrontare questo verso con i vv. 2961-2962 del Roman de la Rose ( Amors vers mpi bien s’an aquite, De la poine qu’il m’avoit dite;).

9. nodrimento: ‘nutrimento’. E’ una voce dell’antico italiano, dal francese nourrir e provenzale noirir Noirir ricorre dieci volte nella lirica trobatorica, ad es. : mas tant si pot hom en foldats noirir; patz vol onrar, noirir e trair’en sus . Nourrir presenta due occorrenze nei trovieri: verso 187, strofe10 fors tant qu’ a nourrir appartient; verso 10, strofe 2: voult Diex son cors en la Vierge nourrir.

10. Ch’e’ di speranza mi dovea nodrire: ricorda i vv. 2619-2620 del Roman: “Ceste esperante le conforte/Et cuers et talanz li aporte”; ed il verso 4065 del Roman: En Li me dei reconforter.

11. giuggiamento: ‘giudizio’, sentenza, da giuggiare, gallicismo. In francese jugement e provenzale jutiamen. Nei trovieri jugement presenta centoquattro occorrenze, ad es.: verso 3, strofe 1 mes a la fois vaint amors jugement;

12. a ver: ‘in verità’. Nella lirica italiana presenta quattro occorrenze, si veda: Guittone, Rime (ed. Egidi), a. 1294 (tosc.) canz. 43 vv. 68-70 “Ma di sì grande affare/a ver bon porto adire,/ a dire me converrebbe esser ben conto”.

13. pezze: ‘pezzi’, gallicismo. E’ usato in senso figurato, in relazione con digiunar e nodrimento. Nella lirica italiana presenta  due occorrenze, es. :Cecco Angiolieri, XIII ex. (sen.) vv. 1-3 “I’ ho un padre sì compressionato,/ che se gollasse pur pezze bagnate,/ sì l’avrebb’anz’ ismaltit’e gittate”.

14. languire: ‘languore’. Si cfr. il v. 3794 (M’a porchacie ceste sause), ed anche il v. 4895 (per destrempè riferito a dolereus emplastre) del Roman de la Rose.

A.M.

33. giovedì, giu 5 2008 

XXXIII

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L’Amante

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Quand’i’ vidi i marosi sì ‘nforzare
Per lo vento a Provenza che ventava,
C[h]‘alberi e vele e ancole fiac[c]ava,
E nulla mi valea il ben governare,
Fra me medesino comincià’ a pensare
Ch’era follia se più navicava,
Se quel maltempo prima non passava
Che dal buon porto mi facé’ alu[n]giare:
Sì ch’i’ allor m’ancolai a una piag[g]ia,
Veg[g]endo ch’i’ non potea entrar in porto:
La terra mi parea molto salvaggia.
I’ vi vernai co·molto disconforto.
Non sa che mal si sia chi non asaggia
Di quel d’Amor, ond’i’ fu’ quasi morto.

-

Quando vidi che la tempesta si rinforzava per il vento che soffiava dalla Provenza, che spezzava alberi e vele e ancore, e nulla mi servi manovrare il timone, fra me stesso cominciai a pensare, che era follia se continuavo a navigare, se prima il maltempo non smetteva che dal tranquillo porto mi aveva fatto allontanare: cosi mi ancorai a una spiaggia,vedendo che non potevo entrare nel porto: la terra mi sembrava deserta. Io svernai con molto sconforto. Non sanno che male si prova se prima non si sperimenta il dolore d’Amore, dove io sono quasi morto.

-

Questo sonetto non ha una precisa corrispondenza nel Roman de la Rose e sostituisce la parte conclusiva scritta da Guillaume de Lorris e quella iniziale ad opera di Jean de Meung. La frustrazione dell’amante sembra preannunciare quella, che colpisce Dante nei primi canti dell’ Inferno, con i quali condivide alcuni dettagli paesaggistici. Possiamo dire che questo sonetto è quasi una traduzione del “long monologue de l’Amant à la fin du poëme de Guillaume de Lorris”. Per il confronto si vedano i vv. 3946-4056 del Roman de la Rose. Il Fiore, rispetto ai versi sopracitati, tralascia sia il presentarsi del contadino, quanto la descrizione della fortuna. Il Castes li paragona a quelli di Dante da Maiano. Questo sonetto è una metafora: l’esperienza negativa di Amante, l’avversa fortuna, è paragonata alle avversità di una tempesta marina.

1. i marosi :onde marine alte e violente che si propagano velocemente nella direzione del vento susseguendosi a breve distanza; anche mareggiata; burrasca marina. In questo caso la tempesta è metaforica e allude alle avversità subite dall’Amante ad opera di Malabocca. La metafora marina e nautica, presente in XXI, 4Ma dirò come ‘l mar s’andò turbando/”,  ripresa in XXXV,3-4 “Ché ‘l, tempo fortunal che m’era corso/ M’avea gittato d’ogne bona spera” ed in XLVIII,7-8 “Chéd i’ sì vo a fedir a tale iscoglio,/ S’Amor non ci provede, ch’i’ son casso”. Nella lirica italiana degli inizi sono presenti cinque occorrenze, ad es. in Guido da Pisa, Declaratio, a. 1328 (pis.) vv .40-42 “o è spirto senza ‘l qual non guada/ nullo morale questi gran marosi,/ anzi conviene che dentro ci cada”. -nforzare: “rinforzarsi”, “farsi più alti”.

2.a Provenza ‘dalla Provenza’  oppure ‘in Provenza’; sembra indicare il mistral, vento di ponente teso e forte. Dal francese antico provance (sec.  XI), da prover (prouver). Nei trovieri il termine provance presenta due occorrenze: verso 12, strofe 2 savés quele est la provance; verso 29, strofe 3 et quant on voit la provance; – ventava: ‘soffiava’. Il vento di Provenza è il libeccio. In francese venter , in provenzale ventar. Venter presente tre volte nei trovieri: verso 3, strofa 1 tels vens porra ventre; verso 26, strofe 3 car ele se puet ventre; verso 5, strofe 2 ne se doit ventre;

3. C[h]‘alberi e vele e ancole fiac[c]ava: l’immagine si può collegare con Inferno VII,13-14: “quali dal vento le gonfiate vele/ caggino avvolte, poi che l’alber fiacca“. ancole:’ancore’; dal latino medievale ancŏla .

4. governare: ‘manovrare il timone’, regolare la rotta di un’imbarcazione (con riferimento al timone stesso). Nella lirica italiana degli inizi vi sono quattordici occorrenze; si veda XIII u.q. (fior.) 113 vv. 13-14 “Ché lor limosina è bene impiegata,/ Sì è mercé atarli governare”; anche Fazio degli Uberti, Dittamondo, c. 1345-67 (pis.) L. 1, cap. 14 vv. 67-69 “E poi che morte le sue luci serra,/ Silvio Egitto, apresso, mi prese/ a governare tutta la sua terra”.

6. se più navigava: lett. ‘se continuavo a navigare’. Avanzare su una distesa o un corso d’acqua con un’imbarcazione, guidandone il moto secondo i dettami dell’arte nautica (come nocchiero o marinaio) o lasciandosi trasportare senza intervenire nella guida (come passeggero).

8. alungiare: ‘allontanare’, gallicismo; francese alongier, dal lat. allŏngare per ēlongare. L’unico esempio in dipendenza da un esito non anafonetico è nel canzoniere pisano L, << se Deo m’alongi noia>> L28 GuAr. 13 = alungi V147 GuAr. 13. La voce gallicizzante è del solo genere poetico, dove alterna con l’allotropo indigeno, sempre nel medesimo significato: di quest’ultimo troviamo esempi in Giacomo da Lentini, in Chiaro, e nel Fiore, tutti autori e testi che documentano la forma con catalizzazione. La forma priva di palatalizzazione, sempre con identico significato, è attestata anche in prosa: la documentano il Novellino, il Tesoro volgarizzato, i Fatti di Cesare, il Tristano Riccardiano, e il Convivio. La voce palatalizzata sembra essere sopravvissuta, dopo i Siciliani, solo presso Guittone e i poeti fiorentini estranei all’esperienza stilnovistica, pur in alternanza con la forma indigena. Lo stesso significato di ‘ allontanarsi’ sembra scomparso, tanto per la forma gallicizzante quanto per l’equivalente indigeno: con la Commedia per allungare / allungarsi si impone il significato di ‘ allungarsi, farsi lungo’. Escludendo un vero e proprio prestito semantico, si può ipotizzare che il modello francese, abbia concorso alla diffusione, limitata entro il primo ‘300 e circoscritta alla lirica e ad alcune prose volgarizzate dal francese o ad esso esposte, del significato di ‘allontanare’ anche per la forma foneticamente indigena allungare. Nella lirica italiana è presente in tre occorrenze, di cui due in Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.) vv. 71-72 “che pur penando aspetta / ciò che vede alungiare”; vv. 53 -54 “tardando assai, languir forte mi face: / però che [a]lungiare pò mia vita”. Il facea lungiare di tutti gli editori sembra dividere impropriamente l’unica parola grafica mifaciealugiare.

9. m’ancolai: “mi ancorai”, in provenzale ancola . - piaggia : ‘spiaggia’, “lido,” “riva”; anche: sponda, argine di un corso d’acqua. Nella lirica delle origini vi sono quarantotto occorrenze, nei canti iniziali dell’ Inf. il termine compare nello stesso significato a Inf. 3 , 92 e nell’ accezione di pendio a Inf. 1, 29 e 2, 62.

11. mi parea : ‘mi appariva’ – selvaggia: ‘inospitale, deserta’. Paragonabile con selva selvaggia di Inf. I,5 e loco selvaggio Inf. I, 93; si vea anche Brunetto Latini, Tesoretto 1196-97 “chè ,quanto più mirava,/ più mi parea selvaggio”. Nella lirica italiana delle origini il termine presenta cinquanta occorrenze; cfr. Guittone, Rime (ed. Egidi), a. 1294 (tosc.) canz. 9 vv. 7-9 “ch’entra gente croia/ ed en selvaggia terra”; Dante da Maiano, XIII ex. (fior.) 37 vv. 4-6 “meo cor, che ‘n ciò si pur diletta e bagna./ E com’ più l’ amo, più selvaggia e stragna/ mostra enver’ me, e più ver’ dòl mi pinge”; Dante Alighieri , Rime, a. 1321 15 vv. 10-12 “Or ecco leggiadria di gentil core,/ per una sí selvaggia dilettanza/ lasciar le donne e lor gaia sembianza”; Cino da Pistoia (ed. Contini), a. 1336 (tosc.) 24 vv. 1-4 “Ciò ch’ i’ veggio di qua m’ è mortal duolo,/ perch’ i’ so’ lunge e fra selvaggia gente,/ la qual i’ fuggo, e sto celatamente/perché mi trovi Amor col penser solo”;

12. vernai : ‘svernai’. Dal francese hiverner e provenzale ivernar (< ibernare). E’ importante ricordare che proprio d’inverno, precisamente in gennaio, Amante si innamora della fanciulla (indicata come Fiore del giardino di Piacere).  Amante aspetta che venga primavera per tornare a riconquistare il fiore con l’aiuto d’Amore. disconforto: “abbattimento d’animo”, “sconforto”, “grave dolore”, “profonda afflizione”, “sfiducia”, “disperazione”. Nella lirica italiana vi sono tredici occorrenze; si veda Guittone, Rime (ed. Egidi), a. 1294 (tosc.) canz. 18 vv.57-59 “Ser Orlando da Chiuse,/ in cui già mai non pose/ perduta di sconforto”;Fiore XIII u.q. (fior.) 186 v. 6 “Sì ch’egli ab[b]ia paura e di sconforto; Cino da Pistoia (ed. Marti), a. 1336 (tosc.) 66 v.12 “lo qual ragiona sol di di sconforto”.

13. asaggia: ‘sperimenta’, gallicismo. Il termine si ripresenta una seconda volta in LXI,4 “Delle mie gioie, più volte t’asag[g]ia”; cfr. Roman de la Rose vv. 2958-2960 “Nus n’a maus qui amor n’essaie /Ne cuidiez pas que nus quenoisse /Qui n’a amè,qu’est grant angoisse”.

A.M.

32. giovedì, giu 5 2008 

XXXII

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L’Amante

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Gelosia andava a proveder le porte,

Sì trovava le guardie ben intese

Contra ciascuno star a le difese

E per donar e per ricever morte;

E MalaBocca si sforzava forte

In ogne mi’ sacreto far palese:

Que’ fu ‘l nemico che più mi v’afese,

Ma sopra lui ricad[d]or poi le sorte.

Que’ non finava né notte né giorno

A suon di corno gridar: “Guarda, guarda!”;

E giva per le mura tutto ‘ntorno

Dicendo: “Tal è putta e tal si farda,

E la cotal à troppo caldo il forno,

E l’altra follemente altrù’ riguarda”.

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Gelosia andava ad ispezionare le porte, e trovava le guardie pronte in stato d’allerta contro ogni nemico, per donare e per ricevere la morte; e Malabocca tentava con ogni mezzo di rilevare tutti i miei segreti: fu il nemico che mi offese a tal proposito, ma fu poi lui a finir male. Che non smetteva né di notte né di giorno di gridare come se fosse un corno: <<Guarda, guarda!>>; e girava intorno per tutte le mura dicendo: <<Questa è una donnaccia e l’altra s’imbelletta, la tale è smaniosa d’amore, è l’altra sfacciatamente guarda gli uomini>>.

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Secondo Armand Strudel, nel suo La livre de poche, parla della relazione tra i versi de Il Fiore e quelli del poema di Guillaume de Lorris e Jean de Meung, il Roman de la rose. Si vedano, inoltre, del Roman, i vv. 3935-3945 per il confronto con la prima quatina ed i vv.3890-3908 per quello con la seconda quartina e le due terzine di questo sonetto.

1.proveder: ‘guarnire” (Petronio), “ispezionare’. Nella lirica italiana delle origini vi sono venti occorrenze di proveder; ad es.: Dante Alighieri, Par. VIII, vv.78-80 “già fuggeria, perché non li offendesse; / ché veramente proveder bisogna/ per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca”; ivi ai vv.134-136 “simil farebbe sempre a’ generanti, / se non vincesse il proveder divino./ Or quel che t’era dietro t’è davanti”; Par. XXXII vv. 36-38 e altri fin qua giù di giro in giro./ Or mira l’alto proveder divino: /ché l’uno e l’altro aspetto de la fede.

2.intese: ‘attente’, “intenzione”, “proposito”, “interessamento”. Nella lirica italiana delle origini sono presenti novantuno occorrenze; la parola è già citata in XLVII vv. 1-3 “Ragion si parte, quand’ella m’intese,/ Sanza tener più meco parlamento,/ Ché trovar non potea nullo argomento”; ed anche in CCXXI vv. 1-3 “Quando Venùs intese che Vergogna/ Parlò sì arditamente contr’a llei,/ Sì gl[i] à giurato per tutti gli dèi.”.

5. sforzava: ’tentare’. Nella lirica delel origini vi sono cinque occorrenze; si veda: Brunetto Latini, Tesoretto, A. 1274 (fior.) vv. .1098-1100 “ov’ è ‘l mare Occïano./ E io che mi sforzava/ di ciò che io mirava.”

6. in ogne[…]palese: ‘di fare rilevazione d’ogni mio segreto’. Si ripete in XI, vv. 3-5 “Un grande amico, lo qual mi solea/ In ogne mio sconforto confortare;/ Sì ch’i’ no ‘l misi guari a ritrovare”, ed in CXXXII vv. 5 -7 “Que’ disser: «No’ sì siàn mastri divini, / E sì cerchiamo in ogne regione/ De l’anime che vanno a perdizione”.

7. v’afese:’ offese, mi fece danno’. E’ una variante di offendere, costruito col dativo della persona all’uso antico, in provenzale ofendre.

Solo per scrupolo si segna l’apparente vicinanza a Roman de la Rose, 3907-3908 secondo la lectio singularis di Ji :

Male bouche qui riens n’espergne

Trueve en chascune quelque hergne

8. ricaddor poi le sorte: “ma fu lui che ne ricevette maggior danno”. Lett. ‘ricaddero poi le sorti’;

9. finava: “smetteva”, “finiva”. E’ una variante di finire; in francese finer, in provenzale finar. Si trova nella poesia siculo-toscana ed in quella stilnovista. Nella lirica idelle origini presenta sei occorrenze; si veda CXCIV vv.11-13 Ché chi l’amasse sì faria gran torto:/ Ché non finava di dìe né da sera/ Di dar a Gelosia nuovo sconforto”. Il prov. finar ricorre tre volte nella lirica trobadorica: v. 21 e volria aisi finar; v. 76 pus pauzar ni finar; v. 35 de tals tres n’ay vistz finar. Si segnala, inoltre, che il termine francese finer presenta venticinque occorrenze, ad es.: au finer verso 42, strofe 5; me fait ma vie finer verso 9, strofe 1.

10. a suon di corno: ‘come se fosse un corno’, (corno) cfr. Roman de la Rose v. 3895 (cors ) - suon: a suon di corno o di tamburo: a gran voce: dando grande risonanza. In rima interna con giorno, v. 9 e (i)ntorno, v. 11, rispecchia l’incipit di un sonetto di Guido Orlandi diretto a Cavalcanti. A suon di trombe anzi che di corno, dove compare anche la rima con giorno e d’intorno, cosi come avviene in tre delle quattro occorrenze di corno in rima nella Commedia, Inf. XXXI,12; Purg. XXII,120; Par. XIII,10.

10. guarda, guarda: “guarda, guarda” o “guarda guarda!” (con enfasi): per attirare l’attenzione di chi ascolta o per metterlo in guardia. E’ un raddoppiamento dell’imperativo che compare più volte nella Commedia: <<Guarda, guarda!>> Inf. XXI,10; <<Dì, dì>> Par. V,122 e <<Dille, dille!>> al  VII,10; in tutti e tre i casi è introdotto dallo stesso verbo gridare del Fiore.

11. giva: ‘andava’. Nella lirica delle origini è presente in centootto  occorrenze; si veda: Dante Alighieri, Inf. XIV vv. 24-26 ” e altra andava continüamente./ Quella che giva ‘ntorno era più molta, / e quella men che giacëa al tormento”. Si ripete in LXXIV vv. 3-5 “La qual Folle-Larghez[z]a avea fondata,/ Per avacciar ciò che giva pensando”; Amico di Dante, XIII ex. (fior.) Canz. 5 vv. 28-32 “ché la mia pensagione/ talor dava pavento/ a lo disio dov’ era, e talfïata/ giva per la contrata lietamente,/ ch’era ‘l mi’ cor dolente”; si cfr.  Roman de la Rose v. 3893 ( Il monte le soir aus creniaus).

12. putta: ‘donnaccia’, “prostituta”, “donna che ha una condotta sessuale immorale, dissoluta, impudica”; francesismo. Nella lirica italiana delle origini, ricorre nove  volte: es. Rustico Filippi, XIII sm. (fior.) son. 26 vv. 9-10 “Che foste putta il die che voi nasceste/ ed io ne levai saggio ne la stalla”; Cecco Angiolieri, XIII ex. (sen.) 16 vv. 1-2 “Accorri accorri accorri, uom, a la strada!/ – Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.”; Dante Alighieri , Purg. XI vv. 113 -115 “la rabbia fiorentina, che superba/ fu a quel tempo sì com’, ora è putta“. Questo verso sembra essere una traduzione esatta del v. 3903 del Roman de la Rose:Ceste est pute, ceste se farde”.

12. si farda: ‘si trucca”, “s’imbelletta”; francesismo. Farda, è un deverbale; in francese farder e in provenzale fardar.

13. la cotal[… ]caldo il forno: “la tale è smaniosa d’amore’.  Metafora erotica. – forno: passione amorosa, sensualità accesa.

14. e l’altra…: ‘l’altra sfacciatamente guarda gli uomini’. Anche questo verso, come il precedente, ha un significato erotico. Bisogna però ricordare che è Malabocca, la maldicenza, a mettere in giro queste dicerie in quanto sua usanza calunniare la gente. Anche questo verso sembra la traduzione esatta del v. 3904 del Roman de la Rose: “Et ceste folament esgarde”.

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Bibliografia:

Il Fiore e Detto d’amore, a cura di Carlo Rossi con un saggio di Gianfranco Contini.

Le Roman de la Rose / Guillaume de Lorris et Jean de Meun ; édition d’après les manuscrits BN 12786 et BN 378, traduction, présentation et notes par Armand Strubel. – Paris : Librairie Générale Française, 1992. – (Le Livre de Poche. Lettres gothiques ; 23).

Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia.

Gallicismi nei testi dell’italiano antico : (dalle origini alla fine del sec. XIV) di Roberta Cella. – Firenze : Accademia della Crusca, 2003. – (Grammatiche e lessici / pubblicati dall’Accademia della Crusca)

www.ovi.cnr.it

www.textus.org

A.M.

156 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Figl[i]uola mia, chi vuol gioir d’Amore,

Convien ch’e’ sap[p]ia i suo’ comandamenti.

Ver è ched e’ ve n’à due dispiacenti:

Chi se ne ’mbriga, sì fa gran follore.

L’un dice che ’n un sol luogo il tu’ cuore

Tu metta, sanza farne partimenti;

L’altro vuol che·ssie largo in far presenti:

Chi di ciò ’l crede, falleria ancore.

I·nulla guisa, figlia, vo’ sia larga,

Né che ’l tu’ cuor tu metti in un sol loco;

Ma, se mi credi, in più luoghi lo larga.

Se dài presenti, fa che vaglian poco:

Che s’e’ ti dona Lucca, dàgli Barga;

Così sarai tuttor donna del g[i]uoco.

 

Parafrasi

 

 

Figliola mia, è bene che chi vuole sentire le gioie d’amore, conosca i suoi comandamenti. Sennonché ve ne sono due spiacevoli: chi se ne impantana commette davvero una follia.

Uno dice che ad una sola persona doni il tuo cuore, senza farne divisioni; l’altro vuole che sia generoso nel fare regali: chi per questo credesse a lui, sbaglierebbe ulteriormente. In nessun modo, figlia, devi essere generosa, né devi donare il tuo cuore ad una sola persona; ma, se mi credi, dividilo fra più uomini. Se fai dei doni, fa che valgano poco: in modo che se ti dona Lucca, tu dagli Barga; così che tu sarai padrona del gioco.

 

Commento

 

1-2    Cfr. Rose v.13396:«Beau filz qui veulx jouyr d’aymer / de ciascun mal qui est amer / les commandemens d’Amours saiche».

 

2 comandamenti : i comandamenti d’Amore compaiono nella Rose, sia nella parte di Guillaume De Lorris in maniera estesa e numerabile (10, come quelli di Mosè), che nella parte di Jean, dove l’Amante li elenca in un esamino che gli fa il suo stesso insegnante, il dio d’Amore. I due, qui citati dalla Vecchia (unicità della passione e liberalità) sono, come in questo punto dice la Rose, i due ultimi, nello stesso ordine inverso secondo la parafrasi del Fiore, che a buon conto nemmeno li numera. Infatti a una parafrasi dei comandamenti del Fiore attende il Detto v.449ss.« Sie largo; e d’altra parte/ non far del tuo cuor parte/ tutto ‘n quel luogo il metti/ là dove tu l’ametti».

 

3 ver è ched: ‘sennonché’. L’espressione, lievemente avversativa, compare in 6 capoversi della Commedia: cfr. If. IV,7; IX,22; XXIX,112; Pg. III,136; X,136; Pd. I,127.)

 

3 dispiacenti: ‘spiacevoli’.

 

4 imbriga: ‘impaccia’, ‘si lascia irretire’, nella forma passiva “impicciarsi a certi aspetti dell’amore”. Dal prov. embregar. Cfr. Iacopone, Laudi, 78-78; Cecco Angiolieri, S’ì fosse foco, 6.

Brunetto Latini, Tesoretto, v.1905 ss.«l’ amico tuo gastiga/ del fatto onde s’ imbriga».

 

follore: ‘sciocchezza’, ‘stoltezza’.Cfr. prov.  folor. Cfr. Dante, Pg.XXVI, 142ss.:« Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; consiros vei la passada folor,/  e vei jausen lo joi qu’esper, denan.»; Guido Orlandi25,6s.«Troppo servir tien danno spessamente/ ed amar for misura è gran follore»,

 

5 sol luogo: ‘una sola persona’.

 

6 partimenti: ‘senza farne divisione con altri uomini’, ovvero “deve amare un solo uomo”.Voce dell’antica lirica cavalleresca, cfr. prov. partimen.

 

7 largo in far presenti: ‘generoso nel fare regali’.

 

8 falleria: ‘si sbaglierebbe’.

 

9 larga: (codice «briga») ‘lascia’,‘generosa’.

 

11 in più luoghi lo larga: ‘distribuiscilo tra più uomini’.

 

12-14 Questa terzina è una creazione del Nostro.

 

13 Che se ti…Barga: ‘Che se ti dona la città di Lucca, in cambio donagli il castello di Barga’, quindi: “se lui ti dà molto, tu restituiscigli poco”. Si tratta del noto “proverbio di Barga”, usatissimo dai poeti fiorentini, pisani e pistoiesi del tempo, sempre con il riferimento a chi deve restare burlato, che nel Fiore compare solo qui a definire una strategia d’inganno che deve presiedere al commercio amoroso, secondo un motivo assai diffuso nelle Artes Amatoriae di Amico e della Vecchia, e che non ha rispondenza nella Rose.

 

14 donna: ‘padrona’, ‘signora’, dal lt. domina, cfr. prov. domna. Cfr. Fiore 176,5; 232,14.

 

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

155 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Or ti dirò, figl[i]uola mia cortese,

Po’ che parlar possiamo per ligire

E più arditamente, ver vo’ dire,

Che·nnoi non solavàn (quest’è palese):

Tu sì sa’ ben ch’i’ son di stran paese,

E sì son messa qui per te nodrire;

Sì ti priego, figl[i]uola, che·tt’atire

In saper guadagnar ben tue spese.

Non ch’i’ te dica ch’i’ voglia pensare

Che·ttu d’amor per me sie ’nviluppata;

Ma tuttor sì te voglio ricontare

La via ond’io dovrè’ esser andata,

E ’n che maniera mi dovea menare

Anzi che mia bieltà fosse passata.

 

 Parafrasi

 

Adesso ti racconterò mia cortese figliola, visto che adesso, a dire il vero, possiamo parlare a nostro agio e più francamente, poiché prima non eravamo solite farlo (questo è chiaro): tu sai che io provengo da un paese straniero e sono stata preposta ad educarti; per cui ti prego, figliola, che ti predisponga ad imparare come guadagnarti da vivere. Non ti sto dicendo di credere che per causa mia tu venga irretita, tuttavia ti voglio raccontare la via lungo la quale sarei dovuta andare e in che maniera mi sarei dovuta comportare, prima che la bellezza passasse”.

 

Commento

 

2 per ligire:’ad agio’,’comodamente’, dal fr. ‘par loisir’. Il Castet a tal riguardo ipotizza ‘ligire’ per ‘licere’ lt., alterazione di e in i, così frequente all’infinito nei testi antichi, come la g per la c . E’ adoperato qui sost. come il fr. leisir o loisir, ingl. leisur. Il v.corrispondente della Rose è: 13349s.:

« Et pource que temps et espace/ nous est or venu cy a point».

 

3 ver vò dire: ‘a dire la verità’.

 

4 non solavàn: ‘non eravamo solite’, in quanto entrambe temevano Malabocca ma ,ora che è morto, possono parlare liberamente.Cfr. Rose v. 13353s.:« Ung peu mieulx que nous ne soulons/ je vous doy or bien conseiller»

 

5 stran: ‘straniero’.

 

6 nodrire: ‘allevare’, ‘istruire’, gallicismo.

 

7 che·tt’ atire: ‘che tu ti disponga’, francesismo, comp.di tirare, ‘rivolgersi’, ‘darsi da fare’, ‘avere cura’. Cfr.Trovieri, 265,0712,92,123ss. «car qui a bien / s’ joie d’ amours desire atire / qui fait jouer et rire».

 

8 tue spese: da accostare al ‘sua dispensa’ di Fiore 154,12

 

10 inviluppata: lett.’avvolta’’fortemente presa’. Denominativo da viluppo con prefisso in in- con valore illativo. Cfr. fr. envelopper; fr. ant. enveluper.

 

11-14 Cfr. Rose v.13360ss.«je vous monstreray voulentiers/ tout les chemins et les sentiers / par lesquelz je deusse estre allée/ ains que ma beaulté fust hallée »

 

11 ricontare: ‘raccontare’.

 

12 ond(e): traduce il fr. ‘par ou’.

 

13 menare: ‘condurre’.

 

14  bieltà: ‘bellezza’,cfr. Fiore 1,9 ecc

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

154 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Molte volte mi disse quel ribaldo

Per cu’ i’ eb[b]i tanta pena e male,

Ched e’ ver[r]eb[b]e ancor tal temporale

Ched i’ avrei spesso fredo e caldo.

Ben disse ver, quel conto ò i’ ben saldo;

Ma, per l’agio ch’i’ eb[b]i, tanto e tale

Che tutto quanto il cuor mi ne trasale,

Quand’i’ rimembro, sì ritorna baldo.

Giovane donna nonn-è mai oziosa,

Sed ella ben al fatto si ripensa

Per ch’ella sti’ a menar vita gioiosa:

Ma’ ch’ella pensi a chieder sua dispensa,

Sì ch’ella non si truovi sofrattosa

Quando vec[c]hiez[z]a vien poi che·ll’ade[n]sa.

 

Parafrasi

 

 “Spesso mi disse quel mascalzone, a causa del quale patii tanta sofferenza, che sarebbe arrivato poi un tempo in cui ne avrei passate di tutti i colori. Invero ha avuto ragione, quel conto infatti l’ho saldato; ma le gioie che ho vissuto sono tante e tali che, quando le ricordo, il mio cuore trasale e imbaldanzisce. Una donna giovane non sta mai in ozio, se ben riflette sul motivo per cui conduce una vita piacevole: purché pensi a procurarsi la provvigione, affinché non si ritrovi bisognosa quando avviene che poi la vecchiaia l’assale.

 

Commento

 

1 ribaldo: ‘dissoluto’,cfr. Fiore 152,5; Rose v.13317: «Les ribaulx que me desprisoient»

 

3 temporale: ‘un tempo tale’.Cfr. fr. e prov. temporal.

 

4 fredo e caldo: aggettivi sostantivati, di significato opposto spesso si trovano insieme.

Jacopone,19 v.15 s.: «E molta fame sostenia, / freddo e caldo sofferia;»;  Dante, Pd. XI, 46 : «onde Perugia sente freddo e caldo».

 

Da notare che i  rimanti delle due quartine di Fiore 154, 4-8 caldo / saldo/ baldo compaiono anche, nel medesimo ordine, nelle due terzine di Fiore 17, 9-13.

 

5 ben disse ver:  Cfr. Fiore 113,3, Brunetto Latini, Tesoretto, v.1733 « Ben dico, se ‘n ben fare»; 1435:« ma tanto dico bene».

 

saldo: ‘saldato’.

 

 

6-8: Per la Vecchia il ricordo delle voluttà amorose è così intenso da compensarne la mancanza, al punto tale che il suo cuore trasale e si rallegra. Cfr. Rose v.13323 ss. : «Quant de mon bon temps me remembres / et de la joliette vie / dont mon cruer a si grant envie».

 

6 agio: ‘piacere’, ‘voluttà’, francesismo. Questa voce è legata in un sistema di termini cortesi e rimanda, per antitesi, a pena e male del v.2 e per analogia, a baldo del v. 8.

 

8 baldo: ‘allegro’, indica l’ardita felicità del cuore che ritorna baldo nel ricordare le gioie d’amore di cui ha goduto un giorno. Questo termine si incontra sempre in rima con saldo anche in Fiore 17,13 dove assume una connotazione diversa, indica la lieta sicurezza di Venere che col viso baldo si trae verso Bellaccoglienza, dopo averla incitata all’amore.

Cfr. A. Pucci, Dè gloriosa, 1342, 43,44: «Ma giorno e notte mettesi a la serra / Alegro e baldo».

 

9-14 Le due terzine hanno come fonte i vv. 13332-13335 della Rose: « Jeune dame n’est pas oyseuse/ quant elle tient vie joyeuse / et mesmement celle qui pense / d’acquerre a faire sa despence».

 

9 oziosa: ‘inattività’ in campo amoroso.

 

12 ma’ ch(e): ‘purchè’, francesismo.

 

Chieder sua dispensa: ‘fare provvista’, ‘provvigione, nel senso originario di elargizione.La Vecchia si riferisce ai mezzi per vivere. Cfr. prov. dispensa.

 

13 sofrattosa: ‘bisognosa’, gallicismo dal fr. souffreteux. Cfr. Fiore 89,5

 

14 ade[n]sa: ‘assale’.Questo termine compare in rima imperfetta con ripensa e dispensa. Il Parodi, nella sua edizione del Fiore interpreta « Quando avvien poi che la vecchiezza le si avvicina». Il Petronio cita a riguardo un passo di Ovidio Simintendi (« Adesarono lo letto»), che suggerirebbe: quando viene poi la vecchiaia ad acconciarla, ironicamente, così come Dante usa accisma (If. XXVIII, 37). Secondo il Castets, potrebbe trattarsi di una derivazione dal prov.aizar, fr. ant. aisier il cui significato sarebbe quello di ‘acconciare’, ‘accomodare’.( ED I p.54)

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

153 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“In gran povertà tutti gli met[t]esse,

Sì come t’ò di sopra sermonato,

E sì sareb[b]e il primo dispogliato

Colui che più cara mi tenesse.

Di nessun mai pietà no·mi’n prendesse,

Ché ciaschedun vorrè’ aver disertato:

Ché sie certana ch’e’ nonn-è peccato

Punir la lor malatia, chi potesse.

Ma e’ non dottan guari mia minac[c]ia

Né non fan forza di cosa ch’i’ dica,

Perciò ch’ò troppo crespa la mia fac[c]ia.

Figliuola mia, se Dio ti benedica,

I’ non so chi vendetta me ne faccia

Se non tu, ch’i’ per me son troppo antica.

 

 Parafrasi

 

Come ti ho detto li ridurrei tutti in grande povertà, e il primo ad essere spogliato dei suoi beni sarebbe chi più mi amerebbe. Non avrei mai pietà per nessuno poiché vorrei vedere ognuno rovinato: sii sicura che non è peccato punire la loro malattia per chi può farlo.

Ma non temono molto la mia minaccia e non si preoccupano di cosa dica, dal momento che il mio viso è troppo rugoso.

Figliola mia, che Dio ti benedica, io non saprei chi potrebbe vendicarmi se non tu, visto che ormai sono così vecchia.

 

 

Commento

 

1 poverta: ‘povertà’, francesismo da  poverte, (dal nominativo lt.). Cfr. Fiore 90,1.

 

mettesse: ‘metterei’, li ridurrei’.

 

2 sermonato: ‘detto’, ‘narrato’. Calco da sarmonè. Cfr. Fiore, 17,8; 49,8; 194,1; Rose v.13294 ss. «Car au sens que Dieu m’à donné/ comme je vous ay sermonné»; Trovieri 240,32,41« tant m’ avez biau sarmoné /que ne lerai mie/ que ne face vostre gré».

 

3 dispogliato: ‘ridotto in miseria’, il termine sta ad indicare ‘privato dei propri beni, delle proprie cose’.Cfr. Fiore 163,8.Qui il termine assume l’accezione di ‘derubare’.

 

5 prendesse: ‘prenderebbe’.

 

6 disertato: dal fr. deserter, ‘distrutto’, ‘rovinato’, in quest’accezione ignoto alla Rose.

 

7 ché sie certana: cfr. Fiore 152,9.

 

9 dottan: cfr.Fiore 143,1.

 

Ma è non dottan guari mia minaccia: ‘non temono molto la mia minaccia’, cfr. Rose v.13313 ss.«Jamais n’en pourray nul tenir, /car tant ay ridée la face/ qu’ilz n’ont gardé ».

 

10 fan forza: ‘si preoccupano’, francesismo faire force . Cfr. Fiore 86,3; 192,4.

 

11 crespa: ‘rugosa’, ‘avvizzita’, termine riferito alla faccia della Vecchia.

 

12  se: ‘così’.

 

14 antica: ‘vecchia’, cfr. Dante, Pg, IX, 1:«Titone antico».

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

 

 

152 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Non ne pos[s]’altrementi far vengianza

Se non per insegnarti mia dottrina,

Perciò che·llo me’ cor sì m’indovina

Che·ttu darai lor ancor gran micianza,

A que’ ribaldi che tanta viltanza

Me diceano da sera e da mattina:

Tutti gli met[t]erai anche a la china,

Se·ttu sa’ ben tener la tua bilanza.

Ché sie certana, s’i’ fosse dell’ag[g]io,

Figl[i]uola mia, che tu·sse’ or presente,

Ch’i’ gli pagherè’ ben di lor oltrag[g]io,

Sì che ciascuno farè’ star dolente:

Già tanto non sareb[b]e pro’ né sag[g]io

Ched i’ non ne facesse panchiedente.

 

Parafrasi

 

Non posso ottenere vendetta in alcun altro modo se non insegnandoti la mia dottrina, in quanto il mio cuore mi preannuncia che tu un giorno provocherai grandi danni a quei balordi che mi dimostrano continuamente tante ingiurie: li rovinerai poi tutti se saprai tenerli sospesi nel dubbio.

Sii certa, figliola mia, che se io avessi la tua età gliela farei pagare per i loro oltraggi, e farei in modo che ciascuno soffra: di sicuro non vi sarebbe alcun uomo valoroso o saggio che non ridurrei a mendicante.

 

Commento

 

1 vengianza: ‘vendetta’.Dal fr. vengeance e prov. venjansa. Cfr. Fiore 75,11; 162,10.

La Vecchia invita Bellaccoglienza ad ingannare gli uomini, in modo da ‘vendicare’il male che le avevano  arrecato quando era giovane. Cfr. Rose v.13284:« la vengeance lors que je prinse» ;

Brunetto Latini, Tesoretto ,v.2079:« far ben dura vengianza»; 2117 ss.: «E i’ ho già veduto / omo ch’ è pur seduto,/non facendo mostranza, / far ben dura vengianza»; Guittone, Rime, 127,9: «E dell’offesa fatene vengianza».

 

2 se…dottrina: cfr. Rose v.13283: «Escript ne pourroit estre en droit».

 

3 cor sì m’indovina : ‘il cuore mi preannuncia’.cfr. Fiore 105,7.

 

4 micianza: ‘grandi danni’, ‘sventura’; gallicismo raro, dal fr. meschance e prov. mescazensa.

Il termine, incastonandosi nel sistema rimico –anza, di cui il Fiore abusa, ricorre in rima con vengianza e viltanza nelle parole della Vecchia. Il sintagma gran micianza ricorda a notevole distanza il granz mescheances di Rose. Cfr. Fiore 84,7; 162,12. viel 161

 

5 a que’ ribaldi: da fr. ribaud  e lat.med ribaldus..Termine usato in accezioni molto diverse, in quest’occorrenza ha una connotazione spregiativa, ossia di persona che tiene comportamenti o manifesta opinioni al di fuori delle convenienze morale e sociali,verso le quali ha anche un atteggiamento di irrisione e di sprezzo; individuo privo di scrupoli, mascalzone, farabutto. Cfr. Fiore 154,1 e 192,6, dove il termine compare nei sonetti dedicati agli spregiudicati consigli della Vecchia.

 

Viltanza: ‘villania’. Cfr. fr. viltance e prov.viltansa, derivato da vilté. Questo lessema è in corrispondenza con Rose v.13289, «des ribaulx qui», ma influenzato forse da Rose v.13290 « e si villement lez mei s’en passent», dove da vilment si risale al sost. a. fr. viltance  estraneo alla Rose. 

 

 

6 da sera e da mattina: ‘continuamente’. Francesismo, non dall’originale,  a [o au] soir et a [o au] matin. Cfr. Fiore165,9 (con o).

 

7 mettere al chino: ‘mandare in rovina’ Cfr. Fiore 69,12, dove l’espressione metter al chino assume la medesima accezione, da ricondurre al fr. metre a declin, entrambe risultano senza riscontro diretto.

 

8 bilanza: ‘bilico’, cfr. fr. balance e prov. balansa; tardo lat. bilanx. L’uso è metaforico (lett.:su di una bilancia), in questo caso troviamo il costrutto fraseologico ‘tenere la b.’ con il senso di ‘tenere sospesi nel dubbio, nell’incertezza’. Cfr. Fiore 7,11; 172,6.

 

9 Ché sie certana: costrutto reiterato nel sonetto immediatamente successivo:153,7.

 Certana: ‘sicura’ gallicismo, cfr. Fiore 22,7; 27,13; 40,1.

 

Aggio:età’, francesismo. Cfr. eage e prov. atge.

 

11 oltraggio: ‘offesa’, ‘torto’.Gallicismo, da outrages.  Cfr. Fiore 14,3; 86,4; 135,10; 166,8; 178,8; 197,12, adoperato sempre in rima. Cfr. Brunetto Latini, Tesoretto, a. 1274« vai movendo tencione
/di fatto o di minacce,/tanto ch’ oltraggio facce»; Chiaro Davanzati,canz. 41: « Non son per dirvi oltrag[g]io,
/villania o dispregio,/ma fac[c]ione oratoro e sagrestia»

 

13 pro’ né saggio: ‘ valoroso e saggio’, ben noto binomio, incluso nel trinomio presente in Fiore 135,14.

 

13-14 già tanto…pan-chiedente: in questi versi la Vecchia dice che non vi sarebbe nessun uomo valoroso o saggio che non ridurrebbe a mendicante.

 

14 pan chiedente: ‘mendicante’, indotto da Rose calco di Jean de Meung : «Pain queranz»

 

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

151 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Ancora d’altra parte cuore umano

Non pensereb[b]e il gran dolor ch’i’ sento

Tratutte l’ore ch’i’ ò pensamento

De’ be’ basciar’ che m’ànno dato mano.

Ogni sollaz[z]o m’è og[g]i lontano,

Ma non ira e dolori e gran tormento:

Costor sì ànno fatto saramento

Ch’i’ non uscirò lor mai di tra mano.

Or puo’ veder com’i’ son arivata,

Né al mi’ mal nonn-à altra cagione

Se non ched i’ fu’ troppo tosto nata.

Ma sap[p]ie ched io ò ferma intenzione

Ch’i’ sarò ancor[a] per te vendicata,

Se·ttu ben riterrai la mia lezione.

 

Parafrasi

 

Nessun cuore umano in nessun altro luogo potrebbe immaginare quanto sia grande il mio dolore tutte le volte che ripenso ai dolci baci che mi hanno abbandonata.

Ogni godimento è oggi lontano da me, ma l’ira, i dolori e un grande tormento non lo sono affatto, anzi questi hanno fatto un giuramento ed io non potrò mai più sottrarmi al loro influsso.

Ora puoi vedere a che punto sono giunta e non posso farmene nessun’ altra ragione se non quella di essere nata troppo presto.

Ma sappi che io ho una ferma volontà e un giorno sarai tu a vendicarmi, se imparerai bene la mia lezione.

 

Commento

 

1cuore umano: per la definizione di cor cfr. Fiore 148,10 e F.Bruni, Capitoli per una storia del cuore,Palermo, Ed. Sellerio, pp. 11-20, 79-118.

2 dolor ch’ì sento: la stessa clausola in rima in Dante, VN 31: «Li occhi dolenti per pietà del core».

 

3 tratutte l’ore: ‘tutte quante le volte’, gallicismo con il prefisso -tra del superlativo. Cfr. Fiore 46,9; 220,4.

 

4 de’ be’basciar…dato mano: ‘dei dolci baci che mi hanno abbandonata’.

Basciar è un’infinito sostantivato, gallicismo. Cfr. Rose v.13251: «des doulx baisiers».

 

Dato mano: ‘abbandonato’. Il passo parafrasa il verso della Rose: «Qui s’en ierent si tost volees»

 

5 sollazzo:godimento’. Cfr. Fiore 149,4 (in cui il termine ha la stessa acceione riferita al piacere amoroso); Rose v.13253 ss.: «Et des plaisantes acollée, / qui s’en furent tantost allées».

 

7 saramento: ‘giuramento’ gallicismo. Cfr. fr. sairement, lt. sacramentum. E’ un verbo che ricorre ad altissima frequenza nel Fiore (12 esempi, contro 1 solo giuggiamento), qui riferito a personaggi allegorici,  come saicrement nella Rose. Cfr. Fiore 3,4; 36,12; 37,1; 42,11; 46,10; 83,5; 160,2; 179,2; 219,1 e 9. Qui e in Fiore 219,1,9 richiama l’espressione di Rose « lors font en l’ost le sairement».

 

9 or può veder: formula discorsiva ‘comica’, cfr. Dante, If. VII, 61; Pg. XVI,103; 19,138; e Pd. XXXII,13.

 

Com’ i’ son arrivata: ‘come sono ridotta’.

 

10 à :’è’ impersonale, gallicismo.

 

11 troppo tosto nata: ‘nata troppo presto’. Cfr. Rose vv.13261-2: «En quel tourment me remettoit, / lasse pourquoy si tost nasqui».

 

13-14 Cfr. Rose v.13270 ss.« car si Dieu plaist quant la viendra/ de ce sermon vous souviendra»

 

13 per te: ‘da parte tua’, da ha valore di agente, riferito a Bellaccoglienza cui spetta il compito di vendicare la Vecchia.

 

ancora: ‘un giorno’.

 

14 riterrai: ‘imparerai’. Qui assume il significato ‘imprimere nella mente’, ‘ricordare’.Cfr. Fiore 45, 3; 46,5; 164,7.  Brunetto Latini, Tesoretto, 544ss. «tu potessi aparare / e ritenere a mente / a tutto ‘l tuo vivente».

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

150 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

“Molto mi dolea il cuor quand’i’ vedea

Che·ll’uscio mio stava in tal sog[g]iorno,

Che vi solea aver tal pressa ’ntorno

Che tutta la contrada ne dolea.

Ma, quanto a me, e’ no·me ne calea,

Ché troppo più piacea loro quel torno,

Ch’i’ era allora di sì grande attorno

Che tutto quanto il mondo mi’ parea.

Or convenia che di dolor morisse

Quand’i’ vedea que’ giovani passare,

E ciaschedun parea che mi schernisse.

Vec[c]hia increspata mi facean chiamare

A colù’ solamente che giadisse

Più carnalmente mi solea amare.

 

 Parafrasi

 

Soffrivo molto nel vedere il mio uscio ormai abbandonato, mentre un tempo era talmente frequentato che tutta la contrada se ne lamentava.

Quanto a me, non mi importava che ai pretendenti piacesse così tanto quel giro, ma a quei tempi era così grande la mia bellezza che avevo l’impressione che tutto il mondo fosse mio.

Ora è inevitabile che muoia di dolore quando vedo passare quei giovani e sembra che ciascuno di loro mi schernisca. Mi fanno chiamare vecchia increspata da colui che un tempo mi ha amato con più passione di tutti.

 

 

Commento

 

2 soggiorno: ‘riposo’, ‘abbandono’,’tregua’, gallicismo . La Vecchia si duole che l’uscio della sua casa “rimanga immobile”, non sia più scosso violentemente dagli amanti che in passato tentavano di aprirlo. Cfr Fiore 34,6; 60,9.

Con questo termine viene tradotto repos della Rose v.13226: «Quant je me vis en tel repos».

 

3 pressa: ‘ressa’, ‘calca’. Qui la Vecchia si riferisce alla calca di amanti che si affollava intorno al suo uscio. Cfr. Boccaccio, Teseida,L. 8, ott. 41,1s.: «Dintorno a loro era la pressa molta, /chi per pigliare e chi per ritenere; / e sì di genti e d’ armi v’ era folta»; Intelligenza, 266,v.1s. «Quiv’ è dipinto Ettòre in quella pressa, /che va faccendo grande uccisione».

 

4 la contrada ne dolea: ‘il vicinato se ne lamentava’. In quest’accezione dolea indica lamentarsi a causa del comportamento altrui.

 

5 no· me ne calea: ‘non me ne importava’. Impersonale difettivo, oltre all’infinito, ha solo la 3° persona; è attestato prevalentemente in forma negativa. Cfr. Fiore 25,7; 77,3.

 

6 loro:  riferito ai pretendenti.

 

Torno: ‘giro’, gallicismo da tour. La Vecchia intende dire che più si mostrava indifferente, più gli uomini giravano intorno alla sua casa. Si noti la rima ricca con attorno del v. seguente.

 

7 attorno:  ‘bellezza’, ‘eleganza’,dal fr. atour. Il termine secondo il Parodi è equivalente a ‘bellezza’, ‘figura’, il sintagma  ‘essere di sì grande attorno’, in quanto probabile derivato da ‘attornare’, ‘contornare’. Cfr. Trovieri 2,23,19 «dame gentiex de cuer, noble d’ atour»¸ 9,1,49ss. «douce dame pour qui souspir /deseur toute la belle Isour/ que nul peüst onques oïr/ sage et noble, de bel atour».

Secondo il Pasquini l’esame del contesto consentirebbe anche l’alternativa fra i valori verbali di  ‘preparare’, ‘disporre’.(Cfr. ‘attornarsi’, sul fr. s’atourner, in Fiore 26,11) o ‘circondare’, ‘girare   intorno’; dunque ‘tanto impegnata’ oppure ‘corteggiata’.

 

8 che… mi’ parea: ‘che tutto il mondo sembrava mio’.

 

9 convenia: ‘sembrava inevitabile’.

 

10-11 quand’ i’…schernisse: la Vecchia si rammarica della sua situazione attuale, poiché i giovani nel vederla la deridono. Il verbo è adoperato nel senso di ‘fare oggetto di derisione’ in modo offensivo e sprezzante.Cfr. Fiore 75,12( in cui il verbo compare nel discorso di Ricchezza); Dante, Cv, III IV 8:« lo’mperadore…ridea e schernia la laidezza del suo corpo».

 

12-14 Questi versi corrispondono a Rose v.13240 ss.: «Et cil qui jadis plus m’aymoit / vieille ridée me clamoit / et pis disoient encor assez / plusieurs ainz qui’ilz fussent passez».

 

12 increspata: il participio riferito alla Vecchia, vale ‘piena di crespe’, ‘grinzosa’. Cfr. Cavalcanti 16-2-337: «Per la molta astinenza…la faccia sua sì era tutta increspata».

 

13 solamente: è traduzione erronea di nes cil: ‘perfino coloro’.(Postilla inedita di Parodi).

 

giadisse: ‘un tempo’, cfr. fr. jadis. Cfr. Fiore 142,2; 150, 12-14; Rose v.13240 «Et cil qui jadis plus m’aymont».

 

14 carnalmente:  ‘nel modo più appassionato’.

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

 

149 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Molti buon’uomini i’ ò già ’ngannati,

Quand’i’ gli tenni ne’ mie’ lacci presi:

Ma prima fu’ ’ngannata tanti mesi

Che’ più de’ mie’ sollaz[z]i eran passati.

Centomilia cotanti barattati

N’avrei, s’i’ a buon’or gli avesse tesi,

E conti e cavalieri e gran borgesi,

Che molti fiorin’ d’oro m’avrian dati.

Ma quand’i’ me n’avidi, egli era tardi,

Chéd i’ era già fuor di giovanez[z]a,

Ed eranmi falliti i dolzi isguardi,

Perché ’n sua bàlia mi tenea vec[c]hiez[z]a.

Or convien, figlia mia, che tu ti guardi

Che·ttu non ti conduchi a tale strez[z]a.

 

 Parafrasi

 

Ho ingannato molti uomini valenti rendendoli prigionieri delle mie trappole d’amore:

ma fui ingannata per tanti mesi che la maggior parte dei miei godimenti erano terminati.

Ne avrei ingannati a migliaia se a tempo opportuno avessi usato la tattica giusta, e conti cavalieri grandi borghesi mi avrebbero reso molti fiorini d’oro.

Ma quando me ne sono resa conto era già tardi, ormai non ero più giovane e gli sguardi dolci non avrebbero potuto essermi d’aiuto poiché ero già in balia della vecchiaia.

E’ opportuno, figlia mia, che tu eviti di arrivare a tale angoscia.

 

 

Commento

 

1 buon uomini: ‘uomini valenti’. Il participio valente è sempre usato come aggettivo, per lo più in funzione attributiva e solo raramente come predicato o sostantivo. Denota persona che vale che possiede notevoli pregi e qualità che rendono degni dell’amore cortese.

In Dante, Vn XX 5 14, ‘omo valente’ è l’uomo di animo nobile. Il vocabolo ricorre con particolare frequenza nel Convivio, in connessione con la trattazione del tema della nobiltà.

Cfr. Rose v. 13216:« J’ay maint vaillant homme déceu». Nei Trovieri sono presenti numerose occorrenze, in particolare cfr. 133,69 8 1: «a un suel houme vaillant».

 

1-3: (i) ngannati…(i)ngannata  paronomasia effettuata con lo stesso verbo in Fiore 118,14; 179, 8-9 e in Dante, If. XVIII, 92-93.

 

2 lacci: ‘trappole d’amore’. Il termine ricorre ben quattro volte nel Fiore, con varietà di significati. Il senso proprio di ‘corda a forma di cappio’ appare circoscritto solo alla descrizione dell’abbigliamento di Astinenza in 129, 8. In quest’occorrenza, dove la Vecchia parla dei passati amori, e in 47,4 domina il senso figurato, riferito al legame inestricabile d’amore.

Cfr. Bonagiunta 63, 76: «Così son presa al laccio/ per la stranianza nostra imprumera, / come la fera – amorosa di tutta la gente»¸Monte Andrea, tenz.91,9:« E tu, Amor, che messo m’ài in tal laccio  ch’e', pur vollesse, partir no mmi poria,ché no la feri de l’amoroso dardo?»

Boccaccio, Filostrato, pt. 1, ott. 50, 6 s.: «per mal saperti da Amor guardare; /or se’ nel laccio preso, il qual biasimavi / tanto negli altri ed a te non guardavi». Cfr. Rose v.13217: «Quant en mes las l’ay trove cheu».

 

3 Cfr. Rose v.13218 : «Mais avant fuz maintz dèceue».

 

4 che’ più: ‘che la maggior parte’. Qui la Vecchia si riferisce ai tempi migliori per i sollazzi, ormai passati quando si rende conto di essere stata ingannata.

 

sollazzo: prov. solatz. La parola esprime stati d’animo e comportamenti propri della concezione della vita cortese. S’intende con s. una letizia, una gioia, che va dalla pienezza di vita dell’amore corrisposto al gioco e all’intrattenimento mondano di dame e cavalieri, nell’ambito di un’ideale compostezza. Qui è evidente l’allusione al piacere amoroso.

 

5 centomilia: ‘migliaia’, agg. numer. L’indicazione di numero mediante quest’espressione compare in Dante, If. XXVI, 112-113:  «O frati’, dissi, che per cento milia/ perigli siete giunti a l’occidente».

 

barattati: ‘ingannati’, gallicismo Cfr. prov. baratar. Cfr. Fiore 27,2; 89,8; 91,7; 170,13; 194,8.

Il termine con questo significato ricorre in Dante, Par. 16-57: «Quel da Signa,/ che già per barattare ha l’occhio aguzzo». In Boccaccio 9-274:«del rubare, quando fatto lor venga, e del barattare sieno maestri sovrani». Nei Trovatori sono presenti tre occorrenze: 80,70,40« e vielh, si pot guandir ses baratar»; 80,15,20:« ja no·i puosca baratar un denier »;173,1a,36: «mais voill dar e baratar entro a la sabata».

 

6 s’i’…: se nella giovinezza (a buon or), io avessi loro teso la trappola.

 

7 gran borgesi:  uomini facoltosi della borghesia. Fonetica francesizzante, cfr.bourgeois.

Dal lt. Med. burgensis (da burgus), indica la nuova classe cittadina che veniva acquistando prestigio sulla vecchia classe dirigente; questa è una delle prime attestazioni del termine in italiano. Cfr. Novellino, 26; G. Villani, Cronica 2,13; Fiore 118, 5 e 10.

 

 

Cavalieri: gallicismo, cfr. Fiore 30,7; 101,4; 118,5.

 

9-10 Cfr. Rose v.13220 s.: «Ce fust trop tard lasse dolente, / car j’estoys ja hors de jouvente».

 

11 eranmi falliti: ‘mi erano venuti meno’ gallicismo cfr. Fiore 3,12; 85,3; 114,4; 120,11.

Il verbo è una derivazione di fallare di cui è un allotropo.

 

Dolzi isguardi: i dolci sguardi con cui ammaliare gli uomini. Ricordiamo che Dolze-Riguardo compare  in 19,1 e fa parte della Baronia d’amore.

 

12 balia: ‘potere’, ‘autorità’. Cfr Fiore 1,6; 3,3.

 

13-14 ti guardi…strezza: ‘eviti di arrivare a tale angoscia’.Questi due versi non trovano riscontro nella Rose.

 

strezza: ‘angustia, pena, tormento’, gallicismo. Si tratta dell’abbreviazione di distrezza, per necessità di rima, cfr. fr. ant. destrece e prov. destrecha. Nel Fiore vi sono circa 6 occorrenze, cfr. 21,13; 31,4; 41,11; 45,13; 83,14; 183,6. In questo passo vi è il ricordo della Rose dove destrece è riferito alla misera condizione (specie in senso economico) in cui è venuta a trovarsi la Vecchia: «Ne me souvenait de vieillece, / Qui or m’a mise en tel destrece; / De povretè ne me tenait».

Nei Trovatori vi sono soltanto tre occorrenze del termine destrecha88,2 ~ 173,5  9 Bertran, «en vida destrecha»; 248,64 24 :«quar enians la ten destrecha»; 379,1 2 «destrecha d’ondas e de vens».

 

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

 

148 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“I’ era bella e giovane e folletta,

Ma non era a la scuola de l’amore

Istata; ma i’ so or ben per cuore

La pratica la qual ti fie qui detta.

Usanza me n’à fatta sì savietta

Ched i’ non dotterei nessun lettore

Che di ciò mi facesse desinore,

Ma’ ched i’ fosse bella e giovanetta:

Chéd egli è tanto ched i’ non finai

Che·lla scienza i’ ò nel mi’ coraggio;

Sed e’ ti piace, tu l’ascolterai,

Ma i’ no l’eb[b]i sanza gran damag[g]io:

Molta pen’e travaglio vi durai;

Ma pur almen sen[n]’è [re]mas’e usag[g]io.

 

 

 Parafrasi

 

Io ero bella, giovane e spensierata ma non avevo mai ricevuto insegnamenti sull’amore;

ma ora conosco bene a memoria la dottrina amorosa che sto per esporti.

L’esperienza mi ha resa così accorta al punto da non temere che nessun professore mi facesse sfigurare in tale materia, finchè ero bella e giovane: poiché non ho mai smesso di occuparmene al punto che nel mio cuore ormai possiedo questi precetti; e se ti piace li metterai in pratica, ma sappi che io li ho appresi non senza subire un grande danno: infatti sopportai molte pene e sofferenze;

ma almeno ne ho ricavato saggezza ed esperienza.

 

Commento

 

1 folletta: ‘leggera’, ‘un po’folle’. Cfr. fr. e prov. folet, alterazione suffissale del “fole” di Jean De Meung, come savietta  al v.5 di “sage”. Indica qui la spensieratezza della Vecchia che  descrive la propria ingenuità giovanile. Il lemma deriva dal fole del passo parallelo della fonte Rose v.13190: «Belle fuz, jeune, nice et folle», ma recuperando a distanza la diversa forma folet. Questo termine si trova in Dante, If. XXX, 32: «quel folletto è Gianni Schicchi,/ e va rabbioso altrui così conciando.».

 

2 Cfr. Rose v. 13191: «Noncq d’Amours ne fuz a l’escolle»

 

3 per cuore: ‘a memoria’, ‘per filo e per segno’, calco dal fr. Cfr. Fiore 101,1.

 

4 Cfr. Rose v. 13193: «Mais je scay tout par la practique»

 

5 usanza: ‘esperienza’, cfr. Fiore 11,10. Cfr. Rose v.13193: «expérience me faict saige».

 

 savietta: cfr. v.1, ‘accorta’, gallicismo da ‘sage’. Qui indica la sconsolata e cinica ammissione della Vecchia a Bellaccoglienza consistente nel saper  sfruttare con accortezza le passioni e le debolezze altrui per trarne piacere e ricchezza.

 

6-7 ched ì non dotterei: ‘dotterei’, gallicismo, cfr. Fiore 143,1.

 

Lettore: ‘maestro’, ‘dotto’. Da non temere che qualche professore (della scuola d’amore) mi facesse sfigurare in tale materia’. Richiama in modo evidente il Lai d’Aristote di Henri d’Andeli, chierico illustre. In questo Lai si narra di una donna bellissima di cui Alessandro s’innamora. Aristotele cerca di scuotere il discepolo da tale seduzione; in un primo momento vi riesce, ma la donna, astutamente, mette alla prova il filosofo,  che non riesce a resisterle. La saggezza e la filosofia risultano impotenti contro gli assalti d’Amore. Cfr. Dante, Cv II I 5: «Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro discenti.»

 

7 desinore: ‘disonore’. Si tratta di una variante di ‘disonore’, ricavata probabilmente da ‘disinore’, con sostituzione della forma des- a quella di dis- del prefisso, la quale è documentata in Guittone, Deo, che mal aggia 14. L’espressione ‘fare d.’ ha qui il senso di ‘disonorare’, ‘danneggiare la fama o la reputazione di qualcuno’.

 

9 non finai: ‘non ho smesso’. Cfr. Rose v.13204: «mais tant a que je ne finay»

 

10 che…coraggio: ‘al punto che ormai ne possiedo la scienza nel mio cuore’.

coraggio: ‘cuore’, ‘animo’, dal fr. courage e dal prov. coratge, dal lt. cor. Nell’antichità il cuore (cor) era la sede degli impulsi affettivi, della sensibilità, del coraggio e dell’intelligenza.

Cfr. Fiore 43,11; 49,12; 67,14; 96,9; 114,5; 135,12; 176,6. Cfr. Rose v.13205 :«Que la science en la fin ay» ; Trovieri 265,1601,1,ss:« se ma dame ne refraint son courage/ de moi grever et de fere languir / bien i porrai avoir honte et domage.»

.

12 damaggio: cfr. fr. damage, prov. damnatge., deriv. dal lt. damnum , nella forma del lt. volg. damnatĭcum , sostituito dalla forma più vitale dommage (sec. XII), ‘danno’, ‘offesa’. Cfr. Fiore 86,1; 105,13; Bonagiunta Orbicciani, Avegna che partenza, 8: « e rallegrare – altrui così foraggio/ del meo greve da maggio». Damaggio è in rima con saggio. Cfr. Rose v.13215 :« non pas obtins sans grant dommaige».

 

13 molta pen’ e travaglio: ‘molte pene e sofferenze’. Chiaro Davanzati, 74,: «la pena e lo travaglio che mi face».

 

14 Questo verso risulta danneggiato nel manoscritto, che è stato restaurato in modo che ne risalti il «sen e usage» dell’ originale. Cfr. Rose v.13214: « Et puis que j’ay sens et l’usaige».

 

senn: ‘senno’, gallicismo “ Almeno con l’esperienza ho acquistato senno”(Petronio).

 

Usaggio: ‘esperienza’, unica occorrenza, questa, nel Fiore. Il termine, con suffisso transalpino, vale propriamente “uso”.

Giacomo Da Lentini, Dolce cominzamento, 39:«Tant’è di mal saggio»,114 «Dal cor mi vene e piango per saggio»; Brunetto Latini, Tesoretto,I,1274 ss.: «ponendo mente al bene/ che fate per usaggio,/  ed a l’ alto lignaggio/  donde voi sete nato», 1296 ss.: «Qui dimora Fortezza, / cui talor per usaggio / Valenza-di-coraggio / la chiama alcuna gente».

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

147 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

“Per tutto ’l mondo i’ era ricordata,

Com’io t’ò detto, de la mia bieltate,

E molte zuffe ne fur cominciate,

E molta gente alcun’ora piagata;

Ché que’ che mi crede’ aver più legata,

Assà’ mostrav’i’ più di duritate:

Le mie promesse gli venian fallate,

C[h]’altre persone m’avieno inarrata.

Per molte volte m’era l’uscio rotto

E tentennato, quand’io mi dormia;

Ma già per ciò io non facea lor motto,

Perciò ched i’ avea altra compagnia,

A cui intender facea che ’l su’ disdotto

Mi piacea più che null’altro che·ssia.

 

 Parafrasi

 

Dappertutto io ero nota per la mia bellezza, come già ti ho detto, e fui causa di molte liti e a volte alcuni rimasero feriti; e più uno credeva di tenermi legata a sé, più mi mostravo dura con lui: venivo meno alle mie promesse, poiché nel frattempo altri mi avevano conquistata.

Spesso mentre dormivo il mio uscio era assalito con violente scosse, ma ,nonostante ciò, io non rispondevo, per il fatto che avessi già un’altra compagnia, alla quale facevo credere di preferire il suo piacere carnale più di qualsiasi altro.

 

Commento:

 

1 ricordata: ‘celebrata’. Cfr. Rose v. 13161 ss.: «J’estoye lors de grant renome/ par tout alloit ma rennommée/ de ma grant  beaulté renommée».

2 t’ho detto, cfr.Fiore 147,6-7.

 

de la: ‘per la’.

 

bieltade: cfr. Fiore 146,14.

3 zuffe: ‘scontro’, ‘baruffa’ tra due o più persone che si scontrano e si picchiano con violenza e confusione. Il termine ricorre 2 volte nel Fiore, ovvero qui, dove la Vecchia ricorda le aspre rivalità sorte una volta a causa della sua bellezza, ed in 213,14, dove, durante la battaglia tra Sicurtà e Paura, altri personaggi ( Schifo, Franchezza, Pietà, Vergogna, Diletto, Ben Celare, Ardimento) si uniscono ai contendenti e danno luogo a una mischia accanita: «E gli altri, ch’eran tutti lassi e vani/ ciascun si levò suso, e sì s’afferra,/ a quella zuffa, come fosser cani»; tre volte inoltre compare in Dante, If. VII,59; XXII,135; XVIII,108( qui con valore di “far zuffe”), in rima aspra e difficile (muffa, scuffa, attuffa, buffa, rabbuffa) e in contesti di carattere fortemente realistico.

Cfr. Cavalcanti, 21-17 : «le zuffe e le ingiurie le grandi ricchezze tornano a niente».

 

4 alcun’ ora: ‘alle volte’, ora: gallicismo.  

 

piagata: ‘ferita’, per la sua gran bellezza, la Vecchia provocava zuffe in cui, spesso, i contendenti si ferivano. Nel Fiore questa è la sola occorrenza del verbo, al passivo. Cfr. Fiore 1,8.

5-6 que’ che …mostrav’i’: ‘più uno credeva di tenermi stretta a sé, più ero dura con lui’, costruzione ad sensum.

 

6 duritate: gallicismo durtez, dal lt. durĭtas- ātis, sinonimo di ‘durezza’. Ricorre solo qui , in rima con bieltate, cominciate, fallate, è un complesso tutto femminile di ‘severità’, di orgoglio che non crolla e pur adesca (E.D.II,613). Cfr. Trovieri 73,13,17 «cors qui m’ alume et atise/ maiz g’ i truis trop de durtez/ pour ce paroil com irez».

  

7 fallate:’disattese’, allotropo di ‘fallire’.Con medesimo costrutto formato dal verbo ‘venire’, cfr. Fiore 42,7-9.

 

8 inarrata: ‘impegnata per mezzo di una caparra’. Il verbo ricorre,oltre questo caso in cui significa, in riferimento ai pretendenti della Vecchia, “si erano assicurati i miei servigi”, solo in Fiore 55,3.

Cfr. Rose v.13167ss.« Trop leur faisoye de deurté/ quant je leurs failloye au convent/ et ce m’advenoit bien souvent/ car j’avoye aultre compagnie».  

 

11 facea lor motto: fr. mot, lt. mŭttum , ‘ma nonostante ciò non rispondevo loro’, ossia ai pretendenti. Quest’espressione, è unica nel Fiore. Cfr. Giacomo da Lentini, canz. 1.76 rm: «e non facesse motto- a vo’, isdegnosa»

 

12 Cfr. Rose v.13170: «car j’avoye aultre compagnie».

 

13 disdotto: ‘piacere carnale’. Prov. desdutz, desduitz, ant. fr. desduit.

E’ voce diffusa specialmente nella lirica cortese, dove denota il ‘piacere amoroso’, nel Fiore indica il ‘godimento sessuale’, in cui il termine compare due volte, sempre in rima, oltre a questo, cfr.  39,6, con fonetismo siculo, oltre che fr. e prov. ( all’intermo del discorso di Ragione):« non vo’ che l’ami solo per lo disdutto/ nè per diletto, ma per trarne frutto»; in questo caso l’accezione di ‘godimento sessuale’ è in contrapposizione con l’edonismo erotico di Jean De Meung alla teoria cristiana, che subordina l’atto sessuale al fine riproduttivo.(E.D.II,493).

Cfr. Cielo D’Alcamo,130: «Mortasi la femmina, a lo ‘ntutto / perdeci lo sapore e lo disdotto»; Trovieri 44,11,12,2 : «joie et grant desduit ai por la donzelle».

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

146 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

  

“Se del giuoco d’amor i’ fosse essuta

Ben sag[g]ia quand’i’ era giovanella,

I’ sare’ ric[c]a più che damigella

O donna che·ttu ag[g]ie og[g]i veduta:

Ch’i’ fu’ sì trapiacente in mia venuta

Che per tutto cor[r]ea la novella

Com’i’ era cortese e gente e bella;

Ma·cciò mi pesa, ch’i’ non fu’ saputa.

Or sì mi doglio quand’i’ mi rimiro

Dentro a lo spec[c]hio, ed i’ veg[g]o invec[c]hiarmi:

Molto nel mi[o] cuore me n’adiro.

Ver è ched i’ di ciò non posso atarmi,

Sì che per molte volte ne sospiro

Quand’i’ veg[g]io biltate abandonarmi.

 

 

 

Parafrasi

Se fossi stata più esperta del gioco d’amore quand’ero giovane, adesso sarei più ricca di una donna di ceto elevato o della donna che vedi oggi: poiché al mio bel tempo fui così piacevole che dappertutto si parlava di quanto fossi cortese, gentile e bella; mi infastidisce il fatto di non essere stata avveduta. Adesso mi addoloro quando mi  guardo allo specchio e mi vedo invecchiata:  ne soffro molto. Purtroppo non posso porre rimedio, così mi affliggo sovente quando vedo che la bellezza mi abbandona.

 

 

 

Commento

 

1 essuta: ‘stata’. Forma piena del participio pass. del verbo essere. Forma usata da Latini, La Rettorica, 151, 19. Cfr. Rose v.13150 ss.:« saischez si je fusse aussi saige/ que quant j’estoye de vostre aage».

 

2 giovanella: hápax nel Fiore. Diminutivo in rima con damigella.

 

3 damigella: ‘donna di alto stato’, ‘giovane di nobile famiglia’, ‘benestante’. Cfr. Fiore 43,2; 65,12;  Boccaccio, Teseida, L. 7, ott. 128,3 ss.:« e Palemon, ch’ ancora la mirava,/ quasi con questa medesma favella/ tacito sotto l’ elmo ragionava,/quasi dea fosse quella damigella»; L. 12, ott. 46, 6 ss.: «ma dopo pochi dì la damigella/ nello stato primaio fu ritornata»; Fiorio e Biancifiore, st. 42, 1 ss.: «|E F[iorio] la piglia per la mano/ e sì le disse: – Ista’ su, damigella».

 

5 trapiacente: ‘estremamente piacente’, con il prefisso francesizzante tra – del superlativo, cfr fr.ant. tres-. Il termine ricorre nel discorso della Vecchia che afferma: «fui così straordinariamente bella nella mia giovinezza», cfr. Rose 13154: «car de trop grant beauté fuz ore».

 

7 gente: ‘gentile’, ‘nobile’, fr.gent. Fiore 15,1; 20,2; 127,3; 195,9; E’  presente già in Rinaldo d’Aquino: «per fino amor, vassen la più gente», e in Compagnetto da Prato, 43: «amor fino e gente»; Cavalcanti, 3,2: «cavalier armati che sien genti». In questa occorrenza è riferito alla donna, cfr. Rinaldo d’Aquino ,v.18 :«de le donne [ella] è la più gente», Dante da Maiano 16,12: «donna gente»; Cino, 14,2:« giovan donna gente». Cfr. Trovieri 2,18,11,2 «[et] bele et bonne et gent set honnerer.»

 

8 non fu’ saputa: ‘non ne fui esperta’. Cfr. Guittone, I-13-188: «ben po’ retto e saputo omo montare di gaudio a gaudio e da Paradizo a Paradiso»; Monte Andrea, I-VII-20: «di ciascuna [virtù] il potere fa saputo/ e fa cernier, non che…’l busco, la trave»; Dante, Purg. XVI,8: «la scorta mia saputa e fida/ mi s’accostò e l’omero m’offerse.»

 

9  Cfr. Rose vv.13154 ss.: «Mais or me fault plaindre et gémir / quant mon vis efface remir».

 

12 atarmi: gallicismo. Qui con l’accezione di “aiutarmi, difendermi perché ciò non accada, cioè che invecchi.” Cfr. Fiore 113,14, 209,10. La forma ‘atare’, deriv. attraraverso il prov da ‘aitare., con costrutto riflessivo, s’incontra 6 volte in Dante, di cui 4 in rima., cfr. Rime 103,13: «io non so Da lei né posso atarme». Cfr. Boccaccio, Filostrato, pt. 1, ott. 43: «null’altro fuor che tu lieto può farmi,/  tu sola se’ colei che puoi atarmi;» e in pt. 7, ott. 59: «questa paura, oh me lasso, m’uccide,/ né so né posso più da lei atarmi».

 

14 biltate: ‘bellezza’. Francesismo, cfr. fr. belte e prov. beltat. S’intende “donna di gran bellezza”. Nella suddetta forma tronca, proveniente dalla dittongata -bie . Cfr. Fiore 1,9, ove Bieltà è una delle cinque saette di Amore; 27,11; 79,7; 155,14; 155,14; Cfr. Dante, Detto 178; e Rime 67,71: «m’apparve poi la gran biltate/ che sì mi fa dolere».

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

 

 

 

 

 

145 mercoledì, giu 4 2008 

La Vec[c]hia

 

 

“Figl[i]uola mia cortese ed insegnata,

La tua gran gioia sì è ancor a venire.

Or me convien me pianger e languire,

Ché·lla mia sì se n’è tutta passata

Né non fie mai per me più ritrovata,

Chéd ella mi giurò di non reddire.

Or vo’ consigliar te, che dé’ sentire

in caldo del brandon, che sie avisata

Che non facessi sì come fec’io:

De ch’i’ son trista quand’e’ me’n rimembra,

Ch’i’ non posso tornare a·lavorio.

Per ch’i’ te dico ben ched e’ mi sembra:

Se·ttu creder vor[r]à’ ’l consiglio mio,

Tu sì non perderai aver né membra.

 

 

 

 Parafrasi

 

«Figliola mia ben educata, la tua grande gioia deve ancora arrivare.

Adesso a me tocca piangere e soffrire perché la mia è ormai passata e non la ritroverò mai più, poiché mi giurò che non sarebbe ritornata.

Ora voglio darti dei consigli, su come recepire la passione erotica, in modo che tu sia accorta e non ti comporti come me: io divento triste quando me ne ricordo, poiché non posso più praticare l’atto sessuale. Perciò ti dico ciò che mi sembra opportuno: se tu vorrai ascoltare il mio consiglio, sicuramente non perderai né i beni né i corpi».

 

 

 

Commento

 

 

1 cortese ed insegnata: ‘ben educata’, ‘raffinatamente educata’. Il binomio cortese ed insegnata è tipico della letteratura cortese. In giunzione con termine tecnico della poesia trobadorica, qui è adibito a scopi “ruffianeschi”; si noti che cortese ricorre spesso nell’ensenhamen della Vecchia.

Si trova anche in Fiore 146,7 in trinomio: «com’ì era cortese e gente e bella» e in 150,1: «figliuola mia cortese» . Nei Trovieri il binomio è presente in una sola occorrenza: 99,1,15  «et s’ est de si tres bel acueil /que toz li monz l’ en doit prisier/et de douce compaignie,/ cortoise et bien enseignie»;

Trovatori,409,26: «vostre bel cors cortes et enseignaz.»

 

2 gioia: con trittongo (c’è dialefe dopo ). Il vocabolo presenta numerose attestazioni nel Fiore, ricorre spesso come termine tecnico, lirico, di origine provenzale indicando il ‘piacere’, il ‘godimento’che proviene dall’amore, con quest’accezione ricorre in Fiore 34,9; 43,8; 202,4, 222,9; in Dante, Cv III, 12, 13; Rime dubbie XVIII, 13; Detto 39 e 110. Cfr. Rose v.13132: «et le vostre est a advenir»

 

3 me convien: ‘mi tocca’. Cfr. Rose v.13154 : «Mais or me fault plaindre et gémir »

 

4 Cfr. Rose v.13131: «mes jolis temps s’en sont allez».

 

5 né non: doppia negazione, gallicismo.

 

Per me: da me, ‘per’, agente.

 

6 reddire, ‘ritornare’,’ripetersi’,  riferito ad un evento del passato. In quest’accezione esprime moto di condizioni spirituali con la personificazione di gioia.

 

8 il caldo del brandon: ‘il calore della fiaccola di Venere’, cfr. fr. brande e prov. brandon, era l’arma usata da Venere. Cfr. Fiore 17,2,10; 214,13; 218,4;219,7,11; 221,7; 225,5; Rose v.13140ss.: «Parmy la flame qui tout ard/ et vous baignerez en l’estuve/ ou Vénus les dames estive.»

 

Sie avisata: “sii accorta”, fr. aviser, prov. avizar. Cfr.Fiore 12,3; 168,12; 223,5. Il valore verbale dell’espressione “sia messa in guardia”, sconfina in quello aggettivale del participio e varrebbe, quindi, “accorta”.

 

10 rimembra: gallicismo, vale ‘ricordare’, intransitivo pronominale. Cfr. Fiore 154,8.

Stefano Protonotaro, Parte non numerata 1, p.132,42 s.: «chi, quandu si rimembra di sou statu, /
 nu· lli dia displaciri».

 

11 lavorio: inteso come ‘atto sessuale’con sfumatura di fatica; l’eufemismo per ‘rapporto carnale’compare in Fiore: 39,14, dove il rapporto venereo è quel ‘lavorio che cominciò Adamo’.

Qui in quest’accezione compare nella spregiudicata confessione ‘pedagogica’ della Vecchia, inoltre ancora in Fiore 187,1; 220,12.

 

12-14 questa terzina si può considerare un’amplificazione del della Rose v.13149 dove compare:

«a bon port estes arrivez».

 

Non perderai aver né membra: la Vecchia continua la sua opera di persuasione nei confronti di Bellaccoglienza  ammaestrandola con alcuni consigli che le consentano di non perdere né i beni materiali né i corpi degli amanti.

 

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

144 mercoledì, giu 4 2008 

Bellacoglienza e la Vec[c]hia

 

 

Al[l]or Bellacoglienza più non tarda:

Immantenente lo spec[c]hi’ eb[b]e i·mmano,

Sì vide il viso suo umile e piano;

Per molte volte nello spec[c]hio guarda.

La Vec[c]hia, che·ll’avea presa en sua guarda,

Le giura e dice: “Per lo Dio sovrano,

Ch’unquanche Isotta, l’amica Tristano,

[...............................-arda]

Come tu·sse’, figl[i]uola mia gentile.

Or convien che·ttu ab[b]ie il mi’ consiglio,

Che cader non potessi in luogo vile.

Se non sai guari, no·mmi maraviglio,

Ché giovan uon non puot’esser sottile,

Chéd i’, quanto più vivo, più asottiglio

 

Parafrasi   

 

Allora Bellacoglienza non tardò: subito prese lo specchio in mano e vide il suo viso umile e composto; vi si guardò molte volte.

La Vecchia, che l’aveva presa sotto la sua protezione, le giurò dicendole: «In nome di Dio sovrano mai Isotta, l’amante di Tristano

[……………………………………]

Come sei tu, mia cara figliola.

Ora conviene che tu ascolti il mio consiglio, per evitare di finire in cattive mani.

Se non sai molto, non mi meraviglio, perché un giovane non può essere esperto,

infatti io, quanto più vivo, tanto più mi affino.

 

 

Commento

 

2 immantenente: avv. letter. ‘subito’,  ‘immediatamente’, ‘senza indugio’. Presente in Latini, V- 156ss: «ed e’ cortesemente/ mi disse immantinente/ che guelfi di Firenza»; in Cavalcanti, Rime VII,10 ss.:«Per li occhi venne la battaglia in pria,/ che ruppe ogni valore immantenente, /sì che del colpo fu strutta la mente».

 

3 umile e piano: dittologia, ripetuta in rima con cambio di genere o numero anche in altre parti del  Fiore: Fiore 91,1 «in cuor umile e piano»; 103,10: «dicendo parole umili e piane»; 129, 6. Cfr. con i numerosi binomi e con un trinomio formati con i singoli aggettivi, di sapore stilnovistico, nelle Rime e nella Commedia; umile e piano si riscontra in due occorrenze in Lapo Gianni, Ballata, poi che ti compuose Amore, 23 e Sì come i Magi, 9.

 

4 Cfr. Rose v.13122: «Bel Acueil souvent se remire»

 

 5 en sua guarda: ‘sotto la sua protezione’. Guarda: ‘guardia’, dal. fr. garde e prov. garda. 

Cfr. Fiore 23,1 ; Trovieri 59,5 142 14 : «se garde vos em prendés» e  265,0471 50 4 «s’ ele s’ en prent garde» ; Rustico Filippi,10, 7 ss.: «fate che vegna per la sua persona; / non siate scarso in sua guardia, né leno»; Laude cortonesi, 46, 106 s.: «a te la racomandone,  in tua guardia la lassone».

Da notare la rima equivoca con guarda del verso precedente.

 

6 sovrano: aggettivo di valore superlativo, che significa ‘eccellenza’, ‘ superiorità’, in senso astratto, oppure è attributo di Dio come in questo caso ove è formula di giuramento.

Cfr.Giacomino Pugliese, 181: «se fosse al meo voler, donna, di voi, / dicesse a Dio sovran, che tutto face, / che giorno e notte istessimo ambonduoi»; Latini, I-291: «io sono la Natura, / e sono una fattura/ dello sovran fattore»; Iacopone, 21-42: «pregate, Deo sovrano, / che me degi ragion fare»;Dante, Conv., II-v-2:« noi sémo di ciò ammaestrati da colui che venne da quello, da colui che le fece, da colui che le conserva, cioè da lo Imperatore de l’universo, che è Cristo, figliuolo del sovrano Dio».

 

7 Isotta: la regina Isotta, moglie di re Marco e amante di Tristano, qui probabilmente è introdotta come modello di bellezza superata da Bellacoglienza, con la quale condivide il colore dei capelli, cfr. Fiore 143, 10. Il paragone con Isotta non compare nella Rose, pertanto potrebbe essere una creazione del Nostro. E’, invece, presente nella lirica cortese, in Dante da Maiano:

«Nulla bellezza in voi è mancata: Isotta ne passate e Blanzif[l]ore’».
Alcuni critici invece presuppongono una conoscenza diretta da parte dell’autore della letteratura d’oc e d’oil: in particolare del Tristano di Thomas (1170 ca), oppure del poema La folie Tristan, o ancora del Lai del caprifoglio di Maria di Francia. E’ possibile inoltre che conoscesse il romanzo di Chrétien de Troyes, Re Marco e Isotta la bionda.

 

Unquanche: ‘mai’, cfr. Fiore 38, 3. L’amica Tristano: genitivo alla francese.

 

12 se non sai guari: la locuzione vale “se non sei molto esperta”.

 

13 giovan uon: forma evidentemente non marquée, vista l’appartenenza al genere femminile delle interlocutrici, certamente riflette un “jennes on” detto a Bel Acueil.

 

sottile: ‘esperta’, ‘acuta’. L’aggettivo, riferito all’ingegno di una persona si colloca in esatta contrapposizione a ‘grosso’, inteso come “indotto”, “ottuso”, è abilità non disgiunta da ‘astuzia’ (Contini), in questo caso propria della Vecchia che ammaestra Bellaccoglienza.

 

14 asottiglio: ‘divento più scaltra’ , con aspetto intransitivo nell’accezione di “affinarsi”,”divenire più perspicace”, “più pronto”, cfr.Fiore116,4; presente anche in Guittone d’Arezzo, Sonetti d’Amore, 27 «e ccom’eo sia mi ‘ngegno e m’asottiglio».

 

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

143 mercoledì, giu 4 2008 

Bellacoglienza e la Vec[c]hia

 

 “Madonna, i’ dotto tanto Gelosia

Ch’esto presente prender non osasse;

Che·sse domane ella mi domandasse:

“Chi ’l ti donò?”, io come le diria?”.

“Risposta buona i’ non ti celeria:

Che s’ogn’altra risposta ti fal[l]asse,

Sì dì almen ched i’ la ti donasse,

Ed i’ le dirò ben che così sia”.

Allor la Vec[c]hia la ghirlanda prese,

E ’n su le treccie bionde a la pulcella

La puose, e quella guar’ non si contese;

E po’ prese lo spec[c]hio, e sì·ll’apella,

E disse: “Vien’ qua, figl[i]uola cortese.

Riguàrdati se·ttu se’ punto bella”.

 

Parafrasi

 

«Mia signora, io temo molto che Gelosia non oserebbe prendere questo dono; poiché se domani mi chiedesse: “Chi te l’ha regalato?”, io che cosa le risponderei?»

«Io non ti terrei nascosta la verità: in modo che se ti venisse a mancare ogni altra risposta almeno così potresti dire che te l’avrei regalata io, ed io poi le spiegherò bene di cosa si tratta».

Allora la Vecchia prese la ghirlanda e la pose sulle trecce bionde della ragazza e lei non oppose alcuna resistenza; poi prese lo specchio e la chiamò a sé dicendole: «Vieni qua fanciulla gentile. Guardati un po’se non sei bella.»

 

 

Commento

 

1 dotto: gallicismo, antico fr. douter, prov. dobtar. Il verbo ricorre nel Fiore dove, con 22 presenze, è uno dei fenomeni quantitativamente più rilevanti dell’infraciosamento linguistico dell’opera. Nella maggior parte dei casi il termine ha il significato di “temere”, cfr Fiore 19, 6; 23, 4; 28,6; 30,5; 31,5 e 12; 61,14; 81,7; 124,8 e 14; 127,9; 139,8; 143,1; 148,6; 153,9; 180,4; 194,8; 209,3; 218,13; 220,9, in altri casi assume il significato di “dubitare”.

 

2  ch’esto presente: ‘questo dono’. La parola nel significato di ‘dono’ ricorre in Dante in: Pd VII, 24;  Detto 30. Nel Fiore ricorre in: 55,1; 142,9; 256,7 e 12; 201,14.

Cfr. Fiore 142,9; Trovieri 38,09,4: «si douz present que ne l’ os refuser»; Brunetto Latini, Tesoretto, 1171 ss.: « E io gechitamente/ ricevetti ‘l presente,  /la ‘nsegna che mi diede»; Pietro da Bescapè, 1552 ss.: «Plu negra ka coldera ela sí pariva/D’una corona li fan presente / Fata de spine ben ponçente.»

 

4 diria: ‘risponderei’, condizionale siciliano terminante in –ia.

 

5 i’ non ti celeria: ‘io non ti terrei nascosta’, cfr. 143,4.

 

6-7 Cfr. Rose v.13111 ss.: « Si autre responce n’avez / dictes que je le vous donnay».

 

6 ti fallasse: ‘ti venisse a mancare’, tardo latinismo da fallāre, che qui assume significato di “mancanza”.

 

7 i’la ti donasse: ‘te l’avrei regalata io’ .

10 treccie bionde: dettaglio, presente nella Rose prent le chappel et puis le pose / sur ses crins bloncs et puis s’asseure», che denota un alto grado di perfezione, secondo il modello di bellezza cortese. Bisogna sottolineare che, mentre nel Fiore è la Vecchia a porre sul capo della giovane la ghirlanda, nella Rose è la stessa fanciulla a mettersela sulle trecce.

Ricorre ancora in Fiore 166,4 e in Boccaccio, Teseida L.5 Ott.79, 7-8: «e ghirlandetta di frondi novelle copriva le sue treccie bionde e belle».

 

10 pulcella: ‘giovane’ e insieme ‘vergine’, cfr. Fiore 67,3.

 

11 guar’ non si contese: ‘non oppose molta resistenza’. Guari: ‘molto’,avverbio, dal fr. gaires e dal prov. gaire, guaire, cfr. Fiore 51,3; 70,12; 77,5; 88,10; 92,9; 98,1; 140,3;144,12; 153,9; 190,9; 216,5.

 

Non si contese: nella forma riflessiva ‘tenere una condotta o un contegno’, espressione attestata con lo stesso significato anche in Dante da Maiano, in ?ex. 54 «che dolcemente presila abbracciare: non si contese, ma ridea la bella».

 

12 e sì·ll’apella: ‘e la chiamò a sé’. Il termine nel suo significato fondamentale «chiamare con il nome di», «dare nome di» è ampiamente attestato nella lirica cortese. Con l’accezione di “chiamare a sé”, “far venire a sé”, ricorre anche in Fiore 20,8.

 

14 riguàrdati se…bella: riguardati ‘vedersi rispecchiato’, ‘guardarsi riflesso’, fr. regarder.

 Punto:  ‘non’, usato con valore di negazione in frasi sprovviste d avv. o cong. negative.

Cfr. Trovieri 154, 12, 43: «en sa grant biauté regarder»

 

 

ERMINIA CAPONE- LUIGINA INFANTE

 

 

128 venerdì, mag 16 2008 

L’armata de’ baroni

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A` l’armadure ciaschedun sì prese,
E sì s’armãr con molto gran valore
Per dar a Gelosia pene e dolore,
Se contra lor [i]stesse alle difese;
Ed alcun prese scudo, altro pavese,
Ispade e lancie, a molto gran romore,
Dicendo ciaschedun al Die d’Amore
Che quelle guardie saran morte e prese.
Or sì vi conterò la contenenza
Che Falsembiante fece in quella andata
Colla su’ amica CostrettaAstinenza.
E’ no·mmenãr co·llor già gente armata,
Ma come gente di gran penitenza
Si mosser per fornir ben lor giornata.

-

-

Ognuno, quindi, prese le armature, e così si armò con gran valore per arrecare a Gelosia pene e dolore, se avesse apprestato difese contro di loro. Qualcuno prese lo scudo, altri il pavese, spade e lance, facendo grande rumore e dicendo al Dio d’Amore che quelle guardie sarebbero state uccise o fatte prigioniere. Ora, dunque, vi racconterò la condotta che in quella spedizione tenne Falsembiante con la sua amica Costretta-Astinenza. Questi non portarono con loro gente armata, bensì partirono come gente penitente, per compiere bene nel loro pellegrinaggio.

-

4. “istesse alle difese”: cfr. son. 25.


5. “pavese”: cfr. son. 47 ( pure in rima con prese e alle difese).


7. “Die d’Amore”: cfr. son. 1, 1.


9. “contenenza”: gallicismo. Nella Rose si “contenance”.


13. “penitenza”: tra gli altri, nel Tesoretto, al v.2419 “finché di penitenza / per fina conoscenza / mi possa consigliare / con omo che mi pare”.


14. “fornir”: tra le ventincinque occorrenze riscontrate nella letteratura italiana, ne ritroviamo due nel Tesoretto, al v.2686 “ché, chi non puote in fretta / fornir la sua vendetta” ed al v.2747 “non si trova potenza / di fornir sua dispensa”, e due in Dante Alighieri, nella Commedia, Purg.XII, 132 “e cerca e truova e quello officio adempie / che non si può fornir per la veduta” ed in Par.30, 18 “Se quanto infino a qui di lei si dice / fosse conchiuso tutto in una loda, / poca sarebbe a fornir questa vice”.



Fabio Sciannella

127 venerdì, mag 16 2008 

Lo Dio D’Amor a Falsembiante

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«Dì, Falsembiante, per gran cortesia,
Po’ ch’i’ t’ò ritenuto di mia gente,
E òtti fatto don sì bel[l]‘e gente
Che·ttu se’ re della baratteria,
Afideròm[m]i in te, o è follia?
Fa che·ttu me ne facci conoscente:
Chéd i’ sarei doman troppo dolente,
Se·ttu pensassi a farmi villania».
«Per Dio merzé, messer, non vi dottate,
Chéd i’ vi do la fé, tal com’i’ porto,
Ched i’ vi terrò pura lealtate».
«Allor», sì disse Amor, «ogno[n] si’ acorto
D’armarsi con su’ arme devisate,
E vadasi al castel che·ssì m’à morto».

-

-

«Falsembiante, poiché ti ho preso tra le mie schiere, e ho fatto di te un signore così distinto, tanto che sei a capo della contrattazione, dimmi, per cortesia, mi fiderò di te , o ciò è follia? Fai in modo di informarmene, poiché, se tu pensassi in futuro di farmi uno sgarbo, ne soffrirei troppo». «Per Dio pietà, signore, non temete, che io vi do la mia parola d’onore, per quanto ne possiedo, di esservi leale». Allora amore parlò così: «ognuno badi ad armarsi per bene con le sue distinte armi e vada al castello che tanto mi ha rovinato.»

-

Sono riprese le parole di Amore; si rinvia al sonetto 87.

.

1. “gran cortesia”: formula tipica. Cfr. son. 67. L’intero dialogo è impostato sul rapporto di vassallaggio tra Falsembiante ed Amore, al quale richiama il termine “cortesia”, come i successivi don, merzè, fe’ e lealtate. Gli stessi termini sono anche distintivi nel cristianesimo del rapporto con la divinità (cfr. son. 2).

2. “ritenuto”: con questo significato e nello stesso contesto lo si trova nella Rettorica di Brunetto Latini “e questo dicea perché l’ avea ritenuto in corte, sicché tuttora avea buona credenza.”

3. “belle’e gente”: binomio sinonimico tipico del francese. Rima equivoca con il verso successivo (Contini).

4. “baratteria”: le attestazioni più significative nella letteratura italiana sono nella Commedia, Inf. XXII,53: “quivi mi misi a far baratteria, / di ch’io rendo ragione in questo caldo”, e nel Tesoretto dove il contesto risulta essere simile a questo. Si legge ai versi 1149-1158 “troverai la Ventura; / a cui se poni cura, / ché non ha certa via, / vedrai Baratteria, / che ‘n sua corte si tene / di dare e male e bene; / e se non hai timore, / vedrai i· Dio d’ Amore, / e vedrai molte gente / che ‘l servono umilmente”.

5. “afiderommi”: francesismo, anche nella costruzione (Contini).


6. “conoscente”: gallicismo. Presente con questa costruzione in Chiaro Davanzati: “Ma poi, perseverando, / m’ha ffatto conoscente,” e nell’incipit di una poesia fiorentina anonima “A voi vengno, messere, o padre onnipotente, / che de’ tuoi beneficî mi faccie conoscente”.


9. per Dio merzè”: espressione comune (tra gli altri: “Merzè, per Deo” in Torrigiano ; merzè per Dio” in Dino Compagni”).

“messer”: da notare, nell’ottica dell’attribuzione del Fiore, due occorrenze nella Rettorica di Brunetto Latini, entrambe per designare il Papa (“messer lo Papa”).

Fabio Sciannella


126 venerdì, mag 16 2008 

Falsembiante

-

«Que’ che non pensa d’aver l’armadure
Ch’i’ v’ò contate, o ver preziosi vini,
O ver di be’ sac[c]hetti di fiorini,
Le mie sentenze lor fìer troppo dure.
Né non si fidi già in escritture,
Ché saccian che co’ mie’ mastri divini
I’ proverò ched e’ son paterini
E farò lor sentir le gran calure.
Od i’ farò almen ch’e’ fien murati,
O darò lor sì dure penitenze
Che me’ lor fôra ch’e’ non fosser nati.
A Prato ed a Arez[z]o e a Firenze
N’ò io distrutti molti e iscacciati:
Dolente è que’ che cade a mie sentenze».

-

-

I miei giudizi saranno enormemente duri verso coloro i quali non pensano di avere le difese che io vi ho enumerato, oppure vini pregiati, o bei sacchetti di fiorini. E non confidino nelle scritture, in quanto sappiano che con i miei maestri in teologia proverò che loro sono eretici e farò loro sentire il gran calore [del rogo]. Oppure farò in modo che siano almeno incarcerati, o darò loro penitenze tanto dure che sarebbe meglio per loro non essere mai nati. Io ne ho distrutti e scacciati molti a Prato, ad Arezzo e a Firenze: è sofferente colui il quale sottostà ai miei giudizi.

-

1-4. Que’ che non pensa d’aver[...]o ver preziosi vini[...]sac[c]hetti di fiorini[...]lor fìer troppo dure”: costrutto ad sensum.

“armadure”: cfr. 78,11.

“preziosi vini”: cfr. sonetto 89.

fier”: cfr. sonetto 84.


5. “escritture”: gallicismo.


6. “mastri divini”: cfr. sonetto 112. Qui sono i teologi degli ordini mendicanti. Nel Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da Bono Giamboni leggiamo “anzi lo lascia ai maestri divini, ed alli signori di santa Chiesa, a cui egli appartiene a sapere”.


7. “paterini”: cfr. sonetto 124.


8. Si confrontino del sonetto 124 i vv. 1(“Sed i’ truovo in cittade o in castello”) e 5-8 con Giacomino da Verona: “né castel né cità non è scampar quelor k’en li peccai morà. Lo fogo è sì grando, la flama e la calura, k’el no se pò cuitar né leçros’ en scriptura; nuio splendor el rendo, tal è la soa natura, mo negro e puçolento e plen d’ogna soçura.” Oltre al ripetersi del binomio città-castello, si noterà il rapporto tra la rima escritture-calure con quella calura-scriptura. Oltre a ciò, appare molto simile, tra le due porzioni di opera, il ruolo che questi termini vengono ad assumere, ossia l’impossibilità di protezione in castelli o città, e l’inutilità di confidare nelle scritture per chi comunque è destinato alla “calura”.


9. “murati”: cfr. son. 27. Nel Roman de la Rose si ha a toujourz enmurez, quindi non è da intendersi murati vivi; del resto è detto “almen” (Contini).


11. “ me’ ”: cfr. son. 23.


12.A Prato ed a Arez[z]o e a Firenze”: Persecuzioni contro i paterini toscani avvennero tra il 1244 ed il 1245, ma i processi inquisitori continuarono anche dopo, in special modo nel 1283, anno in cui venne dannata post mortem la memoria di Farinata degli Uberti. Dalla metà del duecento, infatti, gli eretici catari della Toscana, chiamati in Italia paterini per estensione generica del nome dei seguaci di un movimento popolare milanese del XII sec., appoggiarono la parte ghibellina (da: Enciclopedia dantesca).


13. “iscacciati”: cfr 99


Fabio Sciannella

125 venerdì, mag 16 2008 

Falsembiante

-

«Que’ che vorrà campar del mi’ furore,
Ec[c]o qui preste le mie difensioni:
Grosse lamprede, o ver di gran salmoni
Aporti, [o] lucci, sanza far sentore.
La buona anguilla nonn-è già peg[g]iore;
Alose o tinche o buoni storïoni,
Torte battute o tartere o fiadoni:
Queste son cose d’ãquistar mi’ amore,
O s’e’ mi manda ancor grossi cavretti
O gran cappon’ di muda be·nodriti
O paperi novelli o coniglietti.
Da ch’e’ ci avrà di ta’ morse’ serviti,
No·gli bisogna di far gran disdetti:
Dica che g[i]uoco, e giuoc’a tutti ‘nviti.

-

-

Se qualcuno vorrà sopravvivere al mio furore, ecco qui disposti i mezzi per difendersi da me: che porti grosse lamprede, oppure grossi salmoni, o lucci, senza che si sappia. Non è peggiore la buona anguilla; le cose per acquistare il mio amore sono alose, tinche, buoni storioni, torte battute o torte dolci, oppure può mandarmi grossi capretti, grandi capponi ben nutriti di stia, o piccoli paperi o coniglietti. Dopo che egli ci avrà serviti di tali bocconi, non gli servirà dare grandi smentite: dica pure a che gioco, ed io gioco con tutte le puntate.

-

1. “furore”: presente, tra gli usi nella letteratura italiana, nel Tesoretto, versi 2026-2029: “però cortesemente / ti parti di romore; / ma se per suo furore / non ti lascia partire”.


2. “preste”: cfr. sonetto 2.

“ difensioni”: gallicismo. Nella letteratura italiana, tra gli altri, in Dante Alighieri, Convivio, cap. IV: “Ancora la cittade richiede alle sue arti e alle sue difensioni vicenda avere e fratellanza colle circa vicine cittadi”.


3. “senza far sentore”: cfr. sonetto 42 e 43.


5. “anguilla”: A parte l’ovvia presenza nei libri di cucina, si ricordino quelle in Purg. XXIV,24 :Se dimorassi in paese d’ anguille”, e in inf. 17, v.104: “ là ‘v’ era ‘l petto, la coda rivolse, / e quella tesa, come anguilla, mosse”, ed anche in Tesoretto, v. 1816: “ non guizzar com’ anguilla”.


6. “alose”: genere di pesci dei laghi dell’Italia settentrionale (Contini).


7. “torte battute”: probabilmente torte fatte di battuti di carne o altro (Parodi ).

“tartare”: dal francese tartre

“fiatoni”: flaons nel Roman de la Rose.


10. “muda”: probabilmente “stia”. Il termine è frequente in provenzale come terza persona di “mutare”. Si ritrova nel Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da Bono Giamboni: “ma nella muda lo lasciano, e megliorano le penne” (come pure il precedente “capponi”: “ e capponi, ed oche, e isceglieraile”),e, con diversi usi, in Dante Alighieri, Inf. XXX, 22: “Breve pertugio dentro da la Muda”, e nelle Rime (1321): “e l’un dicëa: ‘Vedi bella druda’, / dicea l’altro: ‘Ella muda‘”.


12. “morse’”: cfr. sonetto 104.


13. “disdetti”: francesismo, cfr. disdetto al 59, v.7.


14. “giuoco”: la forma compare due volte nella Rettorica di Brunetto Latini: “talora si mandano altre parole che portano più incarnamento e giuoco che non fa a dire pur salute”, e “opera in troppo mangiare, innebriare, in meretrici, in giuoco et in taverne. Et ora à detto il conto come noi potemo acquistare la benivolienza”. In quest’ultima porzione di testo si può notare una certa affinità con il personaggio di Falsembiante (anche qui il discorso è in prima persona) che emerge dalla corona di sonetti di cui è protagonista.



Fabio Sciannella

54. mercoledì, mag 14 2008 

LIV

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Amico

-

“Se·ttu non puo’ parlar a quella ch’ami,
Sì·lle manda per lettera tu’ stato,
Dicendo com’Amor t’à·ssì legato
Ver’ lei, che ma’ d’amarla non ti sfami.
E le’ dirai: “Per Gesocristo, tra’mi
D’esti pensier’, che m’ànno sì gravato!”;
Ma guarda che·llo scritto sia mandato
Per tal messag[g]io che non vi difami.
Ma nella lettera non metter nome;
Di lei dirai “colui”, di te “colei”:
Così convien cambiar le pere a pome.
Messag[g]io di garzon’ ma’ non farei,
Chéd e’ v’à gran periglio, ed odi come:
Nonn-à fermez[z]a in lor; perciò son rei.

-

«Se non puoi parlare alla donna che ami, falle sapere con una lettera che non ti sazi mai di amarla e dille come stai e come Amore ti tiene legato a lei. E le dirai: “Per Gesocristo liberami da questi miei pensieri, che mi hanno così oppresso!”; Bada bene che lo scritto sia mandato tramite un messaggero che non danneggi il vostro buon nome. Ma nella lettera non mettere il nome; di te scriverai “colei”, di lei “colui”: così coviene cambiare le pere in mele. Non mi servirei mai di ragazzini come messaggeri, è molto rischioso, e senti il perché: non c’è costanza in loro e per questo sono poco affidabili.

-


Tutti i versi di questo sonetto, eccezion fatta per i vv. 2-6, corrispondono ai vv. 7617-7638 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 110).


2. manda: ‘falle sapere’, ‘mandare a dire’, gallicismo, cfr. LXXXII, v.1. Cfr. fr. mander e prov. mandar. Nella lirica dei trovieri occorre diciassette volte, cfr. 5, v. 33: «a Brienne vueil mon compaingnon mander», nei trobadori ventidue volte, cfr. 248,55, v. 69: «e no·l puesc mandar salutz;». Pe la letteratura italiana antica, si cfr. Giacomo da Lentini, v. 42: «Ormai risponda – mandatemi a dirti; […]».


3. com’Amor t’à·ssì legato: ‘come Amor ti tiene legato’ (all’amante). La semantica del verso richiama quella di Fiore XLVII v. 4.

legato: ‘stretto con un legame’, part. passato di legare.


4. ver’ lei: a lei.


5-6. E le’ dirai: “Per Gesocristo, tra’mi / D’esti pensier’, che m’ànno sì gravato!”: “E le dirai: in nome di Gesù Cristo‘liberami da questi pensieri che mi hanno così oppresso” (Rossi, p. 68). Enjambement che interviene anche nel sonetto LXI vv. 3-4: “ch’avanti ch’ella dica: «Amico, tieni / delle mie gioie», più volte t’assaggia”, di preferenza, quindi, nei discorsi inseriti entro il discorso. (Vanossi, p. 214).

Gesocristo: presente cinque volte nel Fiore, cfr. XXXIX v.4; LXVII v. 13; CIV v. 9 in rima con ipocristo; CXXIII v. 8. Nella Commedia, Par. occorre due volte ma nella forma Iesù (E. D.). Nella letteratura italiana delle origini occorre altre nove volte, di cui otto nella Storia San Gradale, XIV po.q. (fior.), cfr. vv. 15-17: «E quand’io l’ebi dette, sì comincia’ ‘l servigio sì dolce e sì pietoso come de la morte Gesocristo Nostro Signore, ché in quel giorno fu egli veracemente morto». In questo caso la voce Gesocristo è in relazione alla storia del Santo Graal, e dunque alla storia di Cristo medesimo; nelle altre due occorrenze, invece, la citazione è presente come esempio di virtù, perfezione, e per invocare aiuto, protezione (come nel Fiore), oppure cfr. rispettivamente: Libro pietre preziose, XIV in. (fior.), vv. 18-21: «cioè vera carne, e vero / sangue, e vera perfezione, e vero sacrificio del benedetto beato / corpo di Gesocristo nostro signore, preso come si sae per / molti grandi cherici inn iscienza»; e Tavola ritonda, XIV pm. (fior.) vv. 7-8: «E diceva: – Ahi Gesocristo, donami aiuto e consiglio – E allora, con grande pianto, rimonta a cavallo, dicendo che […].».

tra’mi: cfr. XLVII v. 4.

pensier’: ritornano i pensieri che continuano a tormentare Amante e contro i quali egli aveva già provato a difendersi, cfr. sonetto XLVII vv. 5-6.

gravato: nelle opere certamente attribuite a Dante, la voce ha diverse accezioni come ‘appesantire’, ‘aggravare’, cfr. ad esempio Pg. XV v. 10; XVII v. 52; If. VI v. 86. ‘Infastidire’, cfr. If. XIII v. 56 e Purg. XVIII v. 6. Nel Fiore, «le occorrenze presentano un’area espressiva piuttosto rigida; in X v. 5; XXV v. 8; LIV v. 6, il verbo indica il peso della gelosia, dell’amore, dei pensieri; così in CXXXIII v. 13 l’avvilimento e la prigionia di Bellaccoglienza. Cfr. inoltre CXV v. 14» (E. D.).

guarda: cfr. XLXIX v. 10.


8. messagio: ‘messaggero’. Cfr. fr. messager (deriv. da message ‘messaggio’) dal 1130 nella forma messaiger; pr. messatgier. Nella lirica dei trovieri il termine occorre una sola volta al plurale, cfr. 1, v. 5: «ne par autres messaigiers», nei trobadori 18 volte cfr. 80,36, v. 48: «que m’a per son messatgier».


9. «Si noti l’accento solo secondario di 6a (finale di sdrucciolo). Cfr. in Forese (LXXVIII 10) «che qual ti carica ben di bastone». Lo schema è anche in LXIII 7, XCVIII 4, CLVII 1, CLXXXII 10, CLXXXVIII 3, CXCI 3» (Contini, p. 618).


10-11. «lo scambio dei nomi consente di rispettare il precetto della segretezza, fondamentale nell’amore cortese» (Rossi, p. 68). Inversione dei ruoli sottolineato anche dall’espressione cambiar le pere a pome (Marchiori, p. 111).

a: ‘in’.


12. garzon’: ‘ragazzini’. «L’it. Garzone, con [dz], è stato ascritto alla mediazione del francese (fr. garçon per Hope 1971, p. 104, DEI s. v., fr. garçun per DELI s. v., cfr. Pauli 1919)» (Cella, p. 29). Cfr. Roman de la Rose v. 7501: «Mais ja d’enfanz ne vous fiez…» (E. D.). Nei trovieri occorre 2 volte, cfr. 240,21, 1, v. 9: «de son douz sanc racheta ses enfanz»; nei trobatori 9 volte, cfr. 106,3, v. 58: «uns enfanz de dos anz».

«La voce è diffusa anticamente, sia in testi poetici che prosastici» (E. D.).

Cfr. XLVIII v. 14.


13. periglio: pericolo. Cfr. fr. peril, prov. perilh. Il termine è frequente nella lirica antica: centodiciassete occorrenze in quella italiana, ventiquattro nei trovieri e quindici nella trobadorica.

La locuzione gran periglio ‘molto rischioso’ è presente otto volte nella letteratura italiana delle origini, cfr. Chiaro Davanzati, XIII sm. (fior.), 106, v. 5: «guand’om per non far guerra è ‘n gran periglio,».

Nei trovieri è presente 1 sola volta, cfr. 133,47, 2, v. 17: « d’ un grant peril, s’ ele l’ i voit entrer.» e 3 volte nella lirica trobadorica, cfr. 242,6, v. 70: «tan gran perilh que tan leu fos portatz».


14. fermezza: ‘costanza’, ‘regolarità’.

Lucia Venditti – Jessica Proietti

53. mercoledì, mag 14 2008 

LIII

-

Amico

-

“Se non ài che donar, fa gran pro[m]essa
Sì com’ i’ t’ò contato qui davanti,
Giurando loro Idio e tutti i santi,
Ed anche il sacramento della messa,
Che ciascuna farai gran baronessa,
Tanto darai lor fiorini e bisanti:
Di pianger vo’ che faccie gran semb[i]anti,
Dicendo che non puo’ viver sanz’essa.
E se·ttu non potessi lagrimare,
Fa che·ttu ag[g]ie sugo di cipolle
O di scalogni, e farànolti fare;
O di scialiva gli oc[c]hi tu·tte ‘molle,
S’ad altro tu non puo’ ricoverare.
E così vo’ che ciascheduna bolle.

-

«Se non sai cosa donare, fai una grande promessa proprio come ti ho appena raccontato. Prometti, giurando a Dio ed ai santi, ed anche al sacramento dell’eucarestia, che di loro farai grandi signore, grazie ai tanti fiorini e bisanti che gli darai: ti consiglio di finger molto, dicendo che non puoi vivere senza questa promessa. E se tu non riuscissi a piangere, procurati succo di cipolle oppure scalogni, e cerca di far lacrimare i tuoi occhi; oppure inumidiscili di saliva, se non riesci a trovare altro. E così spero che tu riesca ad imbrogliarle.

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Corrispondenza con i vv. 7575-7600 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 108).


2-3, 6-7. Le cinque parole che fanno rima in –anti sono replicate non soltanto nel sonetto in questione ma anche in XVII, LXXX, CVII, XCV, determinando dunque una connessione semantica e ritmica tra i sonetti (Vanossi, p. 204).


2. sì com’ i’ t’ò contato qui davanti: cfr. LII vv. 7-8 (Rossi, p. 67).


3. Idio e tutti i santi: nella letteratura italiana delle origini la locuzione ricorre quattro volte, cfr. vv. 2785, 2799 del Tesoretto: «biastemiare Dio e’ santi» (Sarracino).


5. ciascuna: si riferisce alla Vecchia e a Gelosia (Rossi).


6. bisanti: monete d’oro coniate nell’impero di Bisanzio molto conosciute anche in Europa. La voce occorre due volte nel Fiore sempre in rima con Dio e Santi (cfr. CVII v. 8) ed è citata frequentemente in testi antichi come il Novellino e il Filocolo. Anche nel  Roman, besant è voce diffusa (E. D.). Nei trovieri la voce occorre 5 volte, cfr. 133,69, 8, v. 63: «mieus aim avoir un besant».


7. faccie gran sembianti: ‘tu finga’.

gran sembianti: cfr. CLXXX v. 3. La locuzione è presente una sola volta nella letteratura italiana delle origini, cfr. G. d’Arezzo, Canzoniere, 40, vv. 5-6: «[…] ma tegnol deservente assai crudele, ché gran sembiante à ‘n sé de traditore».

faccie…sembianti: fr. semblance, prov. semblansa, cfr. L v. 2. L’asserzione fare sembianza (di) ‘dar l’impressione’, ‘fingere’, ‘mostrare’ (analoga a far sembiante di) è sintagma gallicizzante e trova corrispondenza diretta nel fr. faire semblance de + inf. (Cella, p. 540); è presente due volte nella lettereatura italiana delle origini, cfr. LXII v. 10; Cavalcanti, v. 8: «suol per gravezza d’amor far sembiante». Infine, nel Fiore, sembiante è il leitmotiv dell’inganno (Leonardi, La tradizione lirica italiana in The Fiore in context, p. 244).


11. scalogni: In  Botanica. ‘Varietà di aglio di origine asiatica […] diviso in vari spicchi di odore e sapore simili a quello delle cipolle’, cfr. A. Pucci, 4-272: «Di quaresima poi agli e cipolle, / pastinache e scalogni, e non più carne […]» (Battaglia).

Cfr. fr. eschaloigne e pr. escalonha (Marchiori, p. 108).


12. o di scialiva gli oc[c]hi tu·tte ‘molle: ‘oppure inumidisciti gli occhi di saliva’ (Rossi).


13. ricoverare: ‘ricorrere’ ‘procurare ciò che manca o è necessario’. Gallicismo abbastanza diffuso nell’italiano antico (E. D.), prov. rècobrar. Nella lirica trobadorica il termine occorre dieci volte, cfr. 9,1, v. 24: « que·us an perdut, senher, ses recobrar.».


14. bolle: ‘inganni’; termine gergale (Contini, Letteratura italiana delle origini, p. 359).

Delle opere certamente attribuite a Dante, il termine con l’accezione di ingannare è presente solo nel Fiore. Cfr. fr. bouler, v. 7875 del Roman: «Mais par traïson le boulez» (Peirone, p. 38), cfr. anche vv. 7353-54 (E. D.). «Fiore e Roman sono un inno all’arte dell’inganno o del “bouler”» (Scariati, Fiore Inferno in fieri in The Fiore in Context, p. 289).

Lucia Venditti – Jessica Proietti

52. mercoledì, mag 14 2008 

LII

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Amico

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“La Vec[c]hia che Bellacoglienz’à ‘n guarda,
Servi ed onora a tutto tu’ podere:
Che s’ella vuol, troppo ti può valere,
Chéd ella nonn-è folle né musarda.
A Gelosïa, che mal fuoco l’arda,
Fa ‘l somigliante, se·lla puo’ vedere:
Largo prometti a tutte de l’avere,
Ma ‘l pagamento il più che puo’ lo tarda.
E se·llor doni, dona gioeletti,
Be’ covriceffi e reti e ‘nt[r]ecciatoi
E belle ghirlanduz[z]e e ispil[l]etti
E pettini d’avorio e riz[z]atoi,
Coltelli e paternostri e tessutetti:
Ché questi non son doni strug[g]itoi.

-

«La Vecchia che custodisce Bellaccoglienza, servila ed onorala quanto più puoi: poichè se lei volesse, ti potrebbe essere molto utile, in quanto non è sciocca né stupida. Se riesci a vederla, somiglia a Gelosia, che il fuoco possa arderla! Generosamente promette a tutti dei regali, ma il pagamento lo ritarda più che può. Qualora faccia dei regali, dona gioielletti, bei copricapi, cuffiette a maglia, nastri da intrecciare nella pettinatura, belle ghirlande e spilli, pettinini d’avorio, arriccia capelli, coltelli, rosari e tessutetti: ma questi doni non portano alla miseria.

-

I vv. 1-6 corrispondono ai vv. 7529-7532 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 106).

1. guarda: sf. ant. ‘custodire’ ‘sorveglianza’ gallicismo. Cfr. XXIII v.1; XLIX v. 10; CXCI v. 14; CXCII v. 1. Questo verso fino al  v.6  si rifa direttamente al Roman: «La veille qui Bel Acueil garde / servez ausinc, que maus feus l’arde» (Vanossi, p. 229).

4. nonn folle né musarda: ‘non è né sciocca né stupida’. Coppia sinonimica di gallicismi che ricorre anche nel sonetto XXIII v. 8.

folle: ‘sciocco’, ‘irrazionale’. Cfr. il  fr. ed il prov. fol (mod. fou). L’aggettivo è ampiamente diffuso sia nei trovatori, cfr. ad esempio 2,2 v. 12: «ses maldich de fol parlador», e nella lirica dei trovieri, cfr. 42,1, 42, v. 6: «de fol sens, qui afichiez», sia nella letteratura italiana delle origini.

musarda: ‘stupida’, ‘leggera’. Cfr. fr. musart s. m. deriv. da muser (Battaglia). Nella lirica trobadorica è presente quattro volte, cfr. 434a, 83, v. 3: «eras diran, entenden e musart:». Nei trovieri l’aggettivo ricorre quindici volte, cfr. 188,1, 11, v. 124: «je ne voi sage ne musart,» ed una sola volta al femminile musarde (Cella, p. 490), cfr. 223, 5, v. 21: «por c’ est la vieille musarde». Nella lirica italiana delle origini comprare solo nel Fiore e pre sole tre volte, cfr. CLXVI v. 14.

Nella lirica trobadorica i due aggettivi occorrono insieme due volte, cfr. 461,192 v. 1: «per musart l’ai e per fol,»; 427, 8, v. 11: «e que fols suy e musart car m’esmay».

Cfr. XLVIII v. 14.

6. se la puo’ vedere: ‘se riesci a vederla’. Poiché Gelosia è di natura sospettosa, sorprende la sua vittima nascondendosi (Marchiori, 106).

7. largo: ‘generosamente’, ‘largamente’. Usato con funzione avverbiale, il termine «richiama, sia pure in senso volutamente ironico, l’accezione ‘cortese’ della largitas, coincidendo col moderno ‘liberalmente’» (E. D.). Cfr. anche LXXXVI v. 7. Nella lirica italiana antica con uso avverbiale, cfr. ad esempio Baldi, I-43: «Dorin largo prometti e nulla dai» (Battaglia).

largo prometti: nella letteratura italiana delle origini, la locuzione è presente solo nel Fiore.

de l’avere: ‘regalo’ ‘ricompensa’ (Marchiori, p. 106).

9. gioielletti: da joelez del Roman de la Rose. Cfr. fr. joel, pr. joiel ‘gioiello’ (Reto R. Bezzola, p. 212). Nella lirica dei trovieri occorre quattro volte, cfr. 265,0288, 1, v. 12: «i porta maint bel joel.». Nella letteratura italiana delle origini gioiello è presente in sette occorrenze, cfr. Boccaccio, Filostrato, 1335-36 (?): «Or non avevi tu altro gioiello».

Cfr. XLVIII v. 14.


10-12. Be’ covriceffi e reti[...]e riz[z]atoi: I doni elencati sono tutti ornamenti per i capelli.

covriceffi: ‘copricapi’. Cfr. fr. cueuvrechief (chief ‘capo’, ‘testa’); dal XII secolo couvre-chef . E’ presente anche nel sonetto CXC v. 13 come dono allettante e poco rovinoso dal punto di vista economico (E. D.). Nella letteratura italiana delle origini, tale ornamento compare solo nel Fiore.

reti: ‘cuffiette a maglia’, rete preziosa per trattenere i capelli.

(i)ntrecciatoi: ‘nastri per capelli’, nastri di seta preziosi, talvolta guariti di perle, che si intreciavano con i capelli. Cfr. CXXXVIII v. 10 (Marchiori, p. 106). Nella lirica italiana ricorre altre due volte, cfr. Giovanni Villani (ed. Porta), a. 1348 (fior.), v. 6: «pietre preziose, e reti e intrecciatoi di perle, e altri».

ghirlanduzze e ispilletti: ‘ghirlande e spilli’, ornamenti femminili molto diffusi tra le dame (Marchiori, p. 107).

ghirlanda: «ghirlanda nel medio evo designava una cororna, tanto di fiori quanto di metallo, che le donne si mettervano sui capelli […]. Il REW deriva la voce dal prov. guirlanda, che diede pure lo sp. guirnalda e il fr. garlande» (Reto R. Bezzola, p. 212). Nella lirica trobadorica occorre due volte, cfr. 98,1 ~ 97,10, v. 11: « ben aia qui·us guirlanda sus de la pata».

rizzatoi: antico temrine per ‘arricciacapelli’. Cfr. anche A. Pucci, II-279: «La donna puote licitamente ricevere doni delle infrascritte cose: trecce, rizzatoi, grillande.» (Battaglia).

13. paternostri: ‘rosari’, ‘coroncine di perle’. Anche se qui è usato in senso generico, il termine indica i grani maggiori della corona del rosario dove in corrispondenza si recita la preghiera omonima (E. D.), cfr. Boccaccio, V-246: «Incomincia, senza ristare mai, a faticare una dolente filza di paternostri, or dall’una mano nell’altra […]» (Battaglia).

14. struggitoi: antico aggettivo, ‘che manda in rovina per il costo eccessivo’, deriv. da struggere (Battaglia). «Quest’ultimo elenco (che è il primo in ordine di apparizione) si presenta come il più originale per quanto riguarda i componenti. Il corrispondente elenco di Jean de Meung conta infatti solo quattro elementi (chapeaus de fleur en esclicetes, / aumosnieres ou crespinetes, / ou autres joelez petiz, / gentis e beaus e bien faitiz 7435-8)» (Vanossi, p. 187).

Lucia Venditti – Jessica Proietti

51. mercoledì, mag 14 2008 

LI

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Amico

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«Impresso vo’ che·ttu ag[g]ie astinenza
Di non andar sovente dal castello,
Né non mostrar che·tti sia guari bello
A riguardar là ov’è Bellacoglienza:
Ché·tti convien aver gran provedenza
Insin che Mala-Boc[c]a t’è ribello,
Ché·ttu sa’ ben ch’egli è un mal tranello
Che giorno e notte grida e nogia [e] tenza.
De l’altre guardie non bisogna tanto
Guardar com’e’ ti fa di Mala-Boc[c]a,
Ch’elle starian volontier da l’un canto;
Ma quel normando incontanente scoc[c]a
Ciò ched e’ sa, ed in piaz[z]a ed a santo,
E contruova di sé e mette in coc[c]a.

-

In secondo luogo, non voglio che ti aggiri intorno al castello e mostri piacere nel guardare là dove risiede Bellaccoglienza: perché ti conviene essere previdente fin quando Malabocca ti è ostile. Sai bene infatti che è un ingannatore e che giorno e notte cerca noie, litiga e grida. Non bisogna far attenzione alle altre guardie tanto quanto bisogna far con Malabocca. Quelle starebbero volentieri in disparte; ma quel normanno senza esitazione propala, tanto in piazza quanto in chiesa, inventando di suo, come se fosse un arco pronto a scagliare una freccia.

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La prima quartina ha come riferimento i vv. 7444-7454 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 104).


1. impresso: ‘appresso’, è usato qui come forma avverbiale. Prestito dal fr. ant. empres (attestato anche nelle varianti empreis, amprez, emprex, embres, ecc.) piuttosto diffuso sia come avv. che come prep. Ricorre altre due volte nel Fiore:  LXXIX v. 8 e XCVII v. 8, come preposizione (E. D.).

ag[g]ie astinenza: perifrasi verbale per “avere astinenza” ‘astenersi’, strettamente in rapporto con la personificazione di Costretta Astinenza, di cui prefigura il ruolo narrativo. Considerata in rapporto alla vicenda allegorica principale, Costretta Astinenza è ipotesi della tattica di aggiramento suggerita da Amico (con esatta anticipazione linguistica, LI v.1, parallelo a L vv.1-2) (E. D.).


2. dal: ‘dalle parti del castello’, moto a luogo.


3. Né non: doppia negazione (gallicismo). “Tratto d’imprestito” (Cella, p. XXXn).

ti sia guari bello: ‘ti faccia troppo piacere’. E’ una frase di uso comune nella poesia lirica provenzale.

guari: ‘molto’, ‘troppo’ (gallicismo), cfr. anche XI v. 5. Avverbio dal fr. gaires e pr. gaire, guaire. (Marchiori, p. 30). Nei trovieri ci sono 17 occorrenze di gaires, cfr. 265,1582, 1, v. 1: «se j’ ai chanté, ne m’ a gaires valu;» mentre nei trovatori se ne contano 140 di gaire, cfr. 106,8, v. 28: «gaire de bels semblans,» e 34 di guaire, cfr. 227,8, v. 28: «quan n’estava guaire; greu m’es que zo despona,». Calco semantico di uso collaudato nella tradizione (Vanossi, pp. 243, 36n).

Il termine, “ben più frequente è già nel Fiore (E. D.)”, ricorre anche nelle opere di Dante Alighieri, preciamente due volte nelle Rime XLIX v. 6: «avanti ch’io mi sia guari allungato» e in XC v. 68: «che possan guari star sanza finita» ed una volta nella Commedia, If. VIII v. 113: «ma ei non stette là con essi guari». Queste tre occorrenze hanno una funzione di  avverbio con valore  temporale: ‘non molto’. E’ molto attestato nella letteratura italiana delle origini, in cui è presente centosettantotto volte.

bello: gioco con Bellaccoglienza.


4. A: cfr. XVII v. 5 introduce l’infinito soggettivo.

Bellaccoglienza: personaggio allegorico che corrisponde a Bel Acueil del Roman de la Rose (E. D.).


5. provedenza: ‘accortezza’, ‘prudenza’. Cfr. il fr. providence ed il prov. proeza (Marchiori, p. 51).

In unione con il verbo avere si trova in CCXXXI v. 13: «Ma contra lei i’ eb[b]i provedenza», oppure si cfr. B. Latini, Tesoretto, v. 2525: «non ebbi provedenza». Cfr. Dante, Par. XVII v. 109: «di provedenza è buon ch’io m’armi» (Sarracino).

Nella lirica dei trovieri, providence occorre due volte, cfr. 265,1384, 1, v. 1: «providence la senée» mentre in quella dei trovatori, proeza occorre 57 volte, cfr. 76,22, v. 42: «deves aver proeza e ardimen,».

Il termine è forse tra quelli caratteristici del genere ‘comico’ (Rossi, p. 64).


6. ribello: ‘ostile’, ‘nemico’ (E. D.). Cfr. fr. rebelle e pr. rebel. (Marchiori, p. 105).


7. tranello: probabilmente ‘ingannatore’. Del sintagma mal tranello, se il primo rimanda al nome della personificazione, il secondo mette in risalto il carattere fraudolento della maldicenza, che colpisce alle spalle le sue vittime (cfr. Roman de la Rose vv. 7353-76) (E. D.).

«Malabocca è la personificazione dei lausengiers. La maldicenza traspare infatti a chiare lettere ed è all’origine del nome di Malabocca che è rietimologizzato da Jean con giochi di parola che vertono su ingannatore/traditore-ladro = boulierres (scomposto in “bou” + lierres = ladro vv. 7353-61); è ladro, come ha già visto Vanossi, perché ruba alle persone la loro buona rinomanza. Questo gioco etimologico permette di chiarire perché nel Fiore Malabocca è detto “ladro normando” e “mal tranello”. Negli altri casi l’interpretatio nominis del personaggio, sia nel Roman che nel Fiore, resta molto vicina alla lettera e insiste sulla “mala gola”, sulla “lingua fiera”, sulla maldicenza e sulla menzogna insiste in lui.» (Scariati, Fiore Inferno in fieri in The Fiore in Context, p. 277).


8. grida e nogia [e] tenza: trinomio sinonimico (per, addirittura, il quadrinomio dell’originale brait e crie e noise e tence), dove nogia è un hàpax legómenon (parola di cui è attestato un solo esempio nel sistema di una lingua) per «noise», mentre tenza ha un riscontro in LXIV v. 9.

tenza: ‘tenzone’, ‘lite’. Cfr. il fr. tence ed il prov. tensa (cfr. anche prov. tensò ‘tenzone’ nell’accezione di ‘scambio di componimenti in versi’ presente unicamente nelle rubriche del codice V). Nella letteratura italiana delle origini, tenzone, occorre 32 volte, cfr. Rettorica di B. Latini nell’accezione di ‘disputa, lite’: «[…] e così sono quasi tutte le lettere e canzoni d’amore in modo di tencione o tacita o espressa;» Latini, v.11 (Cella, pp. 14-15n).

Il francesismo ricorre anche in G. Villani, Cron. VIII 67: «e ciò assentì lo Re di Francia per la tenza ch’egli avea colla Chiesa per la presura di Papa Bonifazio.» (E. D.).

Nei trovieri tence è presente quattro volte, cfr. 93,1, 1, v. 7: «ens moi fait une grant tence»; si trova anche il termine tensa, cfr. 173,14, v. 55: «qui ab plus fort tensa.».

Cfr. XLVIII v. 14.


10. guardar: cfr. XLIX v. 10.

fa: vicario di bisogna.


11. da l’un canto: ‘in un angolo’, ‘in disparte’ (Rossi, p. 64).


12-13. Ma quel normando[...]piaz[z]a ed a santo: Corrispondenza semantica con i vv. 1782-83 del Tesoretto di B. Latini: «cosa che non s’aggiaccia in piazza né in templo» (Sarracino).

normando: cfr. XLVIII v. 12.

scocca: dalla bocca, rappresentata (cfr. cocca v. 14) come un arco teso, quindi ‘propala’ (ovvero “rende palese”, “diffonde”, divulga”); (una metafora simile si ha nella Commedia in Inf. XXV 96, Pg. VI 130 (dove è preceduto da un avverbio tardi e gli tien dietro arco) e Pg. XXV 17 (Contini e Rossi).

a santo: ‘in chiesa’.


14. contruova di sé: ‘inventa di suo’. contruova è un gallicismo

«Voce tratta dal fr. ant. contreuver che appare in Fiore LI v. 14 dove ha il valore di ‘inventare’, detto a proposito delle calunniose diffamazioni di Malabocca. Il brano riprende il seguente del Roman de la Rose: «Cil brait e crie senz defense / Quanqu’ il set, veire quanqu’ il pense, / E contreuve neïs matire / Quant il ne set de cui mesdire» (12453 ss.; e cfr. 12219 e 12659, dove il termine è sempre riferito a Malabocca).

Il verbo è ben attestato in antico. Riferito come nel Fiore al turpe lausengier che turba il commercio amoroso, lo troveremo in Amico di Dante Due malvagie maniere 11: «e ‘n sé controra alcuna villania», dov’è forse ripreso dal Fiore (E. D.).

mette in cocca: ‘prepara per scagliare’ dall’arco della bocca. Cocca: propriamente l’intaccatura all’estremità posteriore della freccia, indica qui per estensione il punto della corda da cui parte la freccia (Rossi, p. 65).

Ha un valore figurato: Malabocca, mette tutto ciò che sa su di una freccia per lanciarla in ogni direzione (E. D.).

Lucia Venditti – Jessica Proietti

50. mercoledì, mag 14 2008 

L

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Amico

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«A Mala-Bocca vo’ primieramente
Che·ttu sì no·gli mostri mal sembiante;
Ma se gli passe o dimore davante,
Umile gli ti mostra ed ubidente.
Di te e del tuo gli sie largo offerente
E faccia di te come di su’ fante:
Così vo’ che lo ‘nganni, quel truante
Che si diletta in dir mal d’ogne gente.
Col braccio al collo sì die on menare
Il su’ nemico, insin che si’ al giubetto,
Co·le lusinghe, e po’ farlo impiccare.
Or metti ben il cuor a·cciò c[h]‘ò detto:
Di costù’ ti convien così ovrare
Insin ch’e’ sia condotto al passo stretto.

-

Prima di tutto, non ti devi mostrare ostile a Malabocca ma, se gli passi o gli stai davanti, mostrati umile e ubbidiente. Presta generosamente te stesso e i tuoi beni come se fossi il suo servitore: così voglio che lo inganni quel furfante che si diverte a dir male di ogni persona. Bisogna condurre il nemico alla morte ingannandolo con un atteggiamento amichevole. Ora ricordati bene quanto ti ho detto,con lui ti conviene agire così fin quando non è giunto alla fine.

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Si confronti con i vv. 7469-7528 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 102).


1-2.«A Mala-Bocca[...]mal sembiante: si cfr. Roman de la Rose vv. 7346-8 (Vanossi, p. 252). - primieramente: avv. ‘anzitutto’ (anche fr. premerement). Derivato da primero/premiero agg. ‘primo’ e da primiere avv. ‘per primo’. Dall’agg. fr. premier si originano l’avv. premiers e alcune locuzioni avverbiali. La voce di prestito è introdotta dai toscani e in particolare da Brunetto, che la documenta tanto in poesia quanto in prosa (Cella, pp. 261-262).

Nella letteratura italiana delle origini è ben attestato con settandue occorrenze, oltre che nel Tesoretto e la Rettorica di B. Latini, anche in Guittone, Lettere in prosa, a. 1294 (tosc.): «sia primeramente considerato se piace o despiacie».

Cfr. XLVIII v. 14.- gli: cfr. XLIX v. 7. -mal sembiante: ‘aspetto ostile’. sembiante: cfr. fr. semblant (part. pres. di sembler ‘sembrare’) e prov. semblan (part. pres. di semblar ‘sembrare’) (Cella, pp. 543). Nella lirica dei trovieri semblant ricorre cinquantanove volte, cfr. 13,1, 4, v. 33: «por moistreir malvaix semblant»; nei trovatori si registrano 514 occorrenze della parola semblan che in un solo caso è congiunta a mal, cfr. 375,17, v. 16: «no m’en rancur ni non fauc mal semblan.». La parola sembiante è molto frequente anche nella letteratura italiana delle origini, dove si contano duecentodiciannove occorrenze,  tre delle quali in relazione con mal; si veda ad esempio Boccaccio, Teseida, 1339-41 (?): «però che mal sembiante mai non feo».


3. dimore: (gallicismo) ‘resti’. dimorare: ‘far dimora’, ‘sosta’, ‘stare in un luogo’; dimore è indic. pres. II singol. (E.D.) Il fr. ant. ha demorer, è gallicismo nel senso che la forma verbale italiana è costruita sulla base di quella francese.


4. umile: (provenzalismo) ‘mite’ (e cfr. Umilemente XII v. 8). Qui si insiste sulla docilità del carattere (E. D.) di Amante che deve essere «umile…ed ubbidiente».


5. sie largo offerente: perifrasi arcaica.


6. fante: ‘servitore’.


7. truante: ‘farabutto’ (cruento gallicismo). truiante / truante / truanno s.m. e agg. ‘malvivente’, ‘mendicante’. Fr. truant, prov. tru(i)an (di origine gallica) (Cella, p. 270).

Ricorre tre volte nel Fiore: in CVII v. 1 e CXII v. 8 con il significato di ‘mendicante’; in questo sonetto ha uno specifico senso ingiurioso, come in fr. col significato di ‘vagabondo’, ‘furfante’. Nel luogo corrispondente del Roman, vv. 7356 sgg., Malabocca è definito come ladro, in quanto sottrae a tradimento la buona reputazione, ma l’autore ricorda qui un altro punto del romanzo, in cui Malabocca è designato proprio come ce truant: «Ce faus traïteur, ce truant, / Aut s’ame ou feu d’enfer puant, / Qui la puist ardeir e destruire!», si veda il v. 14597 del Roman. La voce è ben attestata in italiano sia in prosa che in poesia, in genere nel significato deteriore di ‘malvivente’, ‘traditore’ (E.D.). Nel Fiore si trova anche il verbo truandar nel sonetto CXV, v. 11 e v. 14 (E.D.). Nei trovieri truant occorre quattro volte, cfr. 265,1149, 4, v. 30: «nul faus truant»; mentre nei trovatori truan è presente in cinquantasette occorrenze, cfr. 80,22, v. 2: «a mant baron malvaz, truan;». «Truante figura anche nei primi testi di lirica. Il Nan lo cita (p. 241) da una canzone di Guittone (37, 3): truianti, e da Lapo Gianni: troianti; poi lo trovo nello stesso Guittone colla forma truante (L. 138 b e 149 c), truanno in Franc. Di Fir. (L. 197 e) e troante in un anon. (L. 68 d): truante, truandia nel Fiore 107, 1; 112, 8; 50, 7-114, 3; – DA. 115, 11, 14» (Bezzola, p. 63). Cfr. XLVIII v. 14.


9-11.Col braccio al collo[...] insin che si’ al giubetto[...]farlo impiccare: la prima terzina è presa dai dal Roman de la Rose, in cui parla la Vieille; vv. 7552-7555 (Marchiori, p. 103). .Il passo ricalca il testo di Jean de Meung, v. 7422 ss.: «Les braz au col deit l’en mener / Son anemi pendre ou neier / Par chuer, par aplaneier…». Questo verso è un esempio della fedeltà dell’autore del Fiore al testo francese, soprattutto nella parte dedotta da Jean, tanto che in alcuni casi ne «riproduce esattamente (per quanto almeno lo permetta la diversa lunghezza dell’endecasillabo rispetto a quella dell’octosyllabe) sia la sintassi e l’ordine delle parole, che i lessemi, anche quelli specifici del francese» (Vanossi, p. 225).«I vv. si devono intendere: l’uomo col braccio al collo (come segno d’amicizia) deve portare il suo nemico, con le lusinghe, finché non è arrivato al luogo dove si innalzano le forche e poi farlo impiccare: si può intendere anche impersonalmente ed allora si avrà: col braccio al collo si deve portare il proprio nemico, ecc.» (Marchiori, p. 103). ‘Occorre condurre il proprio nemico tenendolo abbracciato, in segno d’amicizia, e lusingandolo, finché non sia giunto alla forca’ (Rossi, p. 63).

braccio al collo: in segno d’amicizia.

die: da dée.

on: impersonale, «ricalco del fr. on (l’on, l’en) con valore di pronome indefinito, dove l’uso del Fiore si discosta da quello delle altre opere di Dante non solo per l’eccezionale frequenza (25 casi, là dove nell’intera Commedia si contano circa 21 presenze), ma anche per la forma: a parte un caso isolato l’uom (LXXI v. 1) compaiono sempre le forme con –n e –m: l’uon (14 es.), uon (6 es.) e persino, con eccezionale fedeltà al pronome francese, on (4 es.)» (Vanossi, p. 245). Anche nella sintassi si registra la stessa tendenza, da parte dell’autore, ad un’appropriazione totale della lingua d’origine (Vanossi, p. 244), cfr. anche l’uso del genitivo alla francese che risponde a questa tendenza.

giubetto: ‘forca’ (francesismo, anche più evidente nella variante gib(b)etto), cfr. pure Inf. XIII v. 151: «Io feci gibetto a me de le mie case». Dal fr. gibet ‘ramo biforcuto’, ‘forca’ (Cella, p. 428).

Nella letteratura italiana delle origini, giubetto occorre altre tre volte oltre a quelle già citate: ad es.  Ottimo, Inf., a. 1334 (fior.), vv. 8-9: «I[l] luogo dove s’impiccano li uomini, si chiama giubetto / in Parigi e per Francia…». Ci sono anche altre attestazioni della variante giubbetto e di gibetto.


12. Cfr. XLIX v. 12.


13. ovrare: ‘operare’, in forma franceseggiante. «Consuete nella lingua poetica del Duecento […] sono alcune forme di passaggio di p a v» (Vanossi, p. 234): come in questo luogo o si pensi a coverta del sonetto XLVII v. 8.


14. passo stretto: il momento della morte, forse per ricordo dell’«angusta porta» evangelica (si cfr. «menò costoro al doloroso passo» Inf. V, v. 114).

Oltre ai significati di ‘atto del passare’ oppure ‘un luogo’, ‘un’apertura’ che rimandano ad una realtà fisica, al vocabolo dovrà essere riconosciuto, come osserva opportunamente il Sapegno, un riferimento alla realtà tremenda del passaggio dalla vita alla morte dell’anima, che il passo allegoricamente simboleggia. Il termine conserva il senso generico di ‘passaggio’, ‘transito’ quando è usato in riferimento alla morte. L’espressione al passo sta per ‘al valico’.

E’ tratto dal linguaggio familiare, secondo un modulo tuttora rappresentato dalla locuzione ‘porre uno alle strette’, come nel caso di questo verso(E. D.).

Lucia Venditti – Jessica Proietti

49. mercoledì, mag 14 2008 

XLIX

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L’Amante e Amico

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Com’ era gito il fatto eb[b]i contato
A motto a motto, di filo in aguglia,
Al buono Amico, che non fu di Puglia;
Che m’eb[b]e molto tosto confortato,
E disse: «Guarda che n[on] sie ac[c]et[t]ato
Il consiglio Ragion, ma da te il buglia,
Ché ‘ fin’ amanti tuttor gli tribuglia
Con quel sermon di che·tt’à sermonato.
Ma ferma in ben amar tutta tua ‘ntenza,
E guarda al Die d’Amor su’ [o]manag[g]io,
Ché tutto vince lungia soferenza.
Or metti a me intendere il corag[g]io,
Chéd i’ ti dirò tutta la sentenza
Di ciò che dé far fin amante sag[g]io.

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Io raccontai com’era andato il fatto, parola per parola, per filo e per segno, all’eccellente Amico, che non fu bugiardo; che mi confortò subito molto, e disse: «Bada di non accettare il consiglio di Ragione, allontanalo da te, che fa tribolare tuttora i seguaci dell’amore perfetto con quel discorso con cui ti ha assillato. Concentrati nell’amar correttamente e conserva al Dio d’Amor tutta la tua fedeltà poiché pazientare a lungo premia. Ora prestami il tuo animo perché ti dirò tutto quello che deve fare il perfetto amante saggio».

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I vv. 9-14 riassumono i vv.7419-7442 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 100).

1. ebbi contato: perfettivo (anche v. 4). Contare è usato nel senso di ‘esporre’, ‘manifestare’ qui e in altri luoghi del Fiore, cfr. XXI v. 3 e v. 9; XLIX v. 1; LIII v. 2; CXIX v. 2; CXXVI v. 2; CXXVIII v. 9; CXXXV v. 3 (E. D.).


2. a motto a motto: ‘parola per parola’, francesismo. In francese si ha la locuzione mot a mot ‘avéc précision, sans passer un mot’ che è attestata dal 1170 circa (Cella, p. 488). Nella letteratura italiana delle origini, motto a motto occorre in tutto 16 volte, ad esempio in Intelligenza (ed. Berisso), XIII/XIV (tosc.), 271 v. 1: «Ed èvi a motto a motto tutto quanto». Nel Tesoretto di B. Latini si ha la parola motti 2 volte, motto 10 (6r) e la locuzione di motto in motto 1 volta (Cella, p. 487), cfr. vv. 2543-2545: «Con questi pensieri / me n’andai ali frati / e tutti i miei peccati / contai di motto in motto.» (Battaglia), dove compare in unione proprio col verbo contare. Nel Fiore si trova mott’ 1 volta, motti 2 e a motto a motto. In Dante, Rime, si registra motto in un’occorrenza, nella Commedia motti è presente 1 volta e motto 9 (7r) volte (Cella, p. 487). Nei trovieri si ha 1 sola occorrenza della locuzione, in 59,5, 8, v. 85: «en droit la loi mot a mot».

di filo in aguglia: ‘per filo e per segno’, francesismo, cfr. de fil en agueille, Rose v. 15770 (Vanossi, p. 237). -aguglia: ‘ago’, ‘agucchia’, dal pr. agulha derivato dal latino volgare acucula, (diminutivo di acus) (Cella, p. 169). Nel Fiore è presente solo in questo sonetto dove si aggiunge, come pleonasmo intensivo, alla locuzione precedente a motto a motto (E. D.). Nella lingua italiana, aguglia (aguiglia) ha diverse accezioni: s.f. ant. ‘aquila’; s.f. ant. ‘ago’, ‘punta’; Ittol. ‘pesce di forma allungata’ (Battaglia), con le quali ricorre nella letteratura italiana delle origini per 121 volte. Cfr. XLVIII v. 14.


3. buono[...]fu di Puglia: Buono: ‘eccellente’. -di Puglia: ‘meridionale (del Continente)’ e cioè ‘bugiardo’. Già il D’Ancona rinviò «Ceperan, là dove fu bugiardo / ciascun pugliese» (Inf. XXVIII v. 16 sgg.), perché i baroni di guardia al ponte di Ceprano sul Liri, confine del Reame, lasciarono slealmente passare Carlo d’Angiò (1266), procurandogli la vittoria di Benevento su Manfredi. Marchiori sostiene che «il riferimento a Dante, che fanno D’Ancona e il Castets, è pertinente; ma molti altri autori possono essere citati. Il Petronio ricorda che anche il Villani, il Falcando e Folgore da San Gimignano, rilevano il fatto. Il quale, quindi, era universalmente noto e passato quasi in proverbio» (Marchiori, p. 100).


5-8. E disse:[...]che·tt’à sermonato. «Qui, nel Fiore […], Amico sottolinea la gravità dei precetti morali di quella [Ragione] e sollecita l’Amante a non tener conto del «consiglio» che «tribuglia i fin’amanti». Egli, dunque, spezza il filo che lo legava in continuità con la demistificazione, nel Roman de la Rose, filosofica della ragione ed assume per sé, in assoluta autonomia, il ruolo di suggeritore del male e del peccato (secondo la prospettiva di «Ragion») e di ispiratore della ricerca del piacere, naturale, sessuale, secondo la prospettiva dell’Amante. Egli è il consigliere fraudolento, che non fa nulla per non apparire tale, non s’ammanta né di vera né di falsa filosofia, non ha motivazioni della sua opera, se non quelle della complicità. Amico è alter ego dell’Amante, non più di Ragione: la dinamica ideologica come quella narrativa, della vicenda assume altre dimensioni» (Sebastio, pp. 253-254).


6. il consiglio Ragion: genitivo alla francese, cfr. XV v. 9. «Genitivo apreposizionale, costrutto normale nel fr. ant., mentre in Toscana è presente solo in qualche resto fossilizzato. Nel Roman, v. 4150, si ha le conseil Raison» (Vanossi, p. 244). -buglia: il contesto parrebbe significare ‘allontana’, e i vocabolari danno esempi (più tardi) di bugliare ‘buttare’. L’origine di questo verbo resta sconosciuta (aretino, perugino antico) ‘gettare’, nell’aretino per ‘buttare a terra’ (V. E. I., Prati). -tribolare: (ant. tribugliare, tribulare) ‘angosciare’, ‘angustiare’; ‘importunare con parole’ (Battaglia).


7. (i) fin’amanti: ‘i seguaci dell’amore perfetto’ (pr. fin’Amor). Nella lirica trobadorica, questi due termini occorrono insieme ottantacinque volte, ad esempio in 10,20, v. 1: «de fin’amor comenson mas chansos».Fin amante è termine tecnico dell’amore cortese (Marchiori, p. 100). Nel Fiore, il valore positivo e medievale del termine amante, in senso di omaggio cavalleresco-feudale (si pensi al Trattato di Andrea Cappellano) col corteggio della sua topica terminologia, emerge dai sintagmi quali fin amant’e saggio (XLIX v. 14), fin amante (LXXXII v. 11; e in Detto 56 e 162 fin amante) o al plurale fin amanti (XLIX v. 7); saggio amante (LXXII v. 2), ecc. (E. D.)

fin: nell’accezione di ‘nobile’, ‘eccellente’ «secondo uno degli stilemi provenzaleggianti più comuni alla lirica dei primi secoli» (E. D.).

gli: riprende il complemento premesso.


9. ‘ntenza: cfr. XXX v. 13, dal pr. entensa. Nei trovatori questa parola è presente sette volte, si veda ad esempio, 225,5, v. 30: «ni de lun om non es s’entensa». In Fiore CXC v. 8, ‘amore’, in relazione con il provenzale (entensa) ‘intendimento’, ‘disposizione d’amore’; negli altri casi ‘intenzione’, ‘volontà’, cfr. XXX v. 13; XXXIX v. 1; XLIX v. 9; CXXXIV v. 8 (E. D.). Il fr. ant. ha etente (Vanossi, p. 236) che ricorre 54 volte nella lirica dei trovieri.


10. guarda: nel valore figurato ‘badare’, ‘stare attenti’ a non compiere o a compiere qualcosa, cfr. LXVI v. 2; IV v. 7; XLIX v. 5; LXV v. 5; CLXXI v. 7 e in Detto, v. 326 (E. D.).

[o]manag[g]io: ‘professione di devozione’, di ‘ossequio’, un tempo di ‘vassallaggio’. E’un termine di carattere tipicamente feudale e cavalleresco. Dal fr. omanage e dal pr. omenatge / homenatge. Omenatge ricorre due volte nella lirica trobadorica, cfr. 392,27, v. 24: «refut mon omenatge»; homenatge vi compare in quindici occorrenze, ad esempio, 81,1a, v. 20: «e·l dezirers m’en fes far homenatge». Nella letteratura italiana delle origini ricorre solo nel Fiore XLIX v. 10 e LXXVII v. 9. Omanaggio è variante di omaggio: dal basso lat. hominaticum, dal lat. homo con suffiso –atico ‘divenire, essere uomini di qualcun altro’, per dichiarare un’appartenenza. E’ un francesismo, da hommage (franc. dal sec. XII) derivato di homme (V. E. I, Prati). Nella lirica dei trovieri hommage occorre 8 volte, cfr. 146,09, 1, v. 1: «ki n’ averoit bone amour fait hommage».

Il rito dell’omaggio è descritto in Fiore II ma a tale patto il poeta si manterrà fedele nel corso della vicenda. In questo sonetto Amico, nel momento in cui dà i suoi consigli all’Amante, mantiene intatta la condizione di fedeltà al dio. Cfr. Roman de la Rose vv. 7285-86: «Le deu d’Amours e nuit e jour / Servez leiaument senz sejour». (E. D.).


11. lungia: (gallicismo) ‘lunga’, cfr. lungiamente (XXXV v. 1). «Agg. f. vs. it. lunga (fr. longe agg. f.) lat. Longa» (Cella, p. 121). Nei trovieri longe è presente ventiquattro volte, cfr. LXV, LVI, VI, v. 46: «en ceste longe atendance». Nella letteratura italiana delle origini occorre sette volte, di cui due insieme con sofferenza, cfr.  XLIX v. 11 e Dante da Maiano, XIII ex. (fior.), 44 v. 1: «Per lungia sofferenza».


12-14.Or metti a me[...]fin amante sag[g]io: «L’intento di raccordare la fine col principio si manifesta anche in ognuna delle tre maggiori expositiones: dell’ultima terzina del sonetto che inaugura il discorso di Amico […] mentre il primo verso è ripreso, in identica sede metrica, nel sonetto successivo (Or metti ben il cuor a ciò che c’ho detto, L v. 12) gli ultimi due (ma anche la particella Or del primo) rimbalzano nel distico iniziale dell’ultimo sonetto, LXXII vv. 1-2» (Vanossi, p. 211). - coraggio: ‘cuore’, ‘intenzione’, ‘coraggio’. Cfr. pr. coratge e fr. courage (Cella, p. 373). «Nell’antichità il cuore era la sede degli impulsi affettivi, della sensibilità, del coraggio e dell’intelligenza» (Marchiori, p. 90). Nei trovatori, coratge è attestato in centocinquanta occorrenze. Nei trovieri courage ricorre 10 volte, cfr. 199,10, 1, v. 4: «et rafreschist le cuer et le courage». Nella letteratura italiana delle origini si trova anche la forma coraio, cfr. Jacopone da Todi.


13. sentenza: nel senso di ‘opinione’, ‘consiglio’.


14. fin amante sag[g]io: cfr. v. 7 e B. Latini, Tesoretto, v. 2302: «però che l’ fino amante» (Sarracino).

Lucia Venditti – Jessica Proietti

48. mercoledì, mag 14 2008 

XLVIII

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L’Amante

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«Non ti maravigliar s’i’ non son grasso,
Amico, né vermiglio com’i’ soglio,
Ch’ogne contrario è presto a ciò ch’i’ voglio,
Così Fortuna m’à condotto al basso.
Ira e pensier m’ànno sì vinto e lasso
Ch’e’ non è maraviglia s’i’ mi doglio,
Chéd i’ sì vo a fedir a tale iscoglio,
S’Amor non ci provede, ch’i’ son casso.
E ciò m’à Mala-Boc[c]a procacciato,
Che svegliò Castitate e Gelosia
Sì tosto com’ i’ eb[b]i il fior basciato.
Allor fos[s]‘ egli stato i·Normandia,
Nel su’ paese ov’ e’ fu strangolato,
Ché sì gli pia[c]que dir ribalderia!».

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«Amico, non ti meravigliare se io non sono grasso, né rosso come solevo essere perché ogni ostacolo è disposto a ciò che voglio, così Fortuna mi ha condotto in basso. Corruccio e malinconia mi hanno così vinto e distrutto che non c’è da meravigliarsi se io mi doglio, così vado ad imbattermi in tale scoglio, se Amore non si prende cura di me, io sono infranto. E questo me l’ha procurato Mala-Bocca, che svegliò Castità e Gelosia non appena baciai il fiore. Allora se egli fosse stato in Normandia, nel suo paese dove fu strangolato, poiché gli piacque dir cose infamanti!».

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I vv. 9-14 rimandano ai  vv. 7379-7381 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 98).

1. non ti maravigliar: locuzione tipica della lirica antica: quindici occorrenze, di cui otto nella Commedia. -grasso: basso: lasso: casso: «Nel Fiore ci sono numerose serie di rime bisillabiche, dove lo scarto fonico tra le parole in rima si riduce per lo più a un solo fonema, sicché viene a prodursi un effetto di tipo paronomastico, come grasso: basso: lasso: casso» (Vanossi, p. 158).

2. vermiglio: cfr. XLVII v. 14.

3. presto: cfr. II v. 9.

4. lasso: participio forte; cfr. latino lassus. Il termine, frequentissimo nella letteratura italiana delle origini, ha una doppia accezione: quella fondamentale di ‘stanco’, ‘affaticato’, diffusa anche nella Commedia e nel Fiore, oppure quella di ‘misero’, ‘infelice’ o semplicemente ‘ohimé’; attestata in molti altri luoghi, ad es. in Guinizzelli (ed. Contini), a. 1276 (tosc.): «Lasso, ch’eo li fui dato!». In unione con vinto fornirà l’incipit ad un sonetto di Cino da Pistoia (ed. Marti), a. 1336 (tosc.): «Vinta e lassa era l’anima mia».

5-6. Ira e pensier [...] s’i’ mi doglio: evocano i vv. 4954-55 di Chrétien de Troyes: «Si sui je molt duillanz et las; / n’est mervoille se je me duel» (Lazzerini, Precursori D’Oc e D’oïl in The Fiore in Context, p. 140). - ira e pensier: cfr. Fiore CLI v. 6: «ira e dolori». Ira ricorre spesso con dolore nella letteratura italiana delle origini; cfr. B. Latini, Tesoretto, v. 464: «d’ira né di dolore». -ch’e’ non è maraviglia s’i’ mi doglio: «si riscontra anche nell’incipit lentiniano dalla canzone dell’amor lontano (3), “S’io non doglio non è meraviglia”» (Leonardi, La tradizione lirica italiana in The Fiore in Context, p. 252-253). La locuzione non è maraviglia è frequente nella lirica antica: sessantacinque volte in quella italiana, cfr. B. Latini, Tesoretto, a. 1274 (fior.) v. 1207; nei trovieri si ha n’est merveille in undici occorrenze, n’est pas merveille in tre occorrenze e n’est mervoille in due occorrenze. Nei trovatori si ha non es meravelha in una sola occorrenza, in 70,31, v. 1: «non es meravelha s’eu chan».

7. chéd[]scoglio: ritorna il ricordo della nave nella tempesta (cfr. Fiore XXXIII), che è metafora delle avversità subite dall’Amante ad opera di Malabocca. -fedir: qui con significato di ‘urtare, cozzare contro qualcosa’, cfr. Cavalca, IV v. 197: «[…] / percosse e fedì a terra la proda, / […]». Forma differenziata di ferire, molto diffusa nella letteratura italiana delle origini dove, nella sola forma dell’infinito fedire, è presente in 181 occorrenze e in 9 nella forma apocopata fedir.

8. casso: ‘distrutto’, part. pass. di cassare, . Cfr. francese e provenzale cas (Marchiori, p. 98). Nei trovieri ricorre nove volte, ad es., 265, 0652, 2, v. 18: «le cas de son dolosement.»; nei trovatori si hanno ventiquattro occorrenze, cfr. 461,123, v. 139: «ja m’agra tot cas». Casso è presente una sola volta nel Fiore con l’accezione sopraccitata. In Dante Alighieri occorre come sostantivo col significato principale di ‘petto, busto’;es. Inf. XII, v. 122; o con riferimento all’atto di respirare, cfr. Purg. XXIV, v. 72 (E. D.). E’ una parola molto attestata nella letteratura italiana delle origini anche con altri significati oltre a quelli già indicati: come aggettivo ‘vano, inutile’, cfr. Testamento di Lemmo di Balduccio, v. 94: «[…] essere stati ed essere vano e casso […]» e ‘privato, sfornito di una cosa’, cfr. Guittone, 2, v. 246: «[…] e serai vano e casso / del gran dolcior […]».

9. Mala-bo[c]ca: personificazione; equivalente a Male bouche nel Roman de la Rose. Rappresenta i “malparlieri” o “maldicenti”, tòpoi della tradizione cortese: sono coloro che divulgando i segreti degli amanti, creando continui ostacoli alla loro felicità. Malabocca è qui il responsabile della seconda caduta dell’Amante (come Schifo lo era stato della prima). Malabocca compare nel sonetto XIX v. 14: «Mala-Boc[c]a, que’ c[h]’ ogne mal sampogna.», dove si avvede del bacio e risveglia Gelosia e Castità (E. D.).

10. Che svegliò Castitate e Gelosia: cfr. XXI vv. 6-7. Castità e Gelosia sono personificazioni di due dei principali sentimenti che si oppongono alla soddisfazione amorosa (Rossi, p. 27). In tutte le opere certamente attribuite a Dante Alighieri il termine castità non è attestato. Nel Fiore è usato quattro volte nella forma tronca e due volta in quella di Castitate, che nel sonetto XXII affida a Gelosia la guardia del fiore. Anche in Detto d’amore vv. 271, 301 Gelosia è un personaggio. «Nel Fiore si stabilisce una vera reazione a catena, dove ciascuna ipostasi è mossa dalla precedente e mette a sua volta in moto la successiva […]: Malabocca sveglia Castità e Gelosia (XXI vv. 3-8), Castità incita Gelosia (XXII), Gelosia mette in moto Paura e Vergogna (XXIII), Vergogna agisce su Paura (XXIV), Paura (con Vergogna) risveglia lo Schifo (XXV), il quale torna ad incrudelire contro l’Amante (XXVI). Si rileverà la ritmica scansione del processo, per cui ogni anello viene ad occupare lo spazio di un sonetto.» (Vanossi, p. 89).

12-14. Secondo I. M. Scariati, l’ultima terzina di questo sonetto pone difficoltà esegetiche per la semantica del termine strangolare, sia nel Fiore che nel Roman de la Rose, anche per la conseguente questione della morte di Malabocca (aporia sottolineata anche da Contini e Barnes). Infatti, la tendenza ad interpretare in maniera restrittiva tale termine e a tradurlo come ‘strangolare’, crea una contraddizione tra le modalità della morte di Malabocca, per soffocamento in questo sonetto, e quelle in CXXXVI v. 12 e CXL vv. 1-2, dove Malabocca muore sgozzato. Nel Roman, estrangler è probabilmente usato anche nel senso generico di ‘uccidere’. Anche l’estrangler del v. 13259 del Roman è interpretato come ‘gli mise a morte’ in Fiore CLXI v. 11. Una conferma ulteriore di questa ipotesi è il verbo enosser, presente nella descrizione dell’uccisione di Malabocca, dove anche qui adombra la doppia accezione di ‘uccidere’ e ‘strangolare’. Inoltre Scariati considera anche «gli ultimi due versi come una prolessi semantica preceduta da un’ottativa» e li interpreta come: «se solo Malabocca allora (quando cioè ostacolava la conquista di Amante), si fosse potuto trovare in Normandia (evocato come luogo lontano), nel suo paese dove fu (poi) [prolessi] sgozzato/ucciso, perché tanto gli piacque dir ribalderia.» (I. M. Scariati, Fiore inferno in fieri in The Fiore in context, pp. 281-283). Anche nell’ed. Rossi del Fiore (p. 61), si legge: «L’allusione ad una precedente uccisione di Malabocca, assente dalla Rose, si può spiegare con la sua “resurrezione…ovviamente connessa alla natura allegorica del personaggio” (CR) oppure intendendo strangolato non come ‘sgozzato’ (significato che il verbo assume senza dubbio così come in altre scritture antiche, a Fiore CXXX v. 13) ma come ‘condannato al supplizio’ (Parodi)».

12. Normandia: la patria di Malabocca è ripresa dal Roman de la Rose (Rossi, p. 28).

La corruzione morale e intellettuale della Francia è espressamente presentata: primo, attraverso le allusioni all’università di Parigi – un ambiente con il quale Falsembiante è strettamente collegato, cfr. XCII v. 112; vedi anche CV v. 6; CXXVI v. 6, – secondo, attraverso le origini normanne di Malabocca, sulle quali l’autore insiste nel menzionarle tre volte, cfr. XIX v. 13; XLVIII vv. 12-13; LI v. 12 (Z. G. Baranski, The ethics in literature in The Fiore in Context, p. 214).

14. dir ribalderia: ‘dir cose infamanti’. «Ribalderia è usato con significato collettivo. Dal prov. ribaudaria cfr. franc. ribaud. Cfr. CXCIII v. 8» (Marchiori, pp. 98-99). «I frequentatori di bische, taverne e bordelli erano detti ribauds in francese, ribaldi in latino e volgare» (Rossi, p. 104). Nella letteratura italiana delle origini, ribalderia si registra in due occorrenze cfr. Fiore XLVIII v. 14 e CXCIII v. 8. Nei trovieri il termine ribaud ricorre una sola volta in 265, 0634, 7, v. 53: «si cest ribaud par mal me asaunt». I sostantivi femminili ribauderie e ribaudie ‘sregoletezza’ occorrono dieci volte, ad es. 265,0284, 6, v. 53: «car c’ est ribauderie» e 265,0008, 2, v. 10: «par ma ribaudie».

Ribaldo-ribalderia è una coppia di prestiti dal francese i quali, come molti altri, si trovano raggruppati in famiglie. Tra le molte serie di prestiti citati da Vanossi, vengono presi in considerazione solo quelle citate nei sonetti di riferimento: (XLIX v. 2) aguglia -agugliere; garza-garzone (LIV v. 12); gioia-gioiello-gioielletto (LII v. 9); primiero–primieramente (L v. 1); (LI v. 8) tenza -tenzare; (L v. 7)truante -truandia-truandare (Vanossi, p. 241) e ancora musa-musaggio-musardo (LII v. 4) (Vanossi, p. 256).

Lucia Venditti – Jessica Proietti

47. mercoledì, mag 14 2008 

XLVII

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L’Amante e l’Amico

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Ragion si parte, quand’ella m’intese,
Sanza tener più meco parlamento,
Ché trovar non potea nullo argomento
Di trarmi de·laccio in ch’Amor mi prese.
Allor sì mi rimisi a le difese
Co’ mie’ pensieri, e fu’ i·mag[g]ior tormento
Assà’ ched i’ non fu’ al cominciamento:
No·mmi valea coverta di pavese.
Allor sì pia[c]que a Dio che ritornasse
Amico a me per darmi il su’ consiglio.
Sì tosto ch’e’ mi vide, a me sì trasse
E disse: «Amico, i’ sì mi maraviglio
Che ciascun giorno dimagre e apasse:
Dov’è il visag[g]io tu’ chiaro e vermiglio?».

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Ragione se ne andò, quando ella capì le mie intenzioni, senza più dibattere con me, perché non poteva trovare alcuna argomentazione per prendermi nel laccio con cui già Amore mi aveva catturato. Allora così mi misi di nuovo in guardia contro i miei pensieri, e il tormento fu maggiore rispetto all’inizio: non avevo bisogno di una copertura di grande scudo. Allora Dio si compiacque che Amico venisse di nuovo da me per darmi il suo consiglio. Così subito, non appena lui mi vide, si avvicinò a me e disse: «Amico, mi meraviglio molto nel vederti ogni giorno dimagrire e sciuparti di più: dov’è quella tua faccia bianca e rossa?».

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Il sonetto si rifà ai vv. 7365-7377 del Roman de la Rose (Marchiori, p. 97).


2. parlamento: «discorso»; qui nella locuzione tener parlamento ‘dibattere’, cfr. anche XXXVI v. 10. In tutta la produzione dantesca, il termine ricorre una volta nelle Rime e una volta nella Commedia e undici volte nelle opere di B. Latini, Rettorica e Tesoretto. In quest’ultima opera, la locuzione tener parlamento, è presente due volte.


4. Per gli accenti cfr. XXIX v. 8 (poiché l’originale ha «laz» al plurale, si potrebbe a rigore emendare in «de’ lacci[u]o’»).

trarmi de: il verbo trarre è qui usato nel senso di ‘togliere una persona da uno stato, da una condizione, materiale o spirituale, dolorosa, insopportabile, o comunque sgradita’ (Battaglia). Cfr. Boccacio, Dec. 2-6, (I-IV-151): «trarti della miseria e della captività nella quale tu dimori.»


laccio: Nel senso figurato di ‘vincolo affettivo’. Nella letteratura italiana delle origini ricorre in tutto cinquantasette  volte, di cui otto nella locuzione prendere a/nel laccio; ad es. Bonagiunta Orbicciani., v. 8: «Così son presa al laccio». Nella lirica dei trovieri si contano ventidue presenze della parola laz, con cinque come pris au laz, ad esempio, 265,0709, 1, 2: «cui fine amors a pris au laz,».

Nei trobadori, si ha la forma latz che ricorre centosei volte, tra le quali si trova anche la locuzione prendere al laccio, cfr.133,13, v. 51: «que no·l prenda latz,» e quella di trarre nel laccio, cfr. 335,70, v. 51: «quar al latz Dieu estas, traita».


5. mi rimisi a le difese: ‘mettersi sulla difensiva’. Con lo stesso significato, ricorre la locuzione star a le difese in XXV v. 13; XXXII v. 3; CXXVIII v. 4. Nella letteratura italiana delle origini, la locuzione è presente altre due volte, in Giovanni Villani (ed. Porta), a. 1348 (fior.): «ma di stare alle difese, e / guardare i passi; […]» e in Folgóre, Mesi, c. 1309 (sang.), v. 7: «e ‘n questo modo stare alle difese,». Cfr. anche Sennuccio dal Bene, a. 1349 (fior.), v. 32: «Non so, ma metterommi alle difese,». Il Castets (p. 137) richiama per questi versi il v. 3500, fra gli altri «Et Amours plus et plus me lie, / Et tout ades estraine ses las.» (Marchiori, p. 97).


6. coverta: antica forma del sostantivo coperta (XIV sec.), «forma it. sett. di ‘coperto’ o direttamente prestito dell’antico francese covert, -e, -er, -ure, cfr. couvrire», (Prati, V. E. I.).

Oltre al significato prevalente che conserva tuttora, il termine indicava anticamente anche ‘rivestimento, copertura, avvolgimento protettivo’ (Battaglia). Nel Fiore coverta ricorre quattro volte con significati differenti;cfr. XLII v. 5 nella locuzione parlar sotto coperta ‘parlare in modo ambiguo’; XLVII v. 8 ‘protezione’, ‘difesa’; XC v. 4 ‘apparenza’, ‘finzione’; CCXXIX v. 8 ‘drappo’ (E. D.).


8. pavese: (ant. e lett. palvese) sostantivo che nel Medioevo denominava un grande scudo rettangolare di legno, rivestito di pelle o pergamena, munito di un’asta di sostegno, dietro il quale si riparavano arcieri e balestrieri. Ricorre due volte nel Fiore: in XLVII v. 8 dove è usato in senso figurato per indicare le difese che Amante erige contro i pensieri che lo affliggono e in CXXVIII v. 5, dove è parte dell’equipaggiamento dell’armata di Amore (E. D.).


9-10. Allor sì pia[c]que[...]consiglio: Corrispondenza semantica con i vv. 2438-44 del Tesoretto di B. Latini: «ch’i’ non truovo migliore amico che mi guidi, né di cui più mi fidi di dir le mie credenze, ché troppo ben sentenze quando chero consiglio intra ‘l bene e ‘l periglio» (Sarracino).consiglio: ‘suggerimento’, ‘sollecitazione’. «Tutto il discorso di Amico si configura come un consiglio, essendo così definito al suo inizio (XLVII vv. 9-10) e alla sua fine (LXVIII vv. 1-2); qui soccorre un luogo del Roman de la Rose (vv. 7279-80, cfr. CM v. 97)» (Leonardi, La tradizione lirica italiana in The Fiore in Context, p. 246). Il termine provenzale conseil, ricorre cinquantuno volte nei trovieri, cfr. 265, 0281, 3, v. 19: «par Dieu, sire, tel conseil me doneze»; trentasette volte nei trovatori, cfr. 106,24, v. 2: «un bon conseil leial li donaria». Nella lirica trobadorica è presente anche la forma cosselh con settantasei occorrenze, cfr. 70, 6 v. 64: «qu’e·lh quer cosselh qu’el me do.».


11. a me si trasse: trarre è usato come intransitivo con  particella pronominale, col significato di ‘andare, dirigersi verso una persona’ (Battaglia). La locuzione se trait è presente nel Roman de la Rose v.3440 (Lazzerini, Precursori d’Oc e d’Oïl in The Fiore in Context, p. 147), nei trovieri quattro volte, ad esempio 265,0665, 2, v. 13: «adont se trait pres de mi,».


13. dimagre e apasse: ‘dimagrire e indebolirsi’; dove il dimagrimento per amore si confà al realismo dell’opera (E. D.). Nella letteratura delle origini, sia la forma dimagre sia apasse sono attestate solo in quest’opera. Apasse è una forma del verbo appassare, variante antica e letteraria (XIV-XVII) di appassire, (Battisti, Diz. Etim. It. e Battaglia). L’iterazione sinonimica o la dittologia sinonimica ha avuto il suo inizio nella poesia provenzale come espressione di ricercatezza, ed è poi entrata nell’uso della tradizione poetica italiana fin dagli inizi (Marchiori, pp. 23, 97). Cfr. VIII v. 5.


14. visaggio: gallicismo, cfr. francese visage e proovenzle visatge. Cfr. XLIII v. 5; XLVII v. 14; LXXIV v. 11; LXXXVI v. 5; CLXVI v. 1; CCXVI v. 7; CCXXIV v. 1 (Marchiori, p. 37).

Il sintagma quasi tecnico di viso clero, di derivazione lirica (fr.